Cent’anni fa, un manipolo di alpiniste fondarono un club alpino appositamente per donne. Il motivo? Non erano le ­benvenute nel CAS.

Alla sua fondazione, oltre 150 anni fa, nel proprio statuto il Club Alpino Svizzero (CAS) stabiliva di ammettere quali soci «svizzeri» e «abitanti della Svizzera». E così facendo pose le basi per una disputa: erano «svizzeri» e «abitanti della Svizzera» anche le donne? Le signore avrebbero potuto aderire al CAS? Oppure – appunto – no? Nell’anno 1879, la cosiddetta «questione femminile» emerse per la prima volta nell’ordine del giorno dell’assemblea dei delegati del CAS. Ciò che i signori di allora non potevano sapere, è che la loro associazione si sarebbe confrontata con quella domanda esattamente per cento anni.

In quei primi anni, a suscitare inquietudine in seno al club fu soprattutto la mancanza di una soluzione nazionale. Alcune sezioni escludevano le donne, altre le accettavano e facevano richiesta di tessere nazionali, che il Comitato centrale seguitava a rifiutare di emettere. I delegati cercavano incessantemente una soluzione. Ma senza alcun successo. Una volta differirono la decisione all’anno successivo, un’altra la rinviarono alle sezioni, un’altra ancora tentarono inutilmente di emendare lo statuto. Tutto questo fino al 1907 quando, in occasione dell’assemblea di Berna, i delegati optarono per escludere esplicitamente le donne dall’associazione. Le donne sino ad allora già aderenti potevano rimanerne socie, ma non potevano più portare il distintivo del club.

Ma l’argomento era un boomerang, e già nel 1917 tornò sul tavolo. Questa ­volta, la sezione Altels chiede all’assemblea annuale che le singole sezioni potessero ammettere membri femminili. «Quelque trouble» – un po’ di scompiglio – avrebbe causato la richiesta, come si legge in L’Echo des Alpes, l’organo di allora del CAS romando. Molti uomini ne avevano abbastanza di dover sempre discutere la medesima questione, e taluni interventi furono talmente risoluti da spingere qualcuno a chiedersi se nelle parole dell’o­ratore vi fosse dell’ironia. Anche il Comitato centrale era stanco della ­discussione e si limitò a un annuncio: la questione era stata continuamente tematizzata senza successo e non ne avrebbe avuto neppure questa volta.

Dalle donne per le donne

Nel CAS, alcuni uomini avevano sempre pensato – e forse anche sperato – che le donne avrebbero dato vita a una loro associazione. Un desiderio che si vide realizzato nel 1918: undici anni dopo la costituzione del «Ladies Alpine Club» in Inghilterra, il 27 febbraio di quell’anno un gruppo di 15 donne riunite attorno ad Aline Margot presso l’Hôtel de Londres a Montreux fonda il «Club Suisse des Femmes Alpinistes». Un’unione che sarebbe diventata il nucleo del Club Alpino Femminile Svizzero (CAFS), con il quale l’albergatrice, giramondo e alpinista Aline Margot attuava la sua visione: trasmettere alle donne la bellezza della montagna e la passione per l’alpinismo.

La richiesta da parte delle donne è grande in tutto il paese. Già nel 1921, il club conta 600 aderenti, che organizzano in proprio gite e corsi. Tra l’altro, scalano il Gran Paradiso e attraversano la Lötschenlücke, imparano a sciare e fondano gruppi di ginnastica. Quando nel maggio 1921 anche le signore di Zurigo fondano la loro sezione, la Neue Zürcher Zeitung commenta la notizia. Nella sua edizione del 13 maggio si legge che, «dal momento che il Club Alpino Svizzero non ammette purtroppo le signore in qualità di soci (vorremmo dire ‹non ancora›), né eventuali sezioni femminili, alle alpinista non è rimasto altro che dar vita a una loro propria organizzazione».

Durante i 40 anni che seguono, il CAFS cresce costantemente. Nel 1928 il club conta 27 sezioni, che diventano una cinquantina tra il 1950 e il 1980. E analogamente al CAS, anche le signore curano la loro vita associativa. Si incontrano nelle loro sedi, guardano proiezioni di diapositive sulle montagne del mondo intero, tengono riunioni di sezione e assemblee delle delegate, redigono verbali, discutono e, soprattutto, vanno in montagna assieme.

Interessante è il fatto che nei resoconti delle loro gite trovano posto anche aneddoti che raccontano cosa divertisse quelle signore e desse loro gioia. Le lucernesi scrivono ad esempio di come, nella settimana escursionistica del 1940 in Vallese, durante una pausa «la
Schmidli» avesse preparato del caffè su un fornello – per tutti, «non troppo, ma senz’altro più di un ditale». Dalle turgoviesi apprendiamo invece come, dirette a Saas Fee per la loro settimana sociale, avessero trascorso il loro tempo di attesa alla stazione di Berna alla metà degli anni 1930: «La signorina Stähli ha approfittato della sosta di tre ore per acquistare con la debita assistenza un paio di pantaloni da montagna (con piega).»

Eccezion fatta per qualche singola scaramuccia su sedi e biblioteche, le relazioni tra CAFS e CAS sono piuttosto cordiali. Con gli anni, sezioni dell’uno e dell’altro club compiono escursioni in comune, e le ragazze possono ufficialmente aderire all’organizzazione giovanile del CAS. E quella che si profila è una situazione ben strana: mentre le giovani donne possono compiere per anni delle escursioni in montagna con i loro colleghi maschi, quando raggiungono l’età del passaggio ne vengono escluse. Questa situazione fa tra l’altro sì che, negli anni 1970, in seno al CAS si riaffacci la «questione femminile». Nel 1974 il CAS lancia un sondaggio in tutte le sezioni, a seguito del quale una risposta si evidenzia in modo chiaro. È quella di Hanspeter Wenger, ­presidente della sezione Blümlisalp: la sua sezione è dell’opinione che «prima o poi, alle donne dovrà essere concessa l’adesione al CAS».

Quattro anni più tardi, i tempi sono maturi. Hanspeter Wenger è nel frattempo diventato presidente del CAS e, in tale veste, nel gennaio 1978 indirizza una lettera a tutte le sezioni, nella quale annuncia che la prossima assemblea dei delegati si sarebbe espressa sull’adesione delle donne al CAS. Lo scritto provoca reazioni diverse. I favorevoli ritengono che una ventata d’aria fresca potrebbe solo far bene all’ormai polveroso club; gli scettici temono che l’ammissione delle donne nuocerebbe all’unicità del club e – altro timore più volte espresso – potrebbe essere all’origine di conflitti coniugali.

La fine del CAFS

Anche la reazione delle rappresentanti del CAFS a una possibile apertura del club maschile è contenuta. Esse temono per l’esistenza stessa del CAFS, poiché le donne più giovani aderirebbero prevalentemente al CAS. Nel 1978, in occasione dell’assemblea delle loro delegate, deliberano quindi a grande maggioranza che, invece dell’apertura di singole sezioni del CAS, si sarebbero dovute intavolare delle trattative in ­vista di una fusione tra CAFS e CAS. Una grande alpinista di allora, Heidi Schelbert, sostiene in modo partico­lare questa posizione e si esprime in modo estremamente chiaro in un suo contributo in «Die Alpen»: «Non riesco a immaginare come i pronipoti dei fondatori del CAS desiderino decidere della caduta del CAFS in modo tanto patriarcale, passando sopra la testa delle donne coinvolte!» E raccomanda la cooperazione solo qualora gli uomini fossero pronti a una fusione.

A grande maggioranza, in occasione della 118a assemblea dei delegati a Brugg, i signori concedono alle sezioni la facoltà di ammettere donne nei loro ranghi e – inoltre – di avviare al più presto una trattativa di fusione con il CAFS. Una trattativa che non durerà a lungo: il 4 agosto 1979, Hanspeter Wenger e Régine Schneiter, presidente centrale del CAFS, sottoscrivono il relativo contratto, e la fusione entra in vigore con il 1980. Non senza un po’ di nostalgia da parte di alcune donne: l’unione sancisce la definitiva scomparsa del CAFS.

Oggi, le donne rappresentano un terzo della totalità dei soci del CAS, e tra i nuovi membri superano il 40 percento. Sono sottorappresentate, come del resto anche in altri ambiti sociali, ai più alti livelli gerarchici: solo circa il 15 percento dei capigita sono donne. Il CAFS è nel frattempo caduto nell’oblio. Solo pochi membri sanno che è oggi ancora presente nel CAS, ad esempio con la sezione zurighese Baldern o la sezione Mont-Soleil, del Giura bernese, che nel 1980 non si fusero con sezioni maschili, ma aderirono al CAS come sezioni autonome e ammisero successivamente anche gli uomini.