Sul monte sacro dei Berberi Un’escursione sul tetto del Nord Africa

L’ascesa al Toubkal è la classica escursione sull’Alto Atlante marocchino. Attraversando villaggi e allevamenti di pecore, valicando passi e valli, l’escursione di una settimana porta in cima alla prestigiosa vetta e offre l’occasione di conoscere più da vicino la cultura e le tradizioni dei Berberi.

Marrakech. Tra il trambusto dei clacson e le nuvole di polvere, i taxi collettivi lasciano il calore soffocante della «città rossa». Le vecchie Mercedes, dove i passeggeri stanno tutti pigiati, si dirigono verso sud a velocità spaventosa. La strada diventa sempre più piena di buche man mano che ci si avvicina alle montagne. Trotterelliamo in direzione Alto Atlante. Questa parte è la più alta di tutto il massiccio che solca l’intero Paese da Est a Ovest.

La meta è Imlil (1740 m), punto di partenza di numerose escursioni e tour estivi e invernali. È per l’Atlante ciò che Zermatt o Grindelwald sono per le Alpi. Alpinisti ed escursionisti girovagano per le stradine in tenuta sportiva e si mescolano con gli abitanti sulle terrazze dei caffè. Da una parte le pantofole, dall’altra gli scarponcini, là la Djellaba, qui il Gore Tex, ma dopo un attimo nessuno fa più caso a questo miscuglio di stili.

L’ondata turistica ha da tempo cambiato la vita degli abitanti del luogo. Una volta erano contadini, ma in seguito hanno lasciato i loro campi e focolai domestici per lavorare nel turismo di montagna. Sono diventati mulattieri, cuochi o guide turistiche e offrono i propri servizi all’ufficio guide di montagna ubicato nel centro del paese. Prima di partire per un trekking, ci si informa qui sui sentieri, la situazione neve sui passi, il tempo previsto e gli alloggi o bivacchi lungo il percorso.

La maggioranza dei visitatori resta due giorni a Imlil e nei dintorni. L’obiettivo è organizzarsi rapid amente per ­un’escursione alla cima del Jbel Toubkal (4167 m), il punto più elevato dell’Atlante e di tutto il Nord Africa.

Si può fare anche in modo diverso. Prendersi tempo. Evitare i sentieri battuti, scoprire vie poco note, prima di salire sulla prestigiosa vetta.

 

Benvenuti tra i Shilha

Un tempo per raggiungere i villaggi più sperduti c’erano le mulattiere. Da alcuni anni le strade si inoltrano sempre più all’interno dell’Alto Atlante. È grazie ad esse che arrivano l’acqua potabile e l’elettricità. «Le condizioni di vita degli abitanti del villaggio sono da allora decisamente migliorate. La vita è diventata un po’ più facile», dice la guida Mohamed Idboussalem. Il vecchio sentiero, che congiungeva Imlil col paese di Tacheddirt, è diventato una via carrozzabile. Per fortuna la si può abbandonare. I pedoni non sono automobili. Gli abitanti hanno costruito un reticolo di scorciatoie che si snoda tra i villaggi e i campi terrazzati. Mais, sorgo, lenticchie, carote e patate crescono nei campi, protetti contro l’erosione del vento da mura di pietra. Gli uomini sarchiano, scavano, raccolgono – nelle piantagioni ferve sempre una grande attività.

Un gruppo di donne percorre il sentiero. Nonostante il pesante carico del raccolto e dei fasci di legna, supera il dislivello a passo spedito. «Per voi attraversare le nostre montagne è un divertimento», dice Awina. «Per noi è una necessità, se si vuole piantare qualcosa e nutrire la famiglia!»

Le donne appartengono ai Shilha. Questi Berberi sono contadini e pastori del Marocco meridionale e della Mauritania, che si sono stabiliti sulle propaggini dell’Atlante per la fertilità dei campi e dei terreni della zona. «Oggi la terra dà ricchi frutti e il numero degli abitanti dei paesini isolati continua ad aumentare», si lamenta Sukhman, un abitante di Tacheddirt.

 

Una montagna piena di vita...

I paesi qui sono pieni di vita. I borghi sono addossati ai pendii e si confondono con il paesaggio per via dei muri intonacati d’argilla. Da lontano si odono le voci degli abitanti o il raglio di un asino, prima che l’occhio possa scorgere il villaggio. Nelle viuzze, uomini e animali vivono gli uni accanto agli altri. I bambini corrono incontro ai visitatori, gli fanno domande con il loro francese smozzicato e li accompagnano per un tratto di strada.

Dalle finestre delle case la gente guarda fuori. Talvolta qualcuno li interpella. «Ho l’impressione che anno dopo anno ci siano in giro sempre più escursionisti. Scorazzano per valli che nemmeno io conosco», dice una donna berbera di nome Malika. Gli occhi sono truccati di nero con il khôl, sul mento ha tatuata una linea verticale. Indossa l’abbigliamento e gli ornamenti tradizionali dei Berberi. In prefetto francese indica la strada per una pensione. Alcuni abitanti del luogo si sono lanciati nel turismo e offrono alloggi. Sulla tavola arriva di solito una tradizionale tajine, nella quale vengono preparati cibi stufati sul fuoco a legna. Una sorpresa molto gradevole, dopo le giornate di escursioni, la offre Amzouzart: il piacevole calore di un hammam, dove lavarsi e farsi coccolare.

 

... e un paesaggio brullo

La vita dei villaggi contrasta con l’asprezza del paesaggio montano. Al centro del massiccio non si trovano più insediamenti. Qui le alte montagne svettano sulle valli, e scarsi sono i sentieri che portano all’interno.

Quanto più si sale, tanto più il verde delle colture irrigate lascia il posto a una rada vegetazione, fino a sfociare in un arido paesaggio di pietra. Il colore delle rocce varia dal rosso al giallo, fino quasi al nero, formando uno stridente contrasto con il bianco della neve, che sui passi oltre i 3000 metri permane molto a lungo. È il mondo dei nomadi. Pastori, che non si vedono, ma che si sentono fischiare. Con i fischi guidano il loro gregge o comunicano tra loro da una valle all’altra. Conoscono le montagne come nessun altro, percorrono sentieri secolari, guidati dai bisogni dei loro animali. Durante la notte si accampano col loro bestiame in ricoveri semplici. Gli allevamenti sono attivi da maggio a ottobre e si incontrano in tutto il Toubkal. Solitamente situati in punti significativi, vicino a un ruscello – «assif» in lingua berbera – o a una fonte, sono luoghi perfetti per un bivacco. Le persone sono ospitali, ti offrono il tè, che sarebbe meglio non rifiutare. Declinare l’invito è considerata un’offesa.

 

Escursionisti e pellegrini sul tetto dell’Atlante

Il Toubkal è anche un luogo sacro da molto tempo prima della «prima ascensione» ufficiale del 1923 da parte del marchese de Segonzac. La regina delle montagne dell’Atlante, come viene chiamato il Toubkal, è dedicata a Sidi Chamharouch. Il santo aveva il dono di guarire le malattie psichiche, ma anche l’infertilità femminile e i reumatismi.

«Talvolta in un giorno partono oltre 200 persone per la vetta del Toubkal», dice Mohamed Ait el Kadi, custode da quasi 30 anni del Refuge du Toubkal (3207 m). «Nonostante la latitudine, ci troviamo in alta montagna e bisogna fare attenzione, soprattutto quando ci sono bruschi cambiamenti climatici», dice. La maggior parte degli escursionisti prende la via normale che passa per Ikhibi Sud. Altri, come Isabelle Baumann di Basilea, che incontreremo sopra, preferiscono aspettare il sole. «Il sole ammorbidisce la neve, così non ho bisogno dei ramponi», dice.

Ci sono quasi 1000 metri di dislivello per raggiungere la piramide di metallo sulla vetta. Jbel Ouanoukrim, Akioud, Afella Bouguinoussene sono i nomi delle montagne circostanti, tutte sopra i 4000 metri. Da quassù si fa davvero fatica a immaginare la confusione della «città rossa» Marrakech.

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