Neve, ghiaccio e permafrost 2010-2011 Rapporto sulla criosfera nelle Alpi svizzere

L’inverno globalmente povero di neve e le alte temperature primaverili hanno eliminato rapidamente la coltre nevosa protettrice, hanno causato un forte scioglimento dei ghiacciai e il rinvenimento del permafrost a grande profondità. Il nevaio del Vadret da Roseg ha perso il contatto con la sua lingua.

A un avvio altamente promettente della stagione invernale nell’ottobre 2010 – con precipitazioni nevose al di sopra della media in molte località verso capodanno – hanno fatto seguito tre mesi estremamente secchi, che in numerose stazioni hanno portato a nuovi record negativi della coltre nevosa. Unitamente alla primavera più calda dal 1864, anno di inizio delle misurazioni, tutto questo ha fatto sì che il disgelo iniziasse con un anticipo mai visto, influenzando negativamente anche elementi della criosfera come i ghiacciai e il permafrost: senza la copertura nevosa riflettente e isolante, sia lo scioglimento estivo dei ghiacciai, sia la profondità del disgelo estivo in molte zone del permafrost hanno raggiunto valori da primato.

 

Evoluzione del tempo e sviluppo del manto nevoso

Con le prime avvisaglie dell’inverno a fine settembre, a inizio ottobre 2010 le quote più alte risultavano già innevate. Nonostante le ulteriori nevicate, però, un periodo caldo a inizio novembre, con piogge fino ad altitudini elevate, lo strato di neve si manteneva compatto solo al di sopra dei 2000 m. La caduta di altra neve ha tuttavia fatto sì che a fine novembre se ne registrassero spessori superiori alla media praticamente in tutta la Svizzera. A dicembre ha nevicato in modo diffuso e fino a basse quote soprattutto a sud delle Alpi, e a capodanno le altezze della neve erano ovunque da normali a leggermente sopra la media. Gennaio è stato invece caratterizzato dalla scarsità di precipitazioni e da pioggia fino alle alte quote. A febbraio, alle quote medie la neve era in molti luoghi scarsa o persino assente. Ad Adelboden, a 1210 metri, ce n’erano solo circa 5 cm, e persino ad Arosa, con i suoi 1840 metri, la copertura raggiungeva appena i 45 cm circa. Secondo la media pluriennale, in quel periodo la quantità di neve dovrebbe essere più del doppio.

 

Una primavera troppo calda e asciutta

I tre mesi primaverili successivi non sono solo da 3 a 4 °C troppo caldi, ma caratterizzati anche da scarse precipitazioni. Questo ha ridotto l’altezza della neve in aprile a valori al di sotto della media in tutte le regioni. Rispetto alla media pluriennale, ad alta quota se ne misurava il 50% e a quote medie appena il 25%. Molte stazioni attive da anni (p. es. Andermatt, Arosa, Fionnay, Grimsel, Hasliberg, Ulrichen, Weissfluhjoch) hanno conosciuto nuovi minimi da record oppure non avevano mai visto un disgelo tanto anticipato come nella primavera 2011 (grafico 1). La somma della neve fresca da gennaio a marzo raggiungeva solo il 30% della media pluriennale, e non è mai stata altrettanto bassa dall’inizio delle misurazioni, sessant’anni or sono. Non si è inoltre verificata nessuna nevicata eccezionale (1 m di neve fresca o più in tre giorni). Considerate sull’intero semestre invernale (ottobre 2010-aprile 2011), grazie alle frequenti nevicate di inizio inverno le altezze della neve non appaiono tuttavia più tanto particolari: in altre cinque occasioni (1964, 1990, 1996, 2002, 2007) risultavano infatti più basse rispetto all’inverno 2010-11 (grafico 2).

 

Più nevicate estive, e comunque troppo caldo

In maggio il tempo caldo si è mantenuto e al nord, alle alte quote la neve si è sciolta straordinariamente presto. Perciò, sui pendii a meridione, a fine maggio uno strato di neve compatto era presente solo in alta montagna. Sui versanti esposti a nord, al sud il limite delle nevi si situava a 2300 m, mentre al nord a 2800 m. Nel periodo da giugno a settembre si sono verificati sette importanti afflussi di aria fredda accompagnati da nevicate, che in alta montagna hanno generato coltri di neve piuttosto compatte fino ad agosto. In generale, però, sia agosto sia settembre sono stati da 2 a 3 °C troppo caldi e secchi, causando un’ulteriore, massiccia perdita di volume dei ghiacciai e, d’estate, lo scioglimento del permafrost fino a grande profondità.

 

I ghiacciai: in generale più corti e meno spessi

Nell’autunno 2011 si è proceduto al rilevamento delle variazioni di lunghezza di 97 ghiacciai. Di questi, 93 sono risultati più corti, tre non hanno conosciuto cambiamenti e solo uno ha fornito un valore positivo. I valori spaziano dai 1300 metri di ritiro del Vadret da Roseg (GR) alla riduzione di 23 m della lingua del Glacier du Mont Durand (VS). Circa tre quarti dei valori misurati si situano tra i –1 e i –30 metri (vedi tabella p. 43).

 

Il Vadret da Roseg perde la lingua

Il massiccio ritiro del Vadret da Roseg è la conseguenza di uno sviluppo dell’ultimo decennio. Situata nella conca di una valle, la lingua del ghiacciaio era un tempo alimentata da due affluenti provenienti dal vasto nevaio. Il passaggio dal nevaio alla lingua del ghiacciaio si trova tuttavia in un punto scosceso (v. foto). Proprio qui, negli ultimi dieci anni il ghiacciaio è andato gradualmente assottigliandosi, e già nell’estate 2007 aveva perso il contatto con l’affluente del Piz Sella. Nell’estate del 2011 anche l’affluente principale ha perso il contatto con la lingua, e nella conca si è formata una massa di ghiaccio morto ricoperta di detriti, alimentata ormai solo occasionalmente durante l’inverno da franamenti di ghiaccio e valanghe. L’estremità della lingua del ghiacciaio attivo si trova così arretrata in maniera assolutamente impressionante (vedi articolo p. 35).

 

L’unico ad avanzare: il Glacier du Mont Durand

Il Glacier du Mont Durand è il solo ghiacciaio nel quale le variazioni locali dell’estremità hanno fatto riscontrare un valore positivo. Non si tratta del risultato di un avanzamento originato da un maggiore apporto di ghiaccio dal nevaio. La lingua del ghiacciaio è ampiamente ricoperta di detriti, e fonde perciò in modo molto irregolare. Nella zona centrale, si è conseguentemente venuta a formare un avvallamento di grandi dimensioni, nel quale oggi già si scorge una gobba rocciosa. La scorsa estate, una liquefazione della massa di ghiaccio marginale ha probabilmente causato l’avanzamento del margine del ghiaccio. Nel grafico 3 si osservano le variazioni cumulate della lunghezza di alcuni ghiacciai a partire dal 1870.

 

Bilancio negativo delle masse dei ghiacciai

In sei ghiacciai – Basòdino, Findelen, Gries, Pizol, Rodano e Silvretta – il bilancio delle masse è stato stabilito misurando l’accumulo di neve durante l’inverno e la sua fusione d’estate. Le citate quantità di neve estremamente ridotte dell’inverno 2010-11 hanno causato un accumulo di neve ampiamente al di sotto delle medie anche nei ghiacciai, e anche il disgelo estivo si è rivelato intenso nonostante le condizioni atmosferiche parzialmente instabili. In generale, tutti i ghiacciai analizzati hanno presentato un bilancio negativo delle masse. I valori oscillano tra perdite di circa 1 m (spessore medio del ghiaccio) per il Findelengletscher (VS) e il Ghiacciaio del Basòdino (TI) e i circa 2 m degli altri. Si conferma così la costante, massiccia riduzione di volume osservata negli ultimi anni (grafico 4).

 

La cause: meno neve e disgelo anticipato

Per il periodo 2010-2011, il bilancio negativo delle masse va ascritto alla combinazione del ridotto accumulo di neve durante l’inverno e del precoce inizio della stagione del disgelo dovuto alla primavera calda – diversamente dagli anni precedenti, nei quali la responsabilità era da attribuire principalmente al marcato scioglimento del ghiaccio durante l’estate. Nell’inverno 2010-11, soprattutto i ghiacciai con bacini di raccolta ad alta quota, come il Findelen e il Rodano (entrambi in VS), hanno potuto approfittare delle forti nevicate di maggio e giugno, mentre a quote più basse le precipitazioni hanno assunto forma di pioggia. Altre misurazioni puntuali sui nevai della Jungfrau, del Grosser Aletschgletscher (VS) e sul Claridenfirn (GL) confermano i risultati generali.

 

Permafrost: riscaldamento forte e profondo del terreno

Come già nei due anni precedenti, le condizioni atmosferiche del 2010-11 hanno provocato condizioni di estremo calore anche nelle zone di permafrost delle Alpi svizzere. La prematura sparizione dello strato nevoso isolante è chiaramente visibile nei dati delle misurazioni delle temperature superficiali. Presso la maggior parte delle stazioni di misurazione della PERMOS, la rete svizzera di osservazione del permafrost, le profondità di disgelo degli ultimi tre anni sono le maggiori mai misurate, e quelle dell’estate 2011 emergono generalmente come le più grandi in assoluto. In numerose località è persino stato superato il record dell’estate 2003 (grafico 5). Per le perforazioni di misura situate tra i 2000 e i 3500 metri, secondo l’altitudine, l’esposizione, le condizioni della neve e il terreno, si misurano temperature del permafrost comprese tra 0 e –3 °C (grafico 6). Nelle Alpi svizzere, condizioni nettamente più fredde sono da attendersi nei versanti in ombra oltre i 4000 m, ma sino ad ora, lassù non è ancora stato installato alcun sensore.

Durante gli ultimi cinque anni, a causa delle condizioni sempre più calde, le temperature del permafrost sono aumentate nella maggior parte delle località o quantomeno ritornate al livello del 2003. Le temperature del caldo autunno 2011 si sono tuttavia fatte sentire dai sensori a 10 m di profondità solo nella primavera 2012, e daranno probabilmente origine a temperature ancora più alte.

La misurazione delle temperature non fornisce però informazioni su tutti i cambiamenti. Ad esempio, le temperature cambiano solo minimamente finché c’è utilizzo di energia per lo scioglimento del ghiaccio. Le alterazioni dei contenuti di ghiaccio e di acqua liquida vengono evidenziate attraverso la misurazione delle resistenze elettriche nel sottosuolo. Le resistenze costantemente basse misurate negli ultimi anni in numerose perforazioni non solo confermano quindi una maggiore temperatura del permafrost, ma indicano anche esplicitamente il durevole ritiro dei ghiacci.

 

Ghiacciai rocciosi in movimento

Le più recenti ricerche sulle velocità di scorrimento dei corpi di permafrost sovrasaturi di ghiaccio – i cosiddetti ghiacciai rocciosi – mostrano velocità sempre maggiori e temperature del terreno superiori. Nel quadro dell’osservazione del permafrost, 14 ghiacciai rocciosi sono sottoposti a controlli annuali: le loro velocità di scorrimento variano in funzione della temperatura, della geometria, del materiale e del contenuto di ghiaccio, e si situano tra 0,1 e 3 metri l’anno.

I risultati delle misure per il periodo 2010-11 sono diversi per i singoli siti, e si osservano sia aumenti, sia diminuzioni delle velocità. In media, come già si è visto nel 2009-10, i valori risultano superiori dell’8% circa rispetto alla media dell’ultimo decennio. I valori di punta sono stati misurati nel 2003-04 e risultavano del 50% superiori a quelli dell’anno in oggetto.

Maggiori informazioni

Ghiacciai: Andreas Bauder, VAW, ETH Zurigo, bauder(at)vaw.baug.ethz.ch, 044 632 41 12

Neve: Christoph Marty, SLF, marty(at)slf.ch, 081 417 01 68

Permafrost: Jeannette Nötzli, PERMOS, Università di Zurigo, info(at)permos.ch, 044 635 52 24

Le reti di monitoraggio della criosfera in Svizzera

L’osservazione della criosfera riguarda ghiacciai, neve e permafrost (www.cryosphere.ch). Le osservazioni e le reti di misurazione sono coordinate dalla Commissione Criosfera (CC).

Le misurazioni della neve sono eseguite dall’Ufficio federale di meteorologia e climatologia Meteo Svizzera e dal WSL Istituto per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) su un totale di circa 150 stazioni di misura; quelle relative ai 115 ghiacciai sono affidate a rappresentanti delle scuole universitarie, agli uffici forestali cantonali, alle società idroelettriche e a privati (http://glaciology.ethz.ch/swiss-glaciers). La rete del permafrost è gestita da diverse università e dallo SLF e comprende 14 perforazioni e 12 siti di misura dei movimenti (www.permos.ch).

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