Quei chiari laghetti

Di Guido Fer razzi ni

Con 2 illustrazioni ( 136, 137Lugano ) 3. 9.1933: il capogruppo compie 33 anni, la comitiva conta 13 persone: invero una bella sequela di 3 e di multipli di 3. Sarà questo un segno di fortuna? A guardare il cielo chiaro che ci saluta alla discesa dal treno si direbbe di sì. Il principale attore dell' avventura che incomincia è contento di poter guidare il suo gruppetto d' amici verso una bella vetta al confine nord del cantone Ticino. Però, qualche cappello di nebbia si adagia ancora sulla cima dei monti ed un vento gagliardo, freddo, ci assale ora a folate improvvise quando dalla stazione della funicolare seguiamo la suggestiva strada che conduce al grande lago alpino. Questo lago non presenta la limpida trasparenza delle belle serate estive. Ora s' increspa corrucciato al tocco del vento; si direbbe che rabbrividisca al pensiero che queste improvvise ondate di freddo rappresentano anche per lui, fra poco, la fine dei suoi giuochi di colore, il rinchiudersi del tavolone di ghiaccio che gli impedirà, per tanti mesi, di riflettere il cielo azzurro e le vette fra le quali egli sta armoniosamente adagiato come in un' immensa coppa verde.

L' ampia valle sottostante si riempie d' ombra. Spiccano i puntini tremolanti delle prime luci accese nei villaggi. Qui, invece, la salita è aspra, fra pareti alte; il sentiero costeggia piccoli laghetti, lembi di neve e lo sguardo si perde in basso ad ammirare il lago più grande di questa bellissima collana. Sono cinque o sei grandi e piccole perle scaglionate su diversi terrazzi, legate fra di loro dal tenue filo argenteo di un torrentello che tutte le alimenta: diafane fra le sassaie scure. Quante volte ci saremo voltati a guardare questo spettacolo unico nel suo genere, prima di affrontare la bocchetta ed il vento che la preme urlando nello sforzo di passare? Vento del nord; domani avremo certamente bel tempo. Finalmente, dopo aver seguito le rive di un altro lago scuro quasi invisibile sappiamo che il rifugio è là, piantato solidamente su un ripiano roccioso, costruito con le pietre raccolte lì attorno, con l' unico segno che lo distingue da esse pietre ( lo vedremo poi meglio ali' indomani ), le finestre dipinte a righe bianche ed azzurre. Sorpassata una noiosa pietraia siamo sulla soglia del rifugio, contenti di poterci liberare dalla molestia del vento e di poterci finalmente riscaldare. Presto un buon thè per i ritardatari, il succo di un limone per renderlo più gustoso: un vivo fuoco nel fornello: fuori le candele: ristoro e riposo, poiché la prossima giornata sarà lunga.

Quiete, finalmente, nel rifugio. Tacciono anche i chiacchieroni più ostinati, quelli che abitualmente prolungano le veglie in montagna con racconti d' ogni colore. Soltanto qualche rabbiosa folata di vento sbatte contro le imposte o fischia attraverso impercettibili fessure e canta con note ora alte, ora basse.

Non sono ancora apparsi i primi chiarori dell' alba che già siamo in piedi, già abbiamo rifatto i sacchi, chiuse imposte e porte e ci troviamo a lottare col vento ostinato, sulla gobba di una vecchia morena. Nuvoloni neri passano alti sopra di noi, a corsa pazza, cosicché il capogruppo decide, invece di seguire la via più breve, di contornare un pizzo che ci sta di fronte e di arrivare alla nostra vetta per una via meno esposta al morso del vento pazzo che il maltempo dell' altro versante delle Alpi spinge fin qui. A sud, invece, il cielo è limpidissimo ( qualcuno, dimentico, della bellissima salita della sera prima s' azzarda a mormorare « fossimo rimasti a casa, laggiù ove la valle si rinserra... quanto sole godremmo oggi... » ). Sono soliti questi rimpianti nell' incerta luce dei crepuscoli di montagna, quando il corpo e lo spirito ancora non si sono uniti al monte e sentono per qualche po' la noia irritata Die Alpen - 1954 - Us Alpea21 del riposo interrotto troppo presto... rimpianti che svaniranno al primo indorarsi delle cime, davanti allo spettacolo che ogni volta avvince e riempie l' essere di nuove forze e di fiducia.

Contornata la nostra Cimetta, non senza cavalcare per sottile cresta, ci accingiamo ad affrontare il piccolo nevaio che ci separa da una sella, per la quale si sale alla vetta, nostra meta d' oggi. Il passaggio dalla roccia alla neve presenta qualche difficoltà. Il caldo l' estate ha creato dei piccoli crepacci contro le rocce ed ha trasformato il piccolo nevaio, tante e tante volte attraversato senza titubanze, in un coso sporco e cosparso di detriti d' ogni sorta. Tutto ciò non preoccupa il capogruppo che cammina in testa alla colonna. La burrasca notturna ha portato fin qui della neve fresca, granulosa, che riempie con larghi striscioni candidi ogni avvallamento, rendendo difficile, in certi punti, il vedere se sotto non si nasconda qualche tranello. Ma la fiducia ha il sopravvento... la via è conosciuta da tanto tempo. Però un sospetto ferma il passo del primo... un improvviso franamento lo inghiotte. La sua figura, che spiccava scura sul nevaio, d'un tratto è cancellata, senza un grido, senza un minimo rumore... Solo il vento gagliardo ha urlato beffardamente. Un buco tondo nella neve fresca... una cascata di ghiaccioli... un attimo che non sembra più finire... quell' occhio di luce che s' allontana rapidissimamente... un tonfo sordo molto in basso.

Cosa avrà il sopravvento: la sequela dei 3 od il nefasto 13? L' angosciosa sorpresa, se è grande per gli spettatori, non lo è meno per quello che si trova rinserrato, quindici metri più in basso, fra due levigate pareti di ghiaccio. Il sacco ripieno ha attutito il colpo; fortuna vuole che, proprio in quel punto, la crepa si rinserri e formi un minuscolo pianerottolo ben tappezzato di neve, in parte trascinata nella caduta. La piccozza è volata giù, un mezzo metro più in là, nella scura spaccatura, dalla quale sale il gorgoglio di acque sornione che scorrono sul fondo, invisibili. Una gran quiete attonita è subentrata d' un tratto alla poderosa canzone del vento. Un diafano chiarore, al quale gli occhi vanno abituandosi, penetra dal buco tondo, su in alto, e tinge le pareti lucide di una splendida luce azzurro-verde. Curiosi ricci di ghiaccio le tappezzano di forme strane. Un rapido esame alle proprie membra assicura che nulla si è rotto, solo qualche insignificante graffiatura sanguina che tinge la neve di rosso.

Guardiamo, intanto, quali siano le possibilità di uscire da questa tomba ghiacciata, nella quale, però, sembra che il freddo sia meno pungente che su in alto, ali' aperto, dove i compagni, certamente, non oseranno avvicinarsi al trabocchetto. Frugare nel sacco è la prima cosa... la preziosa macchina fotografica avrà subito danni? Proviamo a fotografare il buco d' entrata: lo scatto funziona, come funzionano le diverse ossa che hanno subito il più forte urto. Per quest' ultime c' è ancora nel sacco un certo liquido, condannato dai ma-nuali d' alpinismo, ma pur utile in certe occasioni. I minuti si trascinano lenti nel silenzio più profondo: non fosse quel ciangottare dell' acqua, là sotto, che rammenta che la fessura si sprofonda ancora un bel pò. Una voce amica chiama ora dall' alto: un viso incorniciato di biondi capelli interroga. Niente di rotto? si soffre il freddo? attento, mando giù una fascia ( la fascia vola, striscia sulle pareti e va a tener compagnia alla piccozza, laggiù l' antro scuro ). « Ora mando la mia piccozza, cosi potrai prepararti un sedile confortevole. » La piccozza arriva, non in volo, per fortuna, ma attaccata ad uno spago, e sia la benvenuta. È come una cosa viva che vibra fra le mani, una cosa amica. Con lei si possono confezionare alcuni punti d' appoggio per i piedi e magari tentare una scalata, perché no? Difatti, a poco a poco, una serie di traccie, di tacche per i piedi e per le mani, punteggia la liscia parete, permette di salire lentamente... ma la prudenza avverte: guarda che un secondo capitoni- bolo potrebbe condurti molto più in basso! Allora tanto vale frenare l' impazienza, attendere con fiducia che i compagni siano tornati in capanna, che abbiano avvertito il guardiano ( sarà giunto, finalmente ?), che si siano muniti della corda di riserva. Nemmeno contare le mezz' ore è possibile; l' orologio nuovo s' è staccato dal polso ed è scomparso chissà dove: forse unisce il suo ticchettio al mormorare dell' acqua sulle roccie del fondo, e forse un giorno dovesse sciogliersi del tutto questo traditore nevaio, tornerà a luccicare, con la piccozza, fra i sassi, al sole.

Altre voci, finalmente, arrivano attutite dalla lontananza. L' altro amico è già qui, quello ardito, l' indimenticabile, quello che un' ora e mezza fa si destreggiava in eleganti volteggi su una cresta affilata come una lama di coltello. Una cascata di neve gelida sorprende l' inquilino del piano di sotto...: è il lavoro di una piccozza che, su in alto, allarga la fessura e la prepara in modo che una corda vi possa scorrere. Un breve avvertimento e la corda scivola giù come un lungo serpe, striscia sul ghiaccio con un rumore strano e si ferma a portata di mano. Prima uscirà il sacco, dalla prigione, poi il rispettivo proprietario, se tutto andrà bene. La corda ridiscende come prima: un rapido ordine e due staffe sono preparate: è facile passarvi mani e piedi e... issa! a brevi scatti il prigioniero torna verso la luce. Saluta, passando, sfiorandoli, i bei ricci di ghiaccio, tasta il vetro lucido e freddo, vede l' az trasformarsi in una luce chiara, ode voci amiche roche nello sforzo, s' avvicina al labbro della crepa, vede delle mani tese, dei volti preoccupati, vede nuovamente le vette che curiosano anch' esse e sembrano commentare l' avventura, si sente sorretto e riposa finalmente in piedi là dove ha mosso il passo incauto.

Strette di mano, sorrisi di soddisfazione, e via per un' altro cammino verso il rifugio. Cosa c' è che sembra voler frenare il passo? Ah! un vecchio ricordo di sci che torna a galla e molesta un ginocchio. Cos' importa! È pur bello rivedere i monti ancora, rivedere lembi di azzurro tra le nubi, rivedere la corsa pazza dei macchioni di sole che corrono sui pascoli e sulle pietraie, pensare che laggiù nella verde valle, in riva al fiume e più giù fra le nostre belle colline si ritroverà la vera pace, si ritroverà la vita; cancellato il brutto sogno, si risentirà la voce dei propri cari. Sembra veramente un sogno, l' aver sfiorato la morte, di averne sentito la gelida carezza. Certamente nelF istante in cui il monte volle giuocare beffardamente con la vita di un suo ardente adoratore, il pensiero, la preghiera di una persona cara, di una mamma, avranno supplicato, come tante altre volte, per il ritorno del figliuolo sempre in corsa per creste e per vette. Questo giorno, intanto, finirà in letizia. I compagni di tante gite, i cari camerati sono tutti là, al rifugio.

Presto è mezzogiorno: ognuno vuota il proprio sacco, mani di ragazza preparano piatti succulenti, un' allegria insolita saluta il ritorno miracoloso d' uno tra noi, scaccia il brutto ricordo, canta un inno alla vita. Questa letizia sarà compagna ancora giù, in valle, ove attende il treno della sera e nel costeggiare i chiari laghetti, ora pieni d' azzurro e accarezzati da un tiepido sole, al cospetto delle cime ormai sgombre d' ogni nuvola ed erette nella luce meravigliosa di un tramonto intessuto d' ogni colore, troverà sfogo in una canzone...

P. S. Facendo seguito al racconto, che è sorto dal fondo dei ricordi di vent' anni fa, l' autore, il quale può ora guardare al passato dal monte delle sue esperienze, non può tralasciare di rivolgere uno sguardo critico al suo comportamento ed al modo come venne condotta una gita ( al Piz Borel ) ritenuta generalmente facile. Ma qui ci mise sicuramente la coda uno spiritello maligno che si è preso, in primo luogo, la libertà di indurre il capogruppo a seguire una via fuori della normale, cacciandolo in un mondo di guai, quindi fa-cendogli dimenticare le prime regole della prudenza, proprio a lui, sempre così attento, e permettendogli di procedere con troppa baldanza su un terreno che si è rivelato insidioso.

Cosi egli ha dovuto trarre una severa lezione dagli errori compiuti, e cioè che non si parte in alta montagna senza corda e che non ci si deve mai fidare neanche del più, in apparenza, innocente nevaio senza arrischiare, per un attimo di disattenzione, di mettere in pericolo la propria vita e la sicurezza dei compagni.

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