L'incompiuta. — Al Gridone

Di Augusto Giugni

( Ossia una « prima » riuscita male ) Con 1 illustrazione ( 131 ) ( Ascona ) « Sarò sincero ad ogni costo, ora che la verità è contro di me, come lo fui quando era per me; la montagna, che ci ridona le virtù dei fanciulli, ci fa semplici, schietti, leali... » Riferirò quindi fedelmente le impressioni acute, provate in quel giorno ( ormai lontano ) con lo struggimento che ancor oggi mi cuoce per la mancata vittoria!...

( Sto rileggendo, nel silenzio fecondo della mia celletta monastica, gli appunti del mio taccuino d' alpinista; è una lettura, che mi rischiara e mi rincora, suggerendomi riscontri, armonie tra le ascensioni d' allora e quelle di oggi!... Rileggo e trascrivo fedelmente: la lezione, che balza fuori da questa narrazione, potrà servire a qualche ardimentoso troppo avventato. ) La « direttissima » al Gridone ( Centovalli ) per la parete nord, mi aveva lungamente e irrestibilmente attratto per quel fascino di mistero, d' avven, di rischio, che una « prima », sia pur modesta, esercita sempre su un alpinista, tanto più se è di casa. L' avevo attentamento studiata e mi pareva di poterla realizzare; un punto solo mi lasciava perplesso, circa a metà parete, ove si scorgono nettamente due striscie nere parallele, che scendono verticalmente su un lastrone liscio e viscido. Durante l' inverno, esaminando minutamente col binoccolo le minime asperità della roccia, che rattenevano la neve, ebbi la speranza di poter superare anche quel passo cruciale.

Venne la bella stagione. Mi sentivo in forma. Telefonai a Tita, il mio indispensabile capocordata in simili imprese. Disdetta; mi risponde desolatis-simo che non può venire; deve partire per il Vallese, ove ha trovato finalmente lavoro. Non sapendo quando potrà tornare, mi consiglia di prendere con me qualcun altro. Ma io l' aspetterò anche a costo di compromettere la mia impresa.

L' anno seguente fu per me dolorosissimo: la morìa, portandomi via di schianto in pochi giorni i due giovani carissimi miei viciniori, mi obbligò ad un lavoro più che triplicato in condizioni disumane e mi ridusse a un cencio! Fu ancora la montagna a ridarmi lentamente forza e coraggio. Feci erigere una croce monumentale sulla vetta del Gridone. Una bella scalata al Cervino mi aveva ridato fiducia. Ma anche allora non mi fu possibile aver Tita. Più tardi, avendo sentito dire che due alpinisti di Locarno mi avevano soffiato la mia « prima », ne provai un acuto dolore, come se mi avessero in-volato un oggetto inestimabilmente caro! ( Seppi da più precise informazioni che i due bravi scalatori non avevano rubato nulla; ma l' allarme era dato e sollecitai il mio compagno perchè venisse al più presto, benchè non mi sentissi bene! Errore, che ho poi scontato amaramente; certe ascensioni non vanno tentate quando non si è in forma !) Il 23 luglio ricevo una telefonata da Calvi.

— « Per quella salita, se crede, posso venire domani.»«Domani ?! Caro mio, arrivi proprio in un brutto momento: da due o tre giorni ho stomaco e intestini in pieno disordine. Rimandiamo di qualche settimana. Ormai s' è tanto aspettato.»«Ci ho solo domani o dopo. » — L' idea di rimandare ancora alle calende greche mi spaventa.

— « Bè, vieni domani; vuol dire che andremo solo a vedere.»Era la stessa frase anodina, che avevo usato alla vigilia della nostra direttissima al San Salvatore !) All' indomani percorriamo la tortuosa mulattiera che ci porta alla frazione di Bordei ( Palagnedra ), ove passeremo la notte nella casa ospitale dei Damotti.

Avevo ventilato, in un primo tempo, l' idea di bivaccare al punto di attacco, a metà valle circa, di fronte ai ruderi dell' antico « alpe ». Ma una notte di bivacco, in condizioni così infelici, mi avrebbe spossato di più delle due orette di salita per il ripido sentiero della valle. A cena, per sciocco rispetto umano, non oso rifiutare del salame, benchè preveda che mi farà male. Notte cattiva, insonne. Partiamo di buon' ora, al buio. Spero, invano, che l' aria frizzante e il moto mi liberino dal mio spossante malessere. Tento di suggestio-narmi che non è niente, che passerà, che sto già meglio; ma lo stomaco mi risponde con conati di vomito. Tita mi passa « roba forte » e succede la rivolta! Una breve sosta. Si riprende a salire per l' erta china. Sto un po' meglio, ma mi sento tanto fiacco.

Arriviamo al punto di attacco verso le cinque. Sono quanto mai perplesso; non oso dirlo a Tita; chissàSopra uno sperone, al sicuro dall' ingordigia delle capre, deponiamo tutto ciò che non ci è indispensabile. Calziamo le pedule; ci leghiamo ad una corda e metto l' altra a tracolla mentre Tita si arma di chiodi, martello e persino di picchetti per un' eventuale assicurazione in terreno erboso. Seguo queste operazioni con crescente ostilità: vorrei riposare, aspettare ancora. Tita ha già attaccato una crestina antipatica; mi invita a seguirlo; non posso, provo una ripugnanza estrema:

— « Senti... scendi; forse più in là, in quel camino sarà meglio...»«Non faccia storie, diamine; di quì è facile; su, su! » — Tentenno, nicchio...

— « No, da retta a me, scendi, mi impressiona troppo; di là sarà meglio. » — E il buon Tita scende. Per raggiungere il camino, bisogna attraversare una piodessa liscia; mi riprende la mia insormontabile avversione! Quando ha già compiuta ormai la traversata, gli dico, desolato:

« Ascolta, caro; è inutile proseguire: oggi non mi sento di fare nè sforzi né rischi; non va, non va e non va!»«Suvvia, non faccia il bambino, ora; ci sono buonissimi appigli, non si faccia compatire! » — La sferzata all' amor proprio mi scuote, mi esaspera, mi fa reagire in pieno! Lo raggiungo in una buca che sovrasta il punto di attacco e che si trova ai piedi di una lunga, irregolare spaccatura, la quale taglia, leggermente inclinata, buona parte della parete; là dentro mi sentirò più al sicuro: è la solita, e spesso fallace, lusinga dei camini. Il nostro ha le paretine viscide e il fondo ingombrato da sassi incastrati, che ostacolano seriamente la salita; ci vuol occhio, tatto, avvertenza, abilità, ma ci vuol anche forza... e mi sento tanto fiacco! Mi tiro su a stento, senza tecnica, sbuffando e imprecando, stringendo i denti; e mi tornano le nausee! Mentre Tita dà l' assalto al camino seguente, mi butto a terra per riprender fiato e forze. In questo nuovo sbalzo, a più riprese, devo farmi aiutare: mi vengon meno le forze; vitaccia grama! Ma poi il camino diventa meno ripido e meno disagevole; dà adito infine ad uno spiazzo confortevole; oh, poter fare una lunga sosta! Mi metto supino sui sassi, allargo le braccia e i polmoni; così va meglio... ma chesopra il mio naso vedo due strisce nere: sono i due scoli del punto cruciale. Mi tornassero almeno le forze!

L' INCOMPIUTA. AL GRIDONE«Vedi, Tita, siamo al punto più difficile della scalata. Se riusciamo a superare quel brutto muro li, siamo a cavallo; sopra sono certo di poter proseguire, poichè sono sceso un giorno per il crestone nord-est fin dove strapiomba sulla valle di Bordei e, da un esame attento dell' ultimo tratto della parete, mi convinsi che era fattibile; tutto sta nel passare di lì.»«E passeremo anche di lì.»«Tu, si; ma io, no.»«Di lì si può passare, e passeremo tutti e due. » — Mi vuol suggestionare, si capisce; e Dio sa se mi lascerei volontieri magne-tizzare; ma delle nebbie pesanti, minacciose, vengono a paralizzare il buon effetto delle sue parole. Guardo con disperato rammarico il liscio muraglione, che si drizza davanti a noi.

— « In quella roccia dura, ostile, non si possono piantar chiodi; e senza assicurazioni si rischia troppo!»«Sa, che è un gran crapone' lei ?! Ora le faccio veder io come si fa a passare. »«No, Tita, per carità, non far sciocchezze. Ti credo, ma io non me la sento di seguirti, in queste condizioni. Proviamo a girare l' ostacolo, salendo per quel camino a destra; troveremo forse sopra un passaggio meno difficile per riprendere la direttissima. » — Povero Tita, morde il freno; gli brucia di dover rinunciare; ma cavalie-rescamente, cede e attacca il camino. E' in forma superba! Mentre seguo con ammirazione ogni sua mossa, mi esaspera ancor più la mia insufficienza. Com' è brutto, deprimente, sentirsi impari a ciò che si è lungamente desiderato, accuratamente preparato e che non si può realizzare perchè vengono a mancare le forze e, con esse, la sicurezza, la fiducia!

A metà camino circa, ci fermiamo su un piccolo ripiano, per tentare una uscita in aperta parete. Tita fa una traversata spettacolosa; quando raggiunge il labbro del camino, si ferma, fruga, cerca invano degli appigli inesistenti; fa una larga spaccata; poi torna cautamente alla posizione iniziale. Io incomincio a sgomentarmi, a tremare; vorrei distogliere gli occhi, ma non posso non guardare! Egli tenta di piantare un chiodo; i colpi metallici, secchi, irritanti mi fanno male! Il chiodo non entra, s' incurva, gli sfugge e rimbalza con ironico tintinnio giù pel camino. Ne infigge un altro in una fessura e quello entra fin troppo facilmente; non deve tener gran che! Vi aggancia un moschettone, nel quale fa passare la corda, poi si allunga, si protende per raggiungere la cresta; ma il chiodo ciurla...

— « Torna, Tita, torna, non posso più reggere a questa tortura. » — Ed egli torna, adagio, adagio. Riprende la salita improba del camino, che si fa più stretto e strapiombante; col sacco non può più procedere; scende e se ne sbarazza. Risale poi, arrancando; si gira e continua alla spazzacamino; riprende la posizione normale per sbucar fuori e scompare. Sopra non dev' essere facile poiché la corda scorre lentamente, con frequenti fermate. Gli grido: « Non c' è più corda; come va?»«Bene, mi occorre ancora un pò di corda; salga di qualche metro. » — Salgo fin dove posso, ma il sacco m' impedisce di proseguire...

— « Non posso venir più su. Mi assicuri?»«Un momento... Venga. » — Mi tiro su faticosamente, impacciato come sono dal sacco; dopo due o tre bracciate, mi trovo incagliato in pieno camino«Tira, Tita; non posso svincolarmi da solo. » — La corda mi da degli strattoni vigorosi, dolorosi, senza riuscire a disin-cagliarmi. Con uno sforzo estremo riesco a staccarmi dalla parete, puntando le gambe orizzontalmente e restando sospeso alla sola corda. Riprendo contatto con la roccia e, trovato un buon appiglio, mi sollevo di viva forza sulle sole braccia... ma, ecco, come un pallone che si affloscia, mi vengano a mancare all' improvviso le forze e cado come corpo morto. Mio Dio! la corda non mi sorregge, scorre... ma, allora, trascino anche lui«Titaaa... » — La corda si è fermata. Ne sia ringraziato Iddio.

— « Ehi! Cosa succede?!»«Calami giù, Tita; non ne posso più. » — Mi cala lentamente fino al ripianino, sul quale mi abbatto, sfinito; respiro affannosamente; mi par di morire. Che brutto scherzo! Non mi è mai capitato un simile tradimento! Il mio amico, che non può scorgermi, si inquieta e mi chiede spiegazioni.

— « Non è nulla, passerà. Lascia giù il cordino, che ti mandi il sacco. » — Vengo poi issato anch' io dal mio robusto compagno. Quando gli son vicino, scorgo un lungo solco nerastro: è la traccia delle sue calcagna, conficcate di prepotenza nel terriccio molle e insidioso, per trattenermi... Mi lascio cadere a terra come uno straccio... mi struggo; mi morsico le nocche, rabbiosamente!

Tita vorrebbe tentare ancora una traversata, molto esposta, per rientrare e finire così questa nostra disgraziata « prima ». Ma io mi oppongo recisamente.

— « Senti, c' è una sola cosa da fare: tirarci fuori di qui; e poi basta: per me l' è finita; non son più fatto per simile imprese!»Ho già fin troppo presunto!... tutto crolla, anche il passato, e vien frustrato persino lo scopo buono per cui mi son messo in tali avventure: è il fallimento completoRiusciamo a raggiungere la Croce della vetta. Ai suoi piedi rinasce in me lo spirito: no, tutto non è perduto; a dispetto delle sconfitte e delle incom-prensioni, più dure delle sconfitte, qualcosa mi resta ancora: una cosa nascosta e tanto preziosa, una cosa che nessuno e niente mi potrà strappare mai: « il mio pennacchio! »

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