Montagne di plastica nel mare Le microplastiche dell’abbigliamento da montagna

Enormi quantità di microplastiche finiscono nell’ambiente, nei mari, nelle Alpi e persino nei nostri corpi. Tra i complici, anche i capi di abbigliamento sintetici – ovviamente anche quelli da montagna. Economia e politica affrontano il problema solo lentamente. Sono perciò necessarie iniziative individuali e istituzionali.

Nel 2050, in termini di peso, nei mari nuoterà più plastica che non pesci. Questo lugubre quadro del futuro è dipinto in un rapporto del 2016 – non dovuto a Greenpeace o al WWF, bensì al World Economic Forum (WEF) con il sostegno di McKinsey & Co. Gran parte di questi rifiuti è costituita di particelle in parte microscopiche, le cosiddette microplastiche. Che si tratti delle Alpi, dell’Artico o di qualsiasi tratto costiero per quanto remoto: oggigiorno, le più minuscole particelle di plastica sono presenti in ogni ecosistema del pianeta. Lo dimostra un recente studio dell’Istituto svizzero di ricerca per il bosco, la neve e il paesaggio (WSL), ma non è il solo. L’origine e le vie di trasporto di queste particelle sono molteplici. Una parte considerevole di esse è costituita di microfibre provenienti dai capi d’abbigliamento sintetici che, per vie acquatiche e aeree, finiscono per arrivare ovunque e atterrare alla fine anche nei nostri piatti. Affinché questa situazione non rimanga tale diventa necessario agire, sul piano istituzionale, così come a livello individuale.

I capi sintetici sono fabbriche di microplastiche

Le microplastiche sono particelle sintetiche lunghe meno di cinque millimetri. Si distingue tra microplastiche primarie e secondarie. Le prime sono intenzionalmente prodotte industrialmente e vengono ad esempio utilizzate nei prodotti per l’igiene e la casa (prodotti per peeling, dentifrici, creme, detersivi, ecc.). Ma queste sostanze vengono utilizzate anche nei fertilizzanti, e si accumulano quindi nel terreno. Le microplastiche secondarie, invece, sono generate involontariamente dai processi di decomposizione di elementi in plastica più grandi. In linea di principio, qualsiasi plastica che finisce nell’ambiente diventa una fonte di microplastiche attraverso processi di degrado fisici (p.es. il vento) e chimici (p.es. l’acqua salata). Questi processi si verificano più o meno velocemente o più lentamente a seconda delle condizioni ambientali. Nel mare, un sacchetto di plastica si decompone più velocemente a causa dell’acqua salata e delle onde che in un bosco di montagna. Stando alla International Union for Conservation of Nature (IUCN), il contributo maggiore, pari a circa due terzi, va ascritto ai tessili sintetici (35%) e agli pneumatici con il loro attrito sulle strade (28%). Le nostre lavatrici, cioè gli indumenti in fibra sintetica particolarmente diffusi nello sport della montagna che vi vengono lavati, sono vere e proprie fabbriche di microplastiche. Le particelle di fibra vengono rilasciate nell’ambiente già durante la produzione di tali articoli. Con ogni ciclo di lavaggio, il consumatore finale rilascia una quantità enorme di fibre, stando allo studio fino a 700 000 particelle alla volta. Che poi finiscono nelle nostre acque. Sì, poiché contrariamente a quanto comunemente supposto, neppure gli impianti di trattamento dei paesi industrializzati sono in grado di filtrare completamente le fibre più sottili dalle acque reflue.

Microplastiche ovunque – anche nell’uomo

A causa dell’estrema longevità dei materiali sintetici, la loro quantità nell’ambiente aumenta di gran lunga più rapidamente del loro degrado. Ma ai discutibili effetti delle particelle stesse si sommano anche altri problemi: le materie sintetiche sono spesso miscelate con additivi allo scopo di conferire ai materiali determinate caratteristiche, come per esempio la flessibilità. A seguito dei processi di decomposizione, queste sostanze non di rado tossiche vengono disciolte e si disperdono anch’esse nell’ambiente. Oltre a questo, le superfici delle particelle esercitano un effetto quasi magnetico sugli inquinanti, che si legano a esse. Gli animali le scambiano per del cibo e le accumulano nei loro organismi. In tal modo, per esempio attraverso prodotti a base di sale marino, le microplastiche raggiungono anche i nostri piatti.

Le microplastiche sono ormai ovunque, questo è certo. Le particelle sintetiche sono già state rilevate anche in campioni di feci e tessuti umani. Le certezze mancano per contro in relazione agli effetti che questi minuscoli frammenti possono avere sull’uomo. Si presume che influenzino il sistema ormonale, le funzioni riproduttive e il sistema immunitario, ma anche che abbiano effetti cancerogeni. Alcune di queste conseguenze negative sono già state riscontrate negli animali.

L’industria è ancora agli inizi

Industria e politica hanno riconosciuto il problema almeno parzialmente e stanno cominciando ad agire. Per esempio, nel 2014 la pioniera americana della sostenibilità, Patagonia, ha dato mandato alla University of California di svolgere uno studio sull’inquinamento da microfibre causato dall’industria dell’abbigliamento. Dal 2018, Patagonia e Arc’teryx, così come i rivenditori statunitensi REI e MEC, collaborano con l’organizzazione di ricerca e protezione Ocean Wise. L’obiettivo è quello di sviluppare innanzitutto le conoscenze sulle quali basare soluzioni al problema delle fibre.

Anche in Europa qualcosa si muove, per esempio presso l’attrezzatore grigionese Rotauf. «Fondamentalmente cerchiamo di staccarci dai materiali sintetici», spiega Oliver Gross, responsabile della produzione dell’azienda. Al loro posto si punta su fibre naturali, come la lana svizzera, rinunciando alle guaine in plastica per le fibre. Anche la tedesca Vaude, di Tettnang, eletta nel 2015 marca più sostenibile della Germania, lavora con fibre alternative e biodegradabili ricavate dal legno e dagli scarti del latte. Inoltre, l’azienda fa parte di TextileMission, un progetto intersettoriale sostenuto dal ministero tedesco per la formazione e la ricerca (BMBF), nell’ambito del quale organizzazioni dell’industria degli articoli sportivi, dei settori delle lavatrici e dei detersivi, della ricerca e della tutela dell’ambiente collaborano per ridurre il carico ambientale delle microparticelle. Il progetto indaga i potenziali di miglioramento dei tre approcci rilevanti: i tessili, le lavatrici e le tecniche di trattamento delle acque reflue.

Dall’industria dell’outdoor è inoltre emerso il Microfibre Consortium, un’organizzazione formata da marchi dell’outdoor, produttori tessili e istituti di ricerca, impegnato nello sviluppo di soluzioni pratiche che permettano all’industria tessile di minimizzare l’inquinamento da microfibre. Un attore piccolo, ma degno di essere citato, nella lotta contro il problema delle microfibre è il sacchetto da bucato Guppyfriend, sviluppato dalla berlinese Langbrett, che si cela anche dietro l’iniziativa STOP! Micro Waste. Il sacchetto riduce l’abrasione durante il lavaggio e cattura particelle di fibre, impedendo loro di disperdersi nell’acqua. Una soluzione pragmatica, dopo tutto.

La Svizzera attende

Le iniziative spontanee sono importanti e rivelano alternative. Ma per le soluzioni esaustive e vincolanti occorrono leggi. L’UE prevede una limitazione dell’utilizzo di microplastiche primarie a partire dal 2022. Dopo la sua valutazione dei rischi per l’ambiente e la salute connessi alle microplastiche, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) ha presentato una proposta di limitazione delle microplastiche aggiunte intenzionalmente, attualmente pendente presso la Commissione europea.

E la Svizzera? Qui da noi si aspetta di vedere cosa farà l’UE. Finora, il Consiglio federale non ha voluto sentir parlare di divieti e punta sul senso di responsabilità dell’industria. Le mozioni parlamentari che ne implicavano o chiedevano sono sempre state respinte. Ma anche con dei divieti rimarrebbe il problema delle microplastiche secondarie, come quelle sputate dalle nostre attrezzature da alpinisti durante i lavaggi. Una possibile soluzione sarebbe l’imposizione a norma di legge di filtri di ritenzione più efficaci, come richiesto dalle ONG come STOP! Micro Waste.

Le sole fibre naturali non bastano

Rinunciare del tutto alle fibre sintetiche può apparire sensato, ma non lo è sempre. Infatti, anche i materiali naturali rilasciano fibre, che sono spesso trattate chimicamente o rivestite con prodotti di sintesi. Inoltre, in fase di produzione le fibre naturali sono frequentemente associate a considerevoli problematiche ambientali: basti pensare al consumo di pesticidi e acqua, o allo sfruttamento estensivo dei terreni per la produzione del cotone convenzionale. Nel caso di una rinuncia totale alle fibre sintetiche – attualmente circa il 70 percento della produzione mondiale – e del conseguente aumento della richiesta, questi effetti si vedrebbero moltiplicati. E d’altro canto, l’attuale domanda di tessili non potrebbe mai essere soddisfatta con le fibre naturali, per non parlare poi di prodotti di qualità ecologici. In ogni caso, quella che occorrerebbe è una massiccia riduzione dei consumi.

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È vero che quello dell’inquinamento da microfibre è un problema globale e multicausale, che non può essere risolto dai singoli individui. Occorrono in primo luogo leggi più severe e tecnologie innovative. Ciò nonostante, il comportamento individuale ha un impatto cumulativo. Come appassionati di sport nella natura, diamo perciò l’esempio e, dove possibile, ascoltiamo le seguenti raccomandazioni degli esperti (fonti: STOP! Micro Waste, TextileMission, Ocean Wise).

 1. Acquistare meno: le microplastiche si formano già alla produzione.

 2. Lavaggi più freddi: nella gran parte dei casi, 30 °C sono più che sufficienti. La combinazione di acqua e calore danneggia le fibre: più è freddo, meglio è.

 3. Lavaggi meno frequenti: spesso si lava inutilmente quando l’esposizione all’aria basterebbe. Raramente è meglio.

 4. Ridurre i giri della centrifuga: la centrifugazione comporta usura e abrasione delle fibre. Più lenta gira la centrifuga, più a lungo dureranno i capi e meno fibre finiranno nell’ambiente.

 5. Non lavare assieme a oggetti duri: scarpe e altri oggetti duri distruggono le fibre e ne accrescono la dispersione nell’ambiente.

 6. Separare tessili duri e morbidi: i tessili con la superficie dura, come i jeans, accrescono l’abrasione delle fibre dei capi più morbidi come il pile.

 7. Evitare l’asciugatura: con il calore e l’attrito, nell’asciugatrice le fibre si rompono in numero maggiore e, al più tardi con il lavaggio successivo, finiscono nello scarico. Inoltre, si consumano grandi quantità di energia.

 8. Cicli di lavaggio brevi: più il ciclo di lavaggio è lungo, maggiore è l’usura delle fibre.

 9. Meno detersivo, ma di qualità migliore: i detersivi dovrebbero possibilmente essere ecologici e neutri rispetto al pH, non abrasivi ed esenti da sbiancanti e ammorbidenti.

10. Utilizzare i sacchetti da lavaggio: i sacchetti da lavaggio come il Guppyfriend riducono la dispersione delle fibre.

11. Sfruttare la lavatrice: riempire bene la lavatrice ha senso anche solo sotto l’aspetto energetico. Inoltre, è dimostrato che la macchina piena riduce il rilascio di fibre.

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