In cerca di avventura sullo sfondo del Cervino Sulle orme di Guido Rey alla Pointe du Tsan

Cima discosta della Valtournenche, rima con difficoltà moderate, roccia solida, panorami grandiosi e ricorso all’istinto. La Pointe du Tsan saprà soddisfare gli alpinisti amanti dei percorsi fuori dai sentieri battuti.

Vi sono oasi di pace dove il tempo si ferma. È il caso del Bivacco Tsan, nell’alta Valtournenche. Questa volta lo abbiamo preferito al Bivacco Rivolta, peraltro meglio attrezzato e situato a soli tre minuti dall’attacco della Cresta Rey. E senza rimpianti! Appena alzati non ci stanchiamo di ammirare i raggi del sole mattutino che fanno risplendere il Lac du Tsan con le sue acque smeraldine. Chi avrebbe mai creduto che questa Valtournenche, così oberata di risalite meccaniche, potesse offrire un simile regno, dove la natura selvaggia regna ancora incontestata? Con la sua forma piuttosto curiosa e il suo comfort rudimentale, il nostro rifugio partecipa anch’esso a questa ricerca dell’avventura che si anima sino dalla vigilia, alla partenza dai pascoli di Chantorné.

Sotto l’occhio benevolo del Cervino

Spolverate di neve durante la notte, le rocce delle creste hanno il tempo di asciugare durante l’avvicinamento. Quando non è distratto da qualche stambecco o dall’aspetto vieppiù affilato della Punta Cian, come è chiamata nel dialetto locale, il nostro spirito può liberamente vagabondare. La montagna permette anche di ravvivare il ricordo dei racconti di Guido Rey, cantore e poeta delle Alpi, conosciuto per due sue opere, Il Monte Cervino e Alpinismo acrobatico, e per i suoi tentativi accaniti di superare il bastione sommitale della cresta di Fürggen del Cervino, finalmente percorsa nel 1899 grazie a una corda lanciata dalla vetta. Alla sua salita del 1896 della cresta est della Pointe du Tsan in compagnia di Antoine Maquignaz, la sua guida, Rey dedica un breve capitolo della sua raccolta, Alpinismo a quattro mani. I paralleli con l’imponente vicino sono frequenti. Durante il suo avvicinamento da Breuil, ne paragona la sagoma a un «Cervino in miniatura». E durante la scalata dei ripidi risalti sommitali, quando della sua guida non vede ormai più che le suole delle scarpe, ha l’impressione di trovarsi nelle parti più scabrose della mitica montagna – che si svela d’altro canto sotto una luce insolita e terribilmente altera sino dai primi metri della cresta.

Lontani dai luoghi sacri

I paragoni si fermano comunque qui. Qui non c’è folla, né ci sono scale o corde fisse. Al massimo qualche sosta su spit nei punti strategici e rari chiodi lungo l’itinerario. Occorre dunque completare l’attrezzatura in funzione dei punti deboli e conservare energia per l’ultimo terzo, dove si concentra l’essenza delle difficoltà. A mo’ di ricompensa, sulla vetta si offre un istante di sospensione. Lì lo sguardo si perde dal Monte Bianco al Monte Rosa, e non si sa più dove girarsi. Ma attenzione: non è ancora finita! La discesa, aperta da tre calate sotto la torre sommitale, prosegue su un terreno da camosci che richiede la più grande attenzione fino in fondo al versante meridionale. E se la strada del ritorno è ben lunga, offre il tempo per assaporare ancora un po’ questa magnifica avventura.

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