L'alta valle Bavona

Da Giuseppe Zoppi.

La valle Bavona si apre, fra due pareti di nuda roccia, presso Cavergno; e si estende elevandosi gradatamente, fino al pizzo Cristallina. Presa per questo verso, essa è tutta in salita e lunga come l' anno della fame. Ecco perchè noi vogliamo percorrerla nell' altro senso. Valicato il passo di Naret, e scesi un poco in un alpe sopra Ossasco, ora ci arrampichiamo su, su, verso la cosidetta Forcola di Cristallina, la quale ci condurrà a vedere dall' alto il più grandioso e potente paesaggio di montagna che abbia il Ticino.

A sinistra, il pizzo Cristallina ostenta nel puro sereno la sua cima acuta e nera. Sotto di essa, comincia subito un nevaio abbagliante. A destra, più in basso, pende da una pastura ripidissima un armento che pasce tranquillo. Il suono dei campani, moltiplicato dagli echi, diventa, nell' aria che trema, una musica di gioia. Sotto i nostri piedi, ora la pietraia scabra, ora la neve morbida e accecante. Più in su, come ci avviciniamo al sommo del valico, non c' è più che neve. Si cammina, non senza sforzo, sul pendio lucente. Il sole dall' alto e la neve dal basso ci creano intorno come una gran fiamma bianca e dorata. Sembra di camminare fuori del mondo, al disopra di ogni sozzura, in un' aria purificatrice, verso il cielo imminente.

Quale sospiro di sollievo, tuttavia, quando siamo in cima! C' è sempre una particolare voluttà a raggiungere una vetta, a ricevere in faccia una buona ventata di aria nuova, a scoprire a un tratto nuove terre e nuovi cieli. Ma qui, più che altrove, c' è da rallegrarsi: tanto è grande, tanto è forte lo spettacolo che si apre innanzi ai nostri occhi felici.

La prima cosa che si colpisce, è che siamo nel regno della neve. A man ritta, sul dorso d' una bella cima inclinata spendono mille pezze di neve, belle come le nuvole del cielo. Innanzi a noi, appena più in basso, s' arrotonda una conca di ghiaccio verdazzurro, verso cui convergerebbero le acque, se riuscissero a sciogliersi dai legami del ghiaccio. Oltre quella piccola conca, se ne indovina un' altra, ben più vasta, ben più tragica: il Lago Sfondato. A sinistra, lungo un' altissima vallea, giace come una immobile valanga ora di terra e sassi, ora di neve e ghiaccio. E laggiù, dall' altra parte della valle, ecco i ghiacciai, coperti di neve recente e, perciò tanto più luminosi: prima, quello dei Cavagnoli, aggrappato a due o tre vallette concave e convergenti verso il fondo; poi, quello del Basodino, adagiato come su un gran piedistallo, massiccio, immane, unico, quanto a forza e potenza nelle Alpe ticinesi.

Siccome questo colosso, d' ora in poi, ci starà innanzi tutto il giorno, noi scendiamo subito fin sull' orlo del Lago Sfondato. E' esso una specie di mondo chiuso, senza uscita, simile a un gigantesco imbuto. Da una parte, le sue pareti sono questi pendu ripidi, coperti di quella genziana che ha le radici amare come veleno; dall' altra, quelle rocce nerastre, tra cui pure s' apre la sua strada un torrentello. In basso poi, neve e neve, che sembra essere affluita laggiù ora come fiume, ora come valanga. Il fondo dell' imbuto dovrebbe essere un lago. Invece è un piano ghiacciato 1 ), assai vasto; segnato e percorso, in ogni senso, da molte e molte striscie lunghe, sporche, e sinuose come serpi: nefasto, bieco, maligno. L' acqua vi entra e non ne esce più 2 ). Non compare, senza moto e senza voce, se non in qualche strappo vicino alla riva e in un crepaccio, largo mezzo metro, proprio sotto i nostri piedi. Ovunque, ha il preciso colore del verderame. Lago, ripeto, che non è lago; acqua che non pare nemmeno acqua. Paesaggio che sembra portare il peso di una maledizione.

Noi altri staremmo qui due ore a guardare; tanto è singolare. Ne viene su un' aria di tragedia. E dire che, poche ore fa, i nostri occhi s' aprivano sull' idillio, in Val Sambuco! Tragedia e idillio: aspetti estremi della vita: aspetti estremi, ma pure non lontani talvolta, del nostro paese piccolo e vario, che non vorremmo, mutare, certo, nemmeno con l' Eldorado.

Voltate le spalle al Lago Sfondato, ci troviamo subito su un picco che strapiomba diritto sul Lago Bianco. Eccolo infatti, laggiù, due cento metri sotto i nostri piedi, non bianco veramente, ma d' un verde indimenticabile che la parola non può dire. Sopra di noi, nascosto in qualche buco dell' ignuda montagna, ci deve essere anche il Lago Nero. Ma noi non ci curiamo di scovarlo. Lo vedremo un' altra volta. E, se no, lo vedremo poi dal Paradiso.

A destra del nostro picco, un sentiero assai ripido ci porta giù verso il Lago Bianco. Più in là pasce un armento, sospeso presso il cielo. In breve ora, eccoci al « corte » in riva al lago. La cascina, piccolissima, si aggrappa a un enorme macigno, come una bimba paurosa. E ne ha ben donde, la poveretta; perchè altrimenti le valanghe l' avrebbero già soffiata via. Quando piove, poi, essa viene a trovarsi fra il lago che cresce, il torrente che, venendo giù dal ghiaccio dai Cavagnoli, le passa innanzi minaccioso, e un altro torrente che piomba giù, fra un rovinio di sassi, proprio alle sue spalle. Ha ben ragione l' alpigiano di dire, dopo aver rievocato uno spaventoso uragano di alcuni anni fa: « Questo non è un alpe: è la casa del diavolo. » Partendo, lo osserviamo ancora meglio, questo famoso Lago Bianco. Da vicino, l' acqua, pur restando prevalentemente verde, è difatti anche un po' biancastra e come lattiginosa. Trascina con sè un gran carico d' argilla. In essa, molti anni fa, annegarono, non si sa come, due fanciulli che non furono più mai ripescati. Ancora oggi, batte e ribatte avida contro la riva. Pare una belva in agguato. E porta sul dorso, là verso il centro del lago, un pezzo di ghiaccio, bianco e azzurro nel sole.

Valicato poi il torrente — ma è già quasi un fiume, ormai — che esce dal Lago Bianco, un buon sentiero ci porta, come io desidero, alle spalle dell' alpe di Robiei. Voglio rivedere la grande conca erbosa e profonda, cinta tutta intorno di rupi altissime, che una volta mi apparve popolata di bestie come il Paradiso terrestre. Eccola, eccola: vuota, stavolta, ma anche più eloquente nel suo grande silenzio. Il piano centrale, proprio sotto di noi, è paludoso, con molte e molte piccole pozze disposte, l' una accanto all' altra, nel più leggiadro modo che si possa immaginare, simili a grandi occhi di stupore e di cielo.

Meravigliosa pace dell' alpe. Il ghiacciaio del Basodino è più che mai innanzi a noi; con ai piedi le scogliere violacee che lentamente il ghiaccio e le acque corrodono. Ma ora tutto riposa, mentre noi scendiamo verso le cascine. Alcuni alpinisti vanno e vengono intorno alla fabbrica del rifugio Basodino, appena cominciata, che permetterà fra breve di soggiornare quassù, con ogni agio. Noi scendiamo, attraversiamo il fiume su una palancola tremante, e ci troviamo ai piedi della gran cascata di Lielpe.

L' acqua — scrivevo alcuni anni fa — compare sull' orlo dello sbalzo, s' incurva ruggendo, precipita schiumando e rombando, bolle e ribolle entro una conca piccola, riprecipita più grande, più sonante, più bella. Rocce del più cupo viola, ai due lati; ragnatele di verde qua e là; lassù, contro il cielo, un masso erratico, così miracolosamente posato sulla convessa schiena del monte, che sembra non toccarla neppure e reggersi, senza sostegno, nell' aria.

Non aggiungiamo nulla alla descrizione di un tempo. Ascoltiamo ancora la gran cascata che pare la voce d' un dio, e partiamo. Qui comincia la bassa valle Bavona, quella che tutti conoscono, la meno bella. Ecco le prime piante, il primo prato. Nebbie e nebbie volano veloci sui monti, da una cima all' altra. Un' ombra sempre più densa sale dalla terra. Affrettiamoci. Viene la notte.

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