Messaggi in bottiglia per il futuro Scenari idrologici al Museo alpino

Ancora viviamo nell’invaso d’Europa. Tuttavia, troppo volentieri rimuoviamo il fatto che gli inverni senza neve si moltiplicano e i ghiacciai fondono. Nel 2051, i nostri nipoti si fregheranno gli occhi, poiché la preziosa umidità sarà cosa rara.

«Acqua nostra»: così si chiama la nuova esposizione temporanea del Museo alpino. Il titolo ricorda il Padre nostro: «dacci oggi il nostro pane quotidiano», recita. E noi, abitanti di quello che fu il bacino di carico d’Europa, ci vedremo costretti a pregare per la nostra razione quotidiana d’acqua? La carenza di acqua potabile pulita e disponibile è ad ogni modo già oggi una realtà per ben due terzi dell’umanità.

Sul ritiro dei ghiacciai come conseguenza del cambiamento climatico si è già detto e sentito molto. Gli effetti sarebbero tuttavia limitativi, ha detto Barbara Keller, curatrice della mostra, in occasione della presentazione alla stampa il 25 ottobre 2016. Per questo si è preferito un approccio diverso al tema. Uno sguardo nel futuro, nell’anno 2051: «Come museo, per una volta guardiamo al futuro e non al passato.»

La via percorsa è originale: l’esposizione getta un ponte tra le conoscenze ­attuali della ricerca e la finzione letteraria. A tale scopo, la curatrice ha chiamato a sé il climatologo Rolf Weingärtner in veste di consulente scientifico e la scrittrice Ruth Schweikert come collaboratrice letteraria e concettuale.

La «Partitura acquatica» della Schwei­kert sintonizza il visitatore con il tema in maniera acustica e visiva sin dal­l’inizio della mostra. La spiritosa introduzione rende consapevoli di quanto l’acqua sia profondamente radicata nel nostro linguaggio quotidiano, ad esempio in espressioni come «quant’acqua è passata sotto i ponti», «avere l’acqua alla gola», oppure «nessuno gli bagna il becco».

Contrabbandieri d’acqua

Assieme a tre giovani autrici, Ruth Schweikert ha elaborato sei «futuri idrici» plausibili, invitando l’osservatore a immergersi in possibili realtà acquatiche. Il motto è il seguente: non cader preda della rassegnazione, ma sviluppare alternative agli scenari catastrofici.

Scenograficamente, i visitatori del­l’esposizione vengono guidati attraverso luoghi acquatici inconsueti: un serbatoio di acqua potabile, una centrale idroelettrica, una piscina coperta. In diverse fermate, delle persone raccontano la loro quotidianità nell’anno 2051. Sono voci del futuro. Ad esempio un mercante d’acqua, che nel 2051 raccoglie e vende illegalmente il prezioso liquido.

In un altro punto di sosta, i visitatori sentono parlare del «consumatore vitreo», che in futuro vedrà il proprio consumo d’acqua controllato da un chip impiantato. E un ulteriore spazio racconta di un «Alpine Security Manager» e di come, a rischio della propria vita, tenga sotto controllo i movimenti del terreno sulle vette che si sgretolano perché il permafrost si è sciolto ormai da tempo.

La neve solo al museo

Mediante l’iPad, visitatrici e visitatori possono partecipare a un’assemblea comunale virtuale, chiamata a decidere se utilizzare un serbatoio multiuso nelle montagne per l’acqua potabile o per l’irrigazione di terreni agricoli. In tal modo sarà possibile rendere comprensibili i futuri conflitti d’uso.

Secondo la curatrice Barbara Keller, il futuro dell’acqua come risorsa sempre più scarsa rappresenta il centro e il perno dell’esposizione. Un’idea particolare dell’allestimento è la «stazione invernale». Nelle vetrine di un fittizio museo dell’inverno è possibile vedere come stavano le cose un tempo: cannoni da neve, sciovie a piattello – e neve fusa in vasetti da conserva con le etichette dei luoghi di origine. L’intento è di ricordare a tutti l’epoca in qui la neve cadeva anche a quote inferiori ai 2000 metri.

«I fatti del cambiamento climatico sono ormai noti da tempo», afferma dal canto suo Rolf Weingärtner, del Cen-tro Oeschger per la ricerca climatica dell’Università di Berna. L’inazione di politica e società lo preoccupa personalmente, aggiunge. Eravamo in grado di reagire con misure adeguate, tra le quali la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra rimane senza dubbio una delle più importanti, afferma. L’attendismo è secondo lui l’opzione peggiore: «Il rapidissimo ritiro dei ghiacciai è ritenuto dagli esperti l’avvio di un effetto domino nel sistema di approvvigionamento idrico. Se quelle sorgenti si esaurissero, avremmo davvero un grosso problema», commenta il climatologo.

Un’installazione all’ingresso dell’esposizione «Acqua nostra» mette il dito nella piaga: da due enormi bidoni d’acqua, assemblati a forma di clessidra, l’acqua cola a fiotti – e altrettanto rapidamente potrebbe svanire entro un tempo prevedibile anche il sogno del «bacino di carico Svizzera».

Una boa sul Gottardo

Al termine della mostra, ai visitatori vien chiesto di formulare su carta i loro desideri, i loro timori e le loro speranze all’intenzione dei posteri e di riporli in un’enorme boa rossa che, alla chiusura dell’esposizione verrà ancorata assieme ai messaggi nel lago della Piazza, sul passo del San Gottardo. Nel 2051, il suo contenuto verrà consegnato alla prossima generazione, che avrà modo di verificare se i desideri e le richieste del 2017 saranno stati realizzati nel corso dei precedenti 35 anni. C’è solo da sperare che allora il lago non si sia prosciugato.

Per Ruth Schweikert è già ora scontato che visiterà l’esposizione assieme ai suoi tre figli, di età comprese tra i 9 e il 18 anni – la prossima generazione, quindi. «Sono curiosa delle loro reazioni», afferma. «Da loro e dal loro comportamento dipenderà l’aspetto del mondo dell’acqua nel 2051.»

«Acqua nostra»

La grande esposizione sul futuro del «bacino di carico Svizzera» rimarrà aperta fino al 17 settembre 2017. www.alpinesmuseum.ch

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