Pelli, ma di foca

In merito all’articolo Scvivolare, trattenere... Pelli di foca: test sul terreno e in laboratorio, in «Le Alpi» 11/2018.

Il vostro articolo contiene un orrore linguistico che il CAS dovrebbe sforzarsi di eliminare dalla testa dei suoi giornalisti: pelli di foca. In effetti, se questa terminologia era corretta 50 e più anni fa, è oggi del tutto erronea. Come spiega correttamente il riquadro a pagina 41, si tratta di pelli realizzate con il pelo delle capre d’Angora. Le pelli di foca hanno una storia triste e un’immagine peggiore. Mi permetto di ricordare che, all’epoca, si uccidevano gli animali per togliere loro la pelle, essiccarla e conciarla. Se questo metodo era abbastanza normale sin dal tempo degli inuit, lo divenne un po’ meno quando si asservì agli obiettivi degli sciescursionisti. Il fatto che utilizziate questo termine porta a pensare che abbiamo ucciso n di questi animali per soddisfare il nostro bisogno di grandi spazi. È nostro dovere portare rispetto alla natura, agli animali e all’uomo. Ne va dell’immagine del CAS. Pure è riprovevole che questa parola appaia più di 20 volte nella vostra rivista. Parlate semplicemente di sci da escursionismo e pelli autocollanti. O, a rigore, di pelli in mohair…

Presa di posizione della redazione

Accade che la pratica evolva più rapidamente della lingua. Se è vero che le foche non hanno ormai da tempo più nulla da temere da parte dei montanari, il termine «pelli di foca» è tutt’ora ampiamente utilizzato nell’ambiente. Non fa eccezione neppure il Sabatini-Colletti! Ma in futuro cercheremo di preferire il termine «pelli autocollanti» o qualsiasi altra espressione che i lettori volonterosi vorranno proporci.