Con vigore sommesso, respira la neve Con le racchette nella Lötschental

L’inverno nella Lötschental significa neve in quantità e tra cime e pendii che sfiorano il cielo. Con le racchette si rimane in basso, dove i larici si scuotono di dosso la neve fresca e i fienili parlano del sole. E Blatten, nell’alta Lötschental, non è affatto un buco senza luce. Istruzioni per un fine settimana soleggiato nell’inverno profondo.

Quando la notte calava sulla Lötschental sommersa dalla neve e l’ultimo, freddo raggio di sole arrossava il Bietschhorn, gli abitanti della valle si radunavano per il cosiddetto «Abend-sitz», la seduta della sera. Si raccontavano leggende, garantendo in tal modo la coesione e la trasmissione delle conoscenze e risparmiando al tempo stesso illuminazione e riscaldamento. Johann Siegen (1886-1974), durante sessant’anni priore di Lötschen, raccolse quelle saghe – proprio come lo scrittore bernese Johannes Jegerlehner (1871-1937). In quella che narra la nascita del Langgletscher si legge: «Dalla bocca del ghiacciaio scorreva un ruscello di un bianco lattiginoso, che chiamarono Lonza e che in seguito schiumeggiava lungo la valle. Le notti si fecero fresche e d’inverno notevolmente fredde. Ogni mattino, le fontane mostravano denti di ghiaccio e una sottile crosta gelata.»

 

Zanne nere nel cielo della sera

Ma il pomeriggio il sole fa capolino dietro il Bietschhorn. È l’ultimo momento propizio per calzare le racchette e incamminarsi lungo il fiume Lonza fino alla bianca cappella di Kühmad, e se la luce basta salire alla Fafleralp e alla croce di vetta della Gletscherflue. Al ritorno, la valle disabitata fin su alla Lötschenlücke è alle spalle, mentre davanti si stende quella abitata fino ai Rothörner, i «corni rossi», di Faldum, Resti e Ferden, che si conficcano nel cielo della sera come nere zanne. Prima del buio bisogna trovarsi sotto Gletscherstafel, dove d’estate emerge il grande parcheggio e l’autopostale fa inversione. D’inverno, invece della strada qui si trovano la pista di fondo e il sentiero escursionistico. Proprio quest’ultimo riconduce in tutta sicurezza anche nell’oscurità verso le finestre illuminate delle case in legno di Blatten, che ammiccano sotto le masse di neve

 

Tutti i solchi avvolti nel bianco

La neve nella Lötschental. Hedwig Anneler (1888-1969) ne ha descritto i poteri magici e distruttivi nel 1917 nello straordinario volume Lötschen, das ist: Landes- u. Volkskunde des Lötschentales (Lötschen, studio della cultura e folclore della Lötschental), illustrato con circa 200 disegni del fratello Karl. Da sempre la Lötschental stimola autoctoni e visitatori a descriverla, ma l’opera dei fratelli Anneler si staglia maestosa come lo stesso Bietschhorn. Hedwig Anneler, che nel 1912 fu una delle prime donne a conseguire il dottorato in filosofia all’Università di Berna, fu al tempo stesso etnologa e scrittrice. Ecco un assaggio innevato del suo monumentale libro sulla Lötschental: «Sono ormai livellati tutti i solchi e i canali, e i piccoli avvallamenti, tutti i mucchi di pietre e i massi più piccoli; morbidamente avvolti quelli più grossi. Sotto la medesima coltre riposano celati la roccia selvaggia, l’infame pietrisco, la benevola terra. Solo le forme più ampie della valle ancora si distinguono, più chiare che non d’estate, quiete e ammorbidite dalla lanugine bianca.» E un paio di righe più avanti, questa splendida frase: «Con vigore sommesso, respira la neve.»

 

Dall’ombra di Blatten

Non succede anche a noi, a volte? Di certo quando al mattino si è lasciato il villaggio di Blatten ancora in ombra e, con le racchette legate allo zaino, seguendo la stradina si è saliti fino al piccolo nucleo di Wyssried, penetrando in un mondo inondato di luce. Via la giacca, su gli occhiali da sole. In questo minuscolo villaggio situato su una terrazza soleggiata 200 metri più alta del fondovalle sorgono un paio di edifici tra i più antichi della Lötschental. Vecchi di parecchi secoli, hanno resistito a tutti gli scoscendimenti e le valanghe che precipitano rumoreggiando a valle a destra e a sinistra della Wyssriedbaan. Se da qui al Tellistafel la via è ben tracciata, le racchette possono rimanere sullo zaino. Ma da questo alpeggio è impossibile proseguire senza calzare un’attrezzatura adatta. Non si sale oltre. Tellin è la destinazione: d’estate un altopiano erboso con singoli massi e gli ultimi larici, chiuso dietro dalla parete rocciosa coronata di ghiaccio del Tellingletscher con le sue numerose cascate gelate, e sui fianchi dalle scarpate del Tellihorn e della Tellispitza. Lo sguardo è così guidato in direzione del sovrano della Lötschental. Il Bietschhorn sconcerta con il suo spettacolo di piramide a due punte. Tracce di sci tagliano qua e là la coltre nevosa, ma questo non disturba. Si sale a sinistra, quindi a ovest, della Gisentella, perché a est inizia la zona di quiete della selvaggina di Blatten, nella quale è vietato entrare e che si innalza verso la Tellispitza. Rapidamente, ecco reperito un masso riparato dal vento. Seduti sulle racchette e sugli zaini, sembra che pane e salsiccia non siano mai stati altrettanto gustosi. «En Güeta!», come si dice nell’Alto Vallese.

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