Come gli airbag da valanga ci influenzano La propensione al rischio con airbag da valanga

Per saperne di più

Molto movimento al Piet Escursione con le racchette nello Hoch-Ybrig

Per saperne di più

Edizione molto recente 2020/02

Novità per rubriche

Professione avventura

In un film che ho visto di recente, un giovane risponde alla domanda su cosa vorrebbe nel futuro: «L’avventura!» Il mestiere dell’avventura sembra non rappresentare più alcunché di insolito. Reinhold Messner, per esempio, in un’intervista si è definito un «freelance dell’avventura». «Avventuroso per professione» era il titolo dato dalla NZZ a un articolo sull’alpinista estremo, cineasta e fotografo Thomas Ulrich, dopo che nel 2006 aveva tentato di attraversare l’Artico con gli sci ed era approdato su un lastrone di ghiaccio. Con viaggi avventurosi ai «tre poli geografici» – il Monte Everest, il Polo nord e il Polo sud – si è fatta un nome la guida di montagna Evelyne Binsack. La «Grenzgängerin», questo il titolo del suo libro, che non allude ovviamente a uno statuto di lavoratori (i frontalieri), ha nel frattempo anche scalato con grande eco mediatica un palazzo amministrativo a Francoforte.

Diversamente dall’esploratore polare Fridtjof Nansen o dal pioniere dell’Everest George Mallory, gli avventurosi del XXI secolo sono attrezzati al meglio quanto a tecnologia, abbigliamento e visibilità mediatica e costantemente online via satellite. Il blog quotidiano, corredato dalle immagini più spettacolari per fan e follower, è ormai un must. Poiché accanto alla quiete e alla solitudine nelle tempeste dei ghiacci eterni, l’avventuroso freelance è fatto anche del rumore e delle tempeste dell’attenzione mediatica.

L’avventura per guadagnarsi il pane – un autentico paradosso. Avventura significa partire, lasciarsi alle spalle il mondo quotidiano alla ricerca dell’ignoto, dello straordinario. Tuttavia, come i loro siti web ben dimostrano, i professionisti dell’avventura non riescono a sciogliersi dai vincoli economici e sociali. Le loro spedizioni sono costose e, a fine anno, come per ogni indipendente i conti devono tornare. Conferenze multimediali, film, fotografie, libri, guida di spedizioni, seminari di motivazione per manager, sponsoring e crowdfunding lo rendono possibile.

Ciò nonostante, oggi c’è ancora gente che, con scarsi mezzi e attrezzature rudimentali, attraversa deserti, supera montagne, percorre foreste primordiali o solca i mari in gommone. Come avventurosi loro malgrado, milioni di profughi cercano l’esatto opposto dei professionisti dell’avventura: una quotidianità ordinata e sicura, che non saranno mai più costretti ad abbandonare. I veri avventurosi sono persone che non vorrebbero assolutamente esserlo.

Professione avventura

In un film che ho visto di recente, un giovane risponde alla domanda su cosa vorrebbe nel futuro: «L’avventura!» Il mestiere dell’avventura sembra non rappresentare più alcunché di insolito. Reinhold Messner, per esempio, in un’intervista si è definito un «freelance dell’avventura». «Avventuroso per professione» era il titolo dato dalla NZZ a un articolo sull’alpinista estremo, cineasta e fotografo Thomas Ulrich, dopo che nel 2006 aveva tentato di attraversare l’Artico con gli sci ed era approdato su un lastrone di ghiaccio. Con viaggi avventurosi ai «tre poli geografici» – il Monte Everest, il Polo nord e il Polo sud – si è fatta un nome la guida di montagna Evelyne Binsack. La «Grenzgängerin», questo il titolo del suo libro, che non allude ovviamente a uno statuto di lavoratori (i frontalieri), ha nel frattempo anche scalato con grande eco mediatica un palazzo amministrativo a Francoforte.

Diversamente dall’esploratore polare Fridtjof Nansen o dal pioniere dell’Everest George Mallory, gli avventurosi del XXI secolo sono attrezzati al meglio quanto a tecnologia, abbigliamento e visibilità mediatica e costantemente online via satellite. Il blog quotidiano, corredato dalle immagini più spettacolari per fan e follower, è ormai un must. Poiché accanto alla quiete e alla solitudine nelle tempeste dei ghiacci eterni, l’avventuroso freelance è fatto anche del rumore e delle tempeste dell’attenzione mediatica.

L’avventura per guadagnarsi il pane – un autentico paradosso. Avventura significa partire, lasciarsi alle spalle il mondo quotidiano alla ricerca dell’ignoto, dello straordinario. Tuttavia, come i loro siti web ben dimostrano, i professionisti dell’avventura non riescono a sciogliersi dai vincoli economici e sociali. Le loro spedizioni sono costose e, a fine anno, come per ogni indipendente i conti devono tornare. Conferenze multimediali, film, fotografie, libri, guida di spedizioni, seminari di motivazione per manager, sponsoring e crowdfunding lo rendono possibile.

Ciò nonostante, oggi c’è ancora gente che, con scarsi mezzi e attrezzature rudimentali, attraversa deserti, supera montagne, percorre foreste primordiali o solca i mari in gommone. Come avventurosi loro malgrado, milioni di profughi cercano l’esatto opposto dei professionisti dell’avventura: una quotidianità ordinata e sicura, che non saranno mai più costretti ad abbandonare. I veri avventurosi sono persone che non vorrebbero assolutamente esserlo.

Professione avventura

In un film che ho visto di recente, un giovane risponde alla domanda su cosa vorrebbe nel futuro: «L’avventura!» Il mestiere dell’avventura sembra non rappresentare più alcunché di insolito. Reinhold Messner, per esempio, in un’intervista si è definito un «freelance dell’avventura». «Avventuroso per professione» era il titolo dato dalla NZZ a un articolo sull’alpinista estremo, cineasta e fotografo Thomas Ulrich, dopo che nel 2006 aveva tentato di attraversare l’Artico con gli sci ed era approdato su un lastrone di ghiaccio. Con viaggi avventurosi ai «tre poli geografici» – il Monte Everest, il Polo nord e il Polo sud – si è fatta un nome la guida di montagna Evelyne Binsack. La «Grenzgängerin», questo il titolo del suo libro, che non allude ovviamente a uno statuto di lavoratori (i frontalieri), ha nel frattempo anche scalato con grande eco mediatica un palazzo amministrativo a Francoforte.

Diversamente dall’esploratore polare Fridtjof Nansen o dal pioniere dell’Everest George Mallory, gli avventurosi del XXI secolo sono attrezzati al meglio quanto a tecnologia, abbigliamento e visibilità mediatica e costantemente online via satellite. Il blog quotidiano, corredato dalle immagini più spettacolari per fan e follower, è ormai un must. Poiché accanto alla quiete e alla solitudine nelle tempeste dei ghiacci eterni, l’avventuroso freelance è fatto anche del rumore e delle tempeste dell’attenzione mediatica.

L’avventura per guadagnarsi il pane – un autentico paradosso. Avventura significa partire, lasciarsi alle spalle il mondo quotidiano alla ricerca dell’ignoto, dello straordinario. Tuttavia, come i loro siti web ben dimostrano, i professionisti dell’avventura non riescono a sciogliersi dai vincoli economici e sociali. Le loro spedizioni sono costose e, a fine anno, come per ogni indipendente i conti devono tornare. Conferenze multimediali, film, fotografie, libri, guida di spedizioni, seminari di motivazione per manager, sponsoring e crowdfunding lo rendono possibile.

Ciò nonostante, oggi c’è ancora gente che, con scarsi mezzi e attrezzature rudimentali, attraversa deserti, supera montagne, percorre foreste primordiali o solca i mari in gommone. Come avventurosi loro malgrado, milioni di profughi cercano l’esatto opposto dei professionisti dell’avventura: una quotidianità ordinata e sicura, che non saranno mai più costretti ad abbandonare. I veri avventurosi sono persone che non vorrebbero assolutamente esserlo.

Professione avventura

In un film che ho visto di recente, un giovane risponde alla domanda su cosa vorrebbe nel futuro: «L’avventura!» Il mestiere dell’avventura sembra non rappresentare più alcunché di insolito. Reinhold Messner, per esempio, in un’intervista si è definito un «freelance dell’avventura». «Avventuroso per professione» era il titolo dato dalla NZZ a un articolo sull’alpinista estremo, cineasta e fotografo Thomas Ulrich, dopo che nel 2006 aveva tentato di attraversare l’Artico con gli sci ed era approdato su un lastrone di ghiaccio. Con viaggi avventurosi ai «tre poli geografici» – il Monte Everest, il Polo nord e il Polo sud – si è fatta un nome la guida di montagna Evelyne Binsack. La «Grenzgängerin», questo il titolo del suo libro, che non allude ovviamente a uno statuto di lavoratori (i frontalieri), ha nel frattempo anche scalato con grande eco mediatica un palazzo amministrativo a Francoforte.

Diversamente dall’esploratore polare Fridtjof Nansen o dal pioniere dell’Everest George Mallory, gli avventurosi del XXI secolo sono attrezzati al meglio quanto a tecnologia, abbigliamento e visibilità mediatica e costantemente online via satellite. Il blog quotidiano, corredato dalle immagini più spettacolari per fan e follower, è ormai un must. Poiché accanto alla quiete e alla solitudine nelle tempeste dei ghiacci eterni, l’avventuroso freelance è fatto anche del rumore e delle tempeste dell’attenzione mediatica.

L’avventura per guadagnarsi il pane – un autentico paradosso. Avventura significa partire, lasciarsi alle spalle il mondo quotidiano alla ricerca dell’ignoto, dello straordinario. Tuttavia, come i loro siti web ben dimostrano, i professionisti dell’avventura non riescono a sciogliersi dai vincoli economici e sociali. Le loro spedizioni sono costose e, a fine anno, come per ogni indipendente i conti devono tornare. Conferenze multimediali, film, fotografie, libri, guida di spedizioni, seminari di motivazione per manager, sponsoring e crowdfunding lo rendono possibile.

Ciò nonostante, oggi c’è ancora gente che, con scarsi mezzi e attrezzature rudimentali, attraversa deserti, supera montagne, percorre foreste primordiali o solca i mari in gommone. Come avventurosi loro malgrado, milioni di profughi cercano l’esatto opposto dei professionisti dell’avventura: una quotidianità ordinata e sicura, che non saranno mai più costretti ad abbandonare. I veri avventurosi sono persone che non vorrebbero assolutamente esserlo.

Professione avventura

In un film che ho visto di recente, un giovane risponde alla domanda su cosa vorrebbe nel futuro: «L’avventura!» Il mestiere dell’avventura sembra non rappresentare più alcunché di insolito. Reinhold Messner, per esempio, in un’intervista si è definito un «freelance dell’avventura». «Avventuroso per professione» era il titolo dato dalla NZZ a un articolo sull’alpinista estremo, cineasta e fotografo Thomas Ulrich, dopo che nel 2006 aveva tentato di attraversare l’Artico con gli sci ed era approdato su un lastrone di ghiaccio. Con viaggi avventurosi ai «tre poli geografici» – il Monte Everest, il Polo nord e il Polo sud – si è fatta un nome la guida di montagna Evelyne Binsack. La «Grenzgängerin», questo il titolo del suo libro, che non allude ovviamente a uno statuto di lavoratori (i frontalieri), ha nel frattempo anche scalato con grande eco mediatica un palazzo amministrativo a Francoforte.

Diversamente dall’esploratore polare Fridtjof Nansen o dal pioniere dell’Everest George Mallory, gli avventurosi del XXI secolo sono attrezzati al meglio quanto a tecnologia, abbigliamento e visibilità mediatica e costantemente online via satellite. Il blog quotidiano, corredato dalle immagini più spettacolari per fan e follower, è ormai un must. Poiché accanto alla quiete e alla solitudine nelle tempeste dei ghiacci eterni, l’avventuroso freelance è fatto anche del rumore e delle tempeste dell’attenzione mediatica.

L’avventura per guadagnarsi il pane – un autentico paradosso. Avventura significa partire, lasciarsi alle spalle il mondo quotidiano alla ricerca dell’ignoto, dello straordinario. Tuttavia, come i loro siti web ben dimostrano, i professionisti dell’avventura non riescono a sciogliersi dai vincoli economici e sociali. Le loro spedizioni sono costose e, a fine anno, come per ogni indipendente i conti devono tornare. Conferenze multimediali, film, fotografie, libri, guida di spedizioni, seminari di motivazione per manager, sponsoring e crowdfunding lo rendono possibile.

Ciò nonostante, oggi c’è ancora gente che, con scarsi mezzi e attrezzature rudimentali, attraversa deserti, supera montagne, percorre foreste primordiali o solca i mari in gommone. Come avventurosi loro malgrado, milioni di profughi cercano l’esatto opposto dei professionisti dell’avventura: una quotidianità ordinata e sicura, che non saranno mai più costretti ad abbandonare. I veri avventurosi sono persone che non vorrebbero assolutamente esserlo.

Professione avventura

In un film che ho visto di recente, un giovane risponde alla domanda su cosa vorrebbe nel futuro: «L’avventura!» Il mestiere dell’avventura sembra non rappresentare più alcunché di insolito. Reinhold Messner, per esempio, in un’intervista si è definito un «freelance dell’avventura». «Avventuroso per professione» era il titolo dato dalla NZZ a un articolo sull’alpinista estremo, cineasta e fotografo Thomas Ulrich, dopo che nel 2006 aveva tentato di attraversare l’Artico con gli sci ed era approdato su un lastrone di ghiaccio. Con viaggi avventurosi ai «tre poli geografici» – il Monte Everest, il Polo nord e il Polo sud – si è fatta un nome la guida di montagna Evelyne Binsack. La «Grenzgängerin», questo il titolo del suo libro, che non allude ovviamente a uno statuto di lavoratori (i frontalieri), ha nel frattempo anche scalato con grande eco mediatica un palazzo amministrativo a Francoforte.

Diversamente dall’esploratore polare Fridtjof Nansen o dal pioniere dell’Everest George Mallory, gli avventurosi del XXI secolo sono attrezzati al meglio quanto a tecnologia, abbigliamento e visibilità mediatica e costantemente online via satellite. Il blog quotidiano, corredato dalle immagini più spettacolari per fan e follower, è ormai un must. Poiché accanto alla quiete e alla solitudine nelle tempeste dei ghiacci eterni, l’avventuroso freelance è fatto anche del rumore e delle tempeste dell’attenzione mediatica.

L’avventura per guadagnarsi il pane – un autentico paradosso. Avventura significa partire, lasciarsi alle spalle il mondo quotidiano alla ricerca dell’ignoto, dello straordinario. Tuttavia, come i loro siti web ben dimostrano, i professionisti dell’avventura non riescono a sciogliersi dai vincoli economici e sociali. Le loro spedizioni sono costose e, a fine anno, come per ogni indipendente i conti devono tornare. Conferenze multimediali, film, fotografie, libri, guida di spedizioni, seminari di motivazione per manager, sponsoring e crowdfunding lo rendono possibile.

Ciò nonostante, oggi c’è ancora gente che, con scarsi mezzi e attrezzature rudimentali, attraversa deserti, supera montagne, percorre foreste primordiali o solca i mari in gommone. Come avventurosi loro malgrado, milioni di profughi cercano l’esatto opposto dei professionisti dell’avventura: una quotidianità ordinata e sicura, che non saranno mai più costretti ad abbandonare. I veri avventurosi sono persone che non vorrebbero assolutamente esserlo.

La montagne di Caio Cartoon

La redazione raccommanda

Una cresta dal sapore himalayano
Una cresta dal sapore himalayano

Una cresta dal sapore himalayano

La cresta che collega la Capanna Resegotti alla Punta Gnifetti, nel massiccio del Monte Rosa, offre un superbo itinerario misto – per non parlare di grande ampiezza e vedute a volontà sulla gigantesca parete di Macugnaga.
Leggere l`articolo
Meteosciamani 2.0
Meteosciamani 2.0

Meteosciamani 2.0

Una previsione meteorologica affidabile è fondamentale per la riuscita delle gite in montagna, e grazie a smartphone e app, oggi il bollettino meteo è sempre disponibile. Le app meteorologiche degli offerenti più diversi sono molte e con prezzi pure diversi. Ma quale dà le migliori previsioni?
Leggere l`articolo
La luce più bella
La luce più bella

La luce più bella

Nei lunghi avvicinamenti prima dell’alba, nelle gite con gli sci del fine settimana o per studiare la carta al riparo della tenda sono imprescindibili: le lampade frontali. Outdoor Content Hub ha sottoposto a illuminazione intensiva dieci di loro in laboratorio e sul campo.
Leggere l`articolo

Sapere di più

FAQ
FAQ

FAQ

Ulteriori informazioni
Feedback