Dent Blanche

Di L. Vassalli.

Agosto 1934. Oggi è giornata di riposo. Nel tranquillo dormitorio della capanna Schönbühl 1a grigia stoffa dei miei pantaloni, troppo vecchia ormai per resistere agli attacchi aspri delle rocce, è stata riunita, pezzetto per pez-zette Dietro alla capanna, all' ombra, se ne stanno, spelacchiati e unti, i nostri scarponi. Oggi è giornata di riposo. Accanto alla capanna sibila gaia la sega: i miei compagni sminuzzano, con uno zelo straordinario, mucchi e mucchi di legna per il guardiano; non saprei specificare se per amore del prossimo o per amore di una buona bottiglia di « fendant »...

Oggi è giornata di riposo. Bisogna approfittarne per annunciare a casa, con una cartolina poco allarmante ( la capanna con nello sfondo qualche cima secondaria ) che il tempo è splendido, che la salute è ottima. Bisogna approfittarne per inviare saluti ai parenti, agli amici ( e qui si scelgono le car-toline... artistiche ). Sulla ruvida cassa rovesciata che mi serve da scrivania si ammucchiano le cartoline. Parte il Cervino per la città... Alzo gli occhi: di fronte a me s' erge, splendida, tentatrice, la nota tôrta piramide. Ho una vecchia ruggine con te, lo sai? Solo ieri l' altro mi respingesti, e per la seconda volta... Eravamo giunti alla tua capanna, a più di 3000 m ., sfidando il vento gelido che ci assaliva fischiando « noo » « noo » e scagliandoci contro il viso la neve tagliente. Ma neve fresca e « vetrato » ricoprivano le tue rocce: per due giorni non c' era nulla da fare. Anche per quest' anno devo riunciare a te, ma ti dico arnvederci, non addio, arnvederci, capisci? La montagna taglia bella e impassibile il cielo azzurro: non ode nulla, non capisce nulla.

Un subito rombo mi fa sussultare: un tremito terribile ha scosso i seracchi del ghiacciaio di Furggen e il ghiaccio rotola, rombando, lungo la liscia parete. Un pulviscolo bianco sale... Un ultimo fremito nell' aria... Ritorna la quiete.

La nostra meta è la Dent Blanche, immenso robusto dente che ha per dentifricio l' alito purissimo dell' alpe. Gentilissima una guida di Zermatt, che parte con un Inglese, ci chiama. Sono le tre. La seguiamo riconoscenti: non si perde tempo nella scelta del cammino. Il giovane sale con passo lento, eguale, il ripido sentiero alla sommità della morena, volgendosi di tanto in tanto per chiedere senz' arrestarsi: « Ça va? » Ecco il ghiacciaio: Per procedere più spediti ci organizziamo in due cordate. Scricchiola la neve gelata sotto i nostri chiodi; buchi neri rivelano gli obliqui crepacci. Si spengono i lumi. Siamo in una specie di conca limitata da rocce nere dietro alle quali spicca sempre più un cielo limpidissimo, in cui le stelle si scolorano, a poco a poco. E' esaurita per oggi la loro missione; radiosa avanza la luce.

Ecco il crepaccio terminale, le prime rocce. La voce della guida: « Verglas, attention! » Uno scricchiolio di chiodi, un picchiettio di piccozze e, un inatteso scivolone dell' Inglese, senza conseguenze. Roccia, terra mobile im-pastata con neve. Dopo una breve sosta riprendiamo la ripida salita. Eccoci al « Frühstückplatz », inizio della cresta. L' Inglese accetta sottomesso il pane imburrato e il tè che la guida gli porge. Lo osservo mentre mangia, com-passato, e non posso capire cosa lo attragga quassù. Forse sente la montagna come noi e più di noi, ma, a me, non sembra che un fantoccio che si muova meccanicamente, ai cenni della guida.

Sono le 6. Catene e catene, tutt' attorno, gareggiano in isplendore, sotto i caldi raggi dorati. Magica la parete nord del Cervino attrae i nostri sguardi. Una forza novella ci penetra, ci spinge: avanti, avanti.

Percorriamo una conca morbida di neve, dalla sommità della quale si vede il palo indicatore della Rossier, la capanna più alta della Svizzera a 3600 m. Ora incomincia la vera cresta, la roccia con le sue placche rossicce, con i vigilanti gendarmi i quali, oggi, sono evidentemente di malumore. Già il primo si rivela incorruttibile. Invano la guida tenta di girarlo a sinistra: livido ghiaccio ottura le fessure, copre gli appigli; essa deve ritornare, piano piano, sui suoi passi. Non ci resta che attaccare il rigido poliziotto. Le ruvide placche non offrono che rari appigli, ma solidissimi. Si avanza a corda tesa strisciando. Un pendio ripidissimo e abbastanza ghiacciato frena il nostro assalto: salta aspro il ghiaccio al morso delle piccozze. La guida è scomparsa con il suo turista e siamo soli nella bella lotta contro la montagna. I nostri due compagni, che hanno raggiunto la cresta, ci lanciano la loro corda: saliamo così più rapidi e più sicuri. Ora siamo legati in quattro; si procede più lentamente, ma che importa? La giornata è tutta, tutta per noi. Siamo sul versante della montagna privo di sole: gelata è la neve che copre le rocce, fredda l' atmosfera; nelle frequentissime pause, mentre, con lo sguardo in alto, si seguono le evoluzioni dei compagni, le mani intirizzite si rifugiano nelle tepide tasche, i piedi, se appena appena è loro concesso, battono contro la roccia... e la neve, sull' altro versante, brilla accecante per lieto sole. Ancore uno sforzo, ed ecco anche noi travolge l' almo calore: un vigore novello ci scuote le membra e ci spinge in avanti. L' ultimo gendarme è superato, splende a noi dinnanzi un pendio nevoso. Piccole rocce sporgenti, bianchi erti cornicioni con un fremito compatto di grossi ghiaccioli che sembrano sfidare da secoli l' azione lique-facente del sole. Cornicioni; un comunissimo segnale che per noi, in questo momento, rappresenta una cosa bellissima, unica: la vetta, la vetta. Sono circa le 11. Subito sventola al palo bianco il nostro gagliardetto. Ci sediamo un po' più sotto, al riparo dalla gelida brezza. E' in noi la gioia del possesso: per un poco è nostra, tutta nostra, la superba Dent Blanche. Brilla nei nostri occhi l' esultanza della vittoria: l' abbiamo conquistata, palmo a palmo. Una tazza di tè ristoratore, una manciata di frutta secca, un pezzo di cioccolata: questo per il corpo che ha tanto lavorato, ed al quale dobbiamo chiedere ancora molto.

Una visione stupenda di cime, di catene vicine e lontane, a noi note ed ignote, anelanti verso l' azzurro. Una pace, la divina pace dell' Alpe. E questo è il nostro premio.

Sventola allegramente il nostro gagliardetto investito da un soffio vivace. Scorgiamo ad un tratto quattro alpinisti, piccoli punti neri, che stanno salendo dall'«Arête des Quatres Anes »; rispondiamo alle loro festevoli grida e seguiamo per un poco, col binoccolo, i loro movimenti su di una crestina di neve. E' mezzogiorno, dobbiamo ridiscendere, non senza le classiche fotografie attorno al segnale, sul lucente cornicione. La cresta è ripida. Abbiamo fatto nuovamente due cordate. La discesa è lenta. Ecco i gendarmi. Essi non hanno ancora rischiarato il viso. Ad un tratto la piccozza di Tita, stanca di rimanere inoperosa, premuta dalla corda, approfitta di uno spuntone di roccia per spiccare un salto; eccola che rimbalza veloce per il ripido pendio, ma l' imprudente vede laggiù, sotto sotto, certe boccacce bluastre, spalancate e tosto si arresta, appena appena in tempo. Con settanta metri di corda Tita potrà scendere a riprenderla e coll' aiuto dei due compagni risale e ci raggiunge soddisfatto.

Siamo sul pendio ripido, gelato. Bisogna scendere con molta precauzione, assicurandoci alla meglio. Per conto mio senza aiuto non ci riuscirei... Anche questo ostacolo è superato, e così pure le placche dell' ultimo gendarme. Sono le 17 e mezzo! Ora presto presto al « Frühstückplatz » dove i ferri da ghiaccio, lasciati il mattino, vengono rimessi nei sacchi. Avevamo sognato una gustosa merenda su questi ruvidi blocchi, ma ormai è troppo tardi... Sta zitto, stomaco impertinente, oggi non è un giorno come tutti gli altri. Nella rapida discesa sulla neve molle e sulla terra malferma, mi trovo d' un tratto sedutaPoveri pantaloni, ora non siete solo stracciati, ma anche impiastricciati di fango. Ecco il ghiacciaio. Non facciamo più il giro del mattino, ma lo accorciamo con divertente scivolata. In seguito il ghiacciaio diventa pianeggiante, ma interminabile. No, per fortuna ha anch' esso un termine: la grigia morena, sulla quale sciogliamo le corde, le arrotoliamo in fretta, e poi giù, rapidissimi, sul polveroso, ripido sentierino, poichè il tempo stringe; sono quasi le 19.

Davanti all' ospitale capanna la grande bandiera del C.A.S. ci sventola il benvenuto.

« Un télégramme! », la voce della guardiana mi fa sobbalzare. « C' est vous monsieur Calvi? » e porge a Tita il foglio verde. Siamo diventati tutti pallidi, Tita esita un poco prima di aprire... E' Don Giugni che chiede se può venire per salire al Cervino; attende risposta. Un rapido concilio, decidiamo: domani, sabato, Obergabelhorn, domenica Hörnli, lunedì Cervino. Si rientra in capanna per istudiare le carte, per preparare con entusiasmo la gita nuova.

Io lancio uno sguardo lietissimo alla superba montagna e con il mio migliore sorriso le dico « A presto, a prestissimo! »

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