Nel circo delle verticali Arrampicate nel Cirque of the Towers, nello stato del Wyoming

Nel Cirque of the Towers, cercare un chiodo a perforazione è altrettanto inutile del tentativo di trovare vie davvero difficili. Lontana dalla civiltà, la conca delle Montagne Rocciose propone vie alpine di più lunghezze e difficoltà media in scenari mozzafiato.

Ce ne stiamo rannicchiati stretti stretti sotto una grossa pietra, con la pioggia che continua a cadere implacabile. Neppure questo posto rimarrà asciutto a lungo. Mentre il giorno spunta lentamente, torniamo a testa china alla nostra tenda. Chi intende affrontare le vie lunghe del Cirque of the Towers deve alzarsi presto. Ma questa mattina ci infiliamo di nuovo nei nostri sacchi a pelo. Ore dopo, ecco che finalmente spiove, e le torri si liberano gradualmente del loro manto di nuvole. All’ingresso del Cirque, sulla nostra tenda incombe War Bonnet Peak, che prende il nome dal diadema di piume dei nativi americani. Se ne sta spalla contro spalla con Warrior 1, Warrior 2 e la Watchtower. In lontananza, il nostro oggetto del desiderio ancora tende a sparire nelle nubi: la cresta est mozzafiato della Wolf’s Head, e accanto le apparentemente infinite pareti del Pingora. Timidamente, i raggi del sole tornano ad avvolgere il Cirque, asciugando la roccia e noi. Oggi il tempo rimasto non ci permetterà molto, ma possiamo ancora scalare alcune lunghezze della via South Buttress al Pingora.

Oltre vasti pascoli

Il Cirque of the Towers è situato nel Wind River Range, nello Stato del Wyoming, a circa otto ore di macchina a nord-ovest di Denver, Colorado. Dal Big Sandy Trailhead, l’ultimo punto raggiungibile in automobile, un idilliaco sentiero escursionistico attraversa boschi e pascoli, correndo lungo ruscelli fruscianti e attraverso ampie pianure. Fino al profondo azzurro del Big Sandy Lake, una destinazione molto apprezzata, la salita si sente appena. Nei fine settimana e nei giorni festivi, questi luoghi possono essere davvero affollati. Gli ultimi cinque chilometri superano in seguito buoni 400 metri di dislivello fino al Jackass Pass (3300 m), da dove del tutto inaspettatamente si gode la piena vista sul Cirque. In inglese, «cirque» sta per circo glaciale – e non è difficile immaginare i ghiacciai dell’era glaciale defluire dall’imponente conca montana lasciandosi alle spalle un campo di gioco alpino.

Chi desiderasse trascorrere la notte sulle rive del Lonesome Lake, uno dei quattro laghi del Cirque, scende; chi invece preferisce rimanere accanto alle pareti granitiche non ha che da scegliersi un posto: tra il Jackass Pass, lo Hidden Lake e il Cirque Lake le possibilità sono innumerevoli.

Granito per conoscitori

Sotto il sole di mezzogiorno la roccia asciuga rapidamente e noi ci affrettiamo ai piedi del Pingora. Da qui, alcuni sentieri portano all’attacco sulla spalla, in parte segnalati con ometti. Occorre comunque un po’ di intuizione. L’itinerario non richiede arrampicate, ma la vista nel vuoto ci ricorda che, su questa cornice rocciosa, ogni passo va posato con attenzione. L’arrampicata della South Buttress sul Pingora è ideale per acclimatarsi. La via si situa all’inizio del quinto grado, ma offre passaggi ottimi e spettacolari su placche ripide e un eccellente sistema di fessure. Qui, i chiodi a perforazione si cercano invano e il compito di individuare la via spetta interamente a noi. Con questo, è pure possibile che due cordate affiancate si cerchino una propria linea nel sistema di fessure. Dopo tre lunghezze raggiungiamo un terreno più facile, che ci permette di scalare la vetta senza ricorrere alla corda. La piatta sommità invita a indugiare e offre una panoramica ideale su quasi tutte le vie del Cirque. La vista più impressionante è quella a ovest, direttamente sull’affilatissima cresta della Wolf’s Head, il nostro maggiore obiettivo. Timidamente guardiamo anche giù sul versante nord-orientale del Pingora: un’impressionante arrampicata in fessure e la seconda classica del sito dopo la cresta est della Wolf’s Head.

Sulla lama del coltello

Le brevi vie di South Buttress hanno attratto due altre cordate. Da due americani arrivati il giorno precedente veniamo a sapere dell’imminenza di una tempesta. Qui, la copertura cellulare è del tutto assente e le condizioni meteorologiche possono mutare molto rapidamente: le informazioni del giorno della nostra partenza non sono ormai più aggiornate. E in effetti, il giorno successivo pioggia e neve ci tengono confinati per ore nelle nostre tende. Trascorriamo il tempo leggendo e cerchiamo di fissarci nella mente la descrizione della via della Wolf’s Head. Parla di numerose torri e traverse esposte in fessure, con arrampicate in parte sul versante nord e in parte su quello sud.

Il giorno dopo, prima dell’alba siamo già in marcia. Dopo le forti precipitazioni decidiamo di rinunciare all’avvicinamento classico su gradini erbosi e ci cerchiamo una via lungo un canale dilavato e su ripide placche. Questa ci porta a una piccola cima intermedia che si rivela nettamente più difficile del previsto. Mentre i miei amici americani si godono una fessura da mano perfetta, io ansimo e fatico in un’arrampicata in fessura del tutto inconsueta.

È quasi mezzogiorno quando la nostra deviazione ci fa raggiungere l’attacco vero e proprio della cresta. Le prime tre lunghezze sono le più spettacolari che ci sia mai capitato di arrampicare: il sogno di ogni crestaiolo. A tratti, la cresta non è più larga delle spalle e precipita verticalmente su entrambi i versanti. Sebbene tecnicamente non difficile, il lungo percorso ci mette tutti a dura prova. Per due volte scaliamo stretti camini attraverso la cresta, ci teniamo in equilibrio su sottili fessure da piede, cerchiamo – spesso erroneamente – una via per la vetta. Progrediamo rapidamente lungo la corda: primo e secondo in cordata arrampicano sempre contemporaneamente e sostano solo per scambiare il materiale. Ciò nonostante, quando raggiungiamo la sommità il sole è già basso, e ci affrettiamo a scendere dal versante opposto. Tre punti di calata con fettucce e o-ring ci riportano in terreno alpino e, dopo altre quattro ore di marcia, poco prima di mezzanotte guadagnamo esausti la nostra tenda.

We’ll come back!

Il giorno successivo la cresta est si prende la rivincita. Guardiamo sfiniti i versanti del Pingora, sapendo che oggi di seconda classica non se ne sarebbe neppure parlato. Ma il Cirque offre ben altro che le sole due classiche, e ci godiamo ancora qualche tiro tra gli innumerevoli blocchi. Torneremo.

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