Tra leggenda e storia a Saas-Fee

DI FRANCESCO CAVAZZANI, MILANO

1 tavola ( 155 ) Parliamo di tempi nei quali unico mezzo di comunicazione era la carrozza: per questo modesto veicolo le Alpi, durante la stagione invernale e ancora per molti mesi dopo, rappresentavano un ostacolo insuperabile. Intenso traffico di gente a piedi e di cavalcature si svolgeva perciò attraverso i valichi alpini, tra i quali molto frequentato era quello di Monte Moro che allaccia la Val d' Ossola ( Italia ) con la valle del Rodano ( Svizzera ). I comuni dei due versanti, cioè della valle Anzasca ( Macugnaga ) e della valle di Saas, seppure non più riuniti nell' unico feudo appartenente ai conti di Biandrate, erano rimasti egualmente interessati a mantenere in efficienza la comunicazione, arteria di grande importanza per gli scambi tra i due paesi. Convenzioni risalenti al 1300 disciplinavano le spese per la manutenzione della mulattiera di Monte Moro, il cui nome non deriva dai Mori o dai Saraceni. Se questa facile, tradizionale e fantasiosa toponomastica rispon-desse al vero, se ogni campo o monte o fontana o lago o ponte Moro si riallacciasse ai Saraceni, costoro avrebbero dovuto occupare l' intera cerchia delle Alpi da Ventimiglia a Trieste. Il nome di Monte Moro deriva invece, secondo più recenti studi, da quello di Mons Martis ( Monte di Marte ) che figura nelle antiche carte della zona, di poi corrottosi in Monte Moro. Oppure dal passaggio di S. Mauro, discepolo di S. Benedetto.

Si avvicinava la fine del secolo XVII e precisamente correva l' anno 1680. Qualcuno ritornato dal viaggio in Italia non aveva nascosto una grave preoccupazione per l' imminente sopravvenire della stagione buona e quindi del caldo. Nella valle di Saas, specialmente sui ghiacciai e sulle montagne, si era accumulata, a seguito del maltempo protrattosi durante la primavera, una quantità eccezionale di neve; questa, sciogliendosi rapidamente, avrebbe gonfiato in misura straordinaria il lago di Mattmark nato allorché la morena del ghiacciaio nella sua progressiva ed inarrestabile avanzata aveva strozzato il defluire delle acque creando una diga naturale. Questa diga, di debole struttura, era destinata a cedere nell' eventualità di un troppo rapido accrescimento del lago. In questo caso ( i vecchi se ne ricordavano benissimo ) la rovina sopraggiungeva ed inesorabilmente colpiva tutta la valle; l' acqua, precipitando al basso con furia selvaggia, distruggeva case e ponti, inaridiva i miseri campi devastandoli con sabbia e pietre, abbatteva piante secolari trasportandole poi sui gorghi limacciosi frammiste a carogne di animali sorpresi nelle stalle o al pascolo ed annegati.

Nel 1680 il temuto disastro non solo puntualmente si verificò, ma fu di una gravita senza precedenti; perfino la chiesa di Saas Grund, rimasta illesa e superstite durante precedenti alluvioni, fu rasa al suolo. A scongiurare il ripetersi di un simile cataclisma, la valle venne dedicata a S. Antonio da Padova, a S. Francesco Saverio ed a S. Nicola. Ma gli abitanti atterriti temevano che questa triade di potenti patroni non fosse ancora sufficiente a bloccare le forze demoniache; allora, per ottenere più sicura protezione, escogitarono dell' altro.

* In montagna lo sguardo corre verso le altitudini perché attratto ad ammirare la bizzarria di una vetta oppure le forme fantastiche delle cattedrali, bianco-nere per l' alternarsi di roccia e di ghiaccio. Il cielo, intensamente azzurro, sembra più vicino e, ad un tempo, più irreale; verso queste lontananze, che presentono la divinità, il pensiero viene attirato anche senza rendersene conto. Si potrebbe dire che, pur se in modo inconscio, la natura, attraverso le sue bellezze e le sue costruzioni di inerte materia, parla del Creatore.

Questo capita anche a Saas Fee, conca smeraldina di una bellezza concentrata; questo capita sia che lo sguardo, tra estasiato ed intimorito, si perda sulle muraglie ciclopiche del Dom o del Täschhorn, sia che si soffermi sul bluastro richiamo della seraccata del Feegletscher, sia che indugi sulle vette dell' opposto versante.

Il nome di Saas Fee non sorge in modo diverso da altre denominazioni in uso sulle Alpi, le quali derivano dalla natura o dalla destinazione di una località, di un terreno. Il pianoro sempre è stato ricco di erba e da ciò il suo nome « au foe », cioè « al fieno », vale a dire la prateria di Fee, la prateria del fieno. Ciò che qui è diverso da altre località delle Alpi, ciò che appare più profondo e sincero è il sentimento religioso degli abitanti.

Che la fede sia stata sempre radicata nell' animo dei montanari della valle di Saas è cosa certa. A dimostrarlo basterebbe il fatto, veramente unico, dei crocefissi doppi che non si ritrovano eguali in alcun' altra valle al di qua o al di là delle Alpi1. Un piccolo crocefisso, completo di croce e di corpo, spesso raccolto in una specie di bara scoperchiata, appare inchiodato nel centro di una più grande e nuda croce di legno. Singolarità codesta di cui nessuno m' ha saputo dare spiegazione. Inoltre, a fianco del Cristo, sui bracci laterali della croce, appaiono tutti gli strumenti della Passione: la scala, i chiodi, la lancia, la tenaglia ed il martello, i dadi, la corona di spine, una mano ( quella del servitore del gran sacerdote che schiaffeggiò Gesù ), talvolta il sole e la luna ( questi certamente provengono da tradizioni di epoche antichissime, addirittura preistoriche ). In cima alla croce sta il gallo a ricordare l' episodio di S. Pietro che rinnegò Gesù. Evidente è lo sforzo di rappresentare la crocefissione nella sua interezza; ciò attesta un sentimento religioso profondo.

Dopo il disastro del 1680 di cui s' è detto, la valle fu messa sotto la protezione dei tre santi. Fu anche posta mano subito a ricostruire la chiesa di Saas Grund abbattuta dalla furia delle acque. Non parve alla popolazione ( allora ben scarsa di numero ) di aver dimostrato a sufficienza la sua devozione e pertanto si escogitò dell' altro.

1 Soltanto nella valle di Cogne ( Aosta ), ch' io sappia, e precisamente a Crétaz esisteva all' inizio del secolo attuale un crocifisso simile a quelli di Saas Fee, con tutti gli emblemi della Passione, ma è stato rimosso.

La mulattiera principale, attraversando Almagell e fiancheggiando il lago di Mattmark, conduceva al valico di Monte Moro. A Saas Grund da questa mulattiera principale si distacca una stradetta secondaria che sale direttamente a Saas Fee; stradetta quanto mai poetica per l' orrida strettoia del vallone, per l' ombrìa dei larici vaporosi tra i quali sale serpeggiando, per le pareti dirupate che la sovrastano e sotto alle quali spesso arrampica a mezzo di vere e proprie gradinate artificiali dovute al lavoro dell' uomo. Fu allora deciso di edificare lungo questo sentiero una chiesetta che, dalle caratteristiche della strada, fu detta Hohen Stiege o Notre Dame des Marches; in italiano potremo chiamarla Nostra Signora della Scala.

La persona che prescelse luogo ed architettura doveva possedere una rara sensibilità ed un profondo senso artistico-religioso. Ad un tratto il sentiero sbocca su una breve spianata dalla quale diventano visibili il panorama di Saas Fee, la catena dei Mischabel e l' Alphubel con la sua impressionante cascata di seracchi. Cotesto punto è di una bellezza selvaggia, solitària, impressionante. Ebbene proprio in questo punto viene edificata nel 1687 la chiesetta, ampliata poi nel 1747 con l' aggiunta di un porticato aperto da due lati. Malgrado le mura siano addossate alla roccia, anzi facciano corpo con la stessa; malgrado il tetto sia di lose grigie al pari dei tetti delle baite più misere; malgrado le colonne del portico siano rozze e non certo di marmo pregiato, una grande pace vi scende nel cuore, la volontà di parlare viene meno e l' atteggiamento diventa subito, spontaneamente, rispettoso e raccolto.

L' irregolarità della costruzione non danneggia la semplicità; la piccola campanella che si eleva sul tetto alquanto di sgembo sottolinea siffattamente la pace di questo eremo che subito vi sentite racchiusi entro un alone di potente misticismo, che subito vien fatto di pensare ad un soggiorno riservato ad anime semplici, ad anime superiori le quali conoscano segreti canali per restare a contatto con Dio.

Lo sconosciuto artista, pur mantenendo una linea di estrema sobrietà e modestia, ha creato un capolavoro nel quale non sai se ammirare maggiormente la grazia della costruzione o quanto di inesprimibile, di sovrumano la circonda. Così accade ad Assisi di fronte alla Porziuncola.

Sospingendo la porta, sempre ed a tutti aperta, entrate nella modesta chiesetta dove un' altra sorpresa vi attende: un altare di legno intagliato e dorato, di stile barocco ma con caratteristiche sue proprie. Opere simili se ne trovano spesso nelle chiese di montagna, ma il barocco è pesante, massiccio e per di più le sculture in legno rappresentano, quasi sempre, creazioni di scarso valore, dovute ad artisti secondari. Qui no; come la scelta del luogo e dell' architettura stanno a dimostrare che presiedette all' opera un uomo di raffinata sensibilità ed un autentico artista, anche l' altare dimostra una notevole perfezione. È un barocco aggraziato, leggero e quasi spumeggiante: quattro angioletti - son quattro putti sorridenti e graziosi - sostengono la volta senza sforzo. Sotto alla volta è la statua della Madonna col Bambino; così soave e divina è l' espressività del volto da ram-mentare la Madonna del Bellini nella chiesa dei Frani a Venezia, da ricordare, per un eventuale paragone, le migliori opere del genere esistenti nell' arte della Spagna, paese dove scultori di vaglia non disdegnavano abbandonare marmo e creta per lavorare anche il legno.

Non è da meravigliare se, di fronte al rapimento avvertito da persone colte ed evolute, i semplici montanari attribuiscano addirittura a cotesta Madonnina virtù miracolose; ne fan fede i molti ed ingenui ex voto ( una gamba, un braccio, una mano, ecc .) appesi alle pareti.

È singolare che, mentre le cronache ci hanno tramandato il nome - davvero poco interessante dell' appaltatore dei lavori, sia andato perduto il nome di chi ha saputo creare questa Madonna. Costui doveva unire ad uno squisito senso d' arte, una fermissima fede perché soltanto chi profondamente crede può raggiungere una simile intensità d' espressione ineffabile ed angelica.

Inaugurata la chiesetta non ci si sentì ancora tranquilli. Così nel 1709, a partire da Saas Grund e scaglionate lungo la montagna fino a raggiungere Nostra Signora della Scala, furono erette quindici bianche cappellette: una griglia posta davanti all' unico lato aperto consente la visione di piccole statue, scolpite in legno ed alte poco più di mezzo metro, riproducenti le stazioni del Rosario, la vita della Vergine e del Cristo. Ognuna delle famiglie abbienti assunse l' onere della spesa per la costruzione di una di coteste cappelle. Si conoscono i nomi degli oblatori, non si conoscono i nomi degli artisti che eseguirono le sculture e che certamente erano abili per poter realizzare nei personaggi atteggiamenti tanto espressivi e sublimi.

È opinione, specialmente nella Svizzera, che l' origine di queste cappelle debba ricercarsi nella devozione ai misteri del Rosario, assai diffusi nel Settecento anche per effetto del Concilio di Trento e debba pure ricercarsi nelle rappresentazioni sacre che, ad iniziativa dei Gesuiti, si effettuavano a Briga o in altre, popolari, che si svolgevano a Sion ed a Stalden 1.

Non condivido questa opinione. La prima iniziativa del genere è quella di Varallo dove il « Sacro Monte » sorge ad opera del beato Bernardino Caimi. Questo frate francescano era stato inviato dal suo ordine a Gerusalemme onde presiedesse ai Luoghi Santi ed egli vi soggiornò in varie riprese intorno agli anni 1478, 1487 e 1488. In quell' epoca massima aspirazione per un cristiano era quella di effettuare un pellegrinaggio in Terra Santa ( così e come per un mussulmano l' optimum era un pellegrinaggio alla Mecca ). Ma quanti avevano la possibilità di realizzare un simile desiderio? Occorreva ( per chi non fosse fornito di larghi mezzi ) mettersi in cammino a piedi: il viaggio poteva durare qualche anno, con tutti i rischi connessi.

Il beato Caimi pensò dunque: perché non creare in Italia una specie di « succursale » dei Luoghi Santi? Ecco perché ricercò e scelse un « monte » ( in analogia del monte Sion ) che poi chiamò « sacro »; ecco perché ideò e volle una ricostruzione plastica delle scene principali della vita di Gesù, della Madonna e degli episodi della crocifissione; ecco perché riportò egli stesso da Gerusalemme molte reliquie e perfino una croce composta con legni ( cipresso, palma, cedro ) identici a quelli della croce originale ( questa croce fu poi usata e tuttora si trova a Varallo nella cappella della crocifissione ).

Poiché il Caimi era anche devotissimo della Madonna ed aveva riportato in patria da Costan-tinopoli una statua della Madonna dormiente, a Varallo egli sviluppò anche cotesto culto: da ciò ( e non dal Concilio di Trento ) l' abbinamento misteri del Rosario e vita della Vergine con la Passione.

L' opera non fu portata a termine così e come l' ideatore l' aveva progettata. Imprese di questo genere superano di gran lunga la vita di un uomo; dopo la morte del Caimi furono introdotte varianti e, sembra, furono anche abbattute delle cappelle già da lui fatte costruire. In ogni modo poiché a Varallo lavorarono maestri di chiara fama come il Gaudenzio Ferrari ed i fratelli Enricis, il risultato fu notevole. I personaggi e gli animali sono riprodotti nelle proporzioni normali, numerosissime sono le statue, la rappresentazione è sempre scenografica, realistica e tale da colpire i fedeli.

La fama di Varallo si estese rapidamente, come ne fanno fede scrittori dell' epoca; numerosissimi erano i visitatori, i pellegrini, coloro che si recavano colà ad invocare qualche grazia speciale. L' idea ormai è lanciata e da numerosi germogli: un altro « sacro monte » sorge a Varese nel 1604; analoghe cappelle vengono costruite al santuario di M. Vergine del Sasso sopra Locamo, ad Oropa ( Biella ), a Graglia, a Crea nel Monferrato, a Domodossola, al santuario di Orta, ecc. Da qui trae 1 L. Engel, La vallée de Saas, Ed.Attinger, pag.55 e segg.

origine anche la devozione della « via Crucis », rappresentazione in piccolo di quanto si può ammirare a Varallo in proporzioni più grandiose; ed è tutto un pullulare, anche in piccoli paesi, di modeste cappelle, magari di semplici medaglioni o di croci emblematiche a ricordare appunto le stazioni della « via crucis ».

Le comunicazioni attraverso le Alpi erano in quel tempo normali e frequenti attraverso i valichi alpini; non è da stupire se da Domodossola, da Alagna ( così prossima a Macugnaga ) la voce sia corsa diffondendosi in tutto il Vallese; e ciò spiega come, affermatasi ormai da un secolo la fama di Varallo, radicatasi in forma stabile la devozione della « via crucis », gli abitanti della valle di Saas abbiano pensato a creare una catena di cappelle per scongiurare il ripetersi di disastri del tipo di quelli che li avevano duramente provati.

Gli scultori di Saas Fee hanno fatto però opera originale; può darsi abbiano avuto occasione di assistere alle rappresentazioni teatrali di cui s' è detto ed a queste si siano ispirati per l' atteggia delle statue e per il vestiario. Vi sono infatti, nella distribuzione delle figure, un equilibrio ed una precisione veramente teatrali.

Quando nel 1836 il trentenne abate Joseph Imseng fu nominato curato a Saas Grund nella sua valle nativa, cambiarono di colpo le notizie poco liete che i rari viaggiatori riportavano dalla sconosciuta e lontana valle di Saas. Si seppe subito che il nuovo parroco era affabile, colto, disposto ad alloggiare i turisti, disposto a collaborare per estendere le conoscenze topografiche e per esplorare le alte vette. Quanto il canonico Carrel fece per il bene della sua Valtornenza, l' umile abate Imseng fece per la sua valle di Saas, aggiungendovi qualche cosa di più perché, al contrario del Carrel, gli piaceva camminare ed ascendere in alto sicché si tramutò egli stesso in guida ( a un dipresso come l' abate Gorret ).

Melchior Ulrich, professore di dogmatica dell' Antico Testamento alla Facoltà di teologia di Zurigo, archeologo e geologo, che fu tra i fondatori del Club Alpino Svizzero e ne fu anche presidente centrale, conosce l' abate Imseng nel 1847. Giunto a Saas, si mette alla caccia di notizie che l' albergatore non gli sa dare ma che, gli dice, potrà avere dall' abate. Ulrich è alla ricerca di un passaggio per scendere nella valle di Zermatt: Imseng lo informa che nessuno ha mai compiuto cotesta traversata e tuttavia subito si offre come guida. L' abate ignora che l' Allalinpass è stato già valicato nel 1828 da Ernst-Heinrich Michaelis con le sue guide; egli deve pertanto cercare la strada che conduce a questo facile colle ( è sempre una bella sgambata da Mattmark, 2100 m, per attingere i 3564 m del valico ). Giunti a Täsch, Imseng si congeda dovendo rientrare subito a Saas ed Ulrich soltanto con molta fatica riesce a fargli accettare una somma per le sue opere di beneficenza. Nel 1848 si ritrovano e questa volta valicano il mai superato Riedpass scendendo a S. Nicolaus; infine nel 1849, mentre Ulrich intendeva ripetere la traversata dell' Allalinpass, l' abate volle invece ricercare un altro colle che egli aveva veduto durante le esplorazioni effettuate allo Strahlhorn ed al Rimpfischhorn. Sempre partendo da Mattmark, superarono l' Adlerpass ( 1800 m di dislivello ), poi Imseng, invece di proseguire fino a Zermatt, si separò dalla comitiva ridiscendendo per il versante di salita in quanto doveva ritornare urgentemente a Saas. E così il colle che avrebbe dovuto essere chiamato Imsengpass dal nome di chi lo aveva scoperto, non lo ricorda neppure tra quelli che per primi lo valicarono.

Le monografie pubblicate da Ulrich richiamano l' attenzione e fanno conoscere l' umile prete di Saas. Il quale ripete con gli Inglesi Alfred Wills e R. C. Heat la traversata dell' Allalinpass mettendosi in marcia a mezzanotte. L' abate cede ai suoi alpinisti, che ne sono privi, gli occhiali da sole e li fornisce di ghette che ha prudentemente portato onde non si bagnino i piedi nella neve. Imseng marcia sempre in testa, tagliando i gradini e cercando la strada, gli altri si limitano a seguire la sua sottana nera che, per quanto assai malandata, egli non abbandona mai! Giungono a Täsch nel tardo pomeriggio e qui gli alpinisti apprendono che Imseng è atteso a Saas per la messa del mattino successivo. Prospettiva poco attraente quella di una interminabile camminata nel fondo valle dopo un' ascensione tanto faticosa e durata diciotto ore! Non ne aveva tenuto parola, prima della partenza, per non mettere in imbarazzo i suoi compagni. E così, dopo averli salutati alle 10 di sera, arrivò d' un fiato a Saas alle 4 del mattino ed alle 5 salì all' altare.

L' anno seguente Wills et Heat ritornano e questa volta Imseng li guida all' Adlerpass che egli aveva già superato nel 1849 con Ulrich e, con occhio sicuro, ritrova la strada come l' avesse percorsa il giorno prima.

Più tardi conobbe Tyndall e Whymper che assai lo stimavano; fu il primo a tentare il Dom; in un' epoca nella, quale l' alpinismo femminile era giudicato quasi contro natura, ebbe attenzioni e cortesie per la signorina Cole, per le signorine Freshfield e Lucy Walker.

Il primo albergo della valle fu dovuto a quest' uomo il quale poi ne creò un secondo a Mattmark. Purtroppo una sera, d' estate, fu ritrovato cadavere nel lago di Mattmark e sulla tragica morte grava il dubbio di un assassinio, compiuto forse a scopo di vendetta e per gelosia dei suoi successi come guida alpina. Se ciò risponde a verità, la mano omicida non potè spegnere il ricordo, né soffocare i meriti di questo umile e grande prete al quale, molto opportumanente, è stato eretto da poco un monumento sulla piazza di Saas Fee. Appoggiato alla piccozza, raccolto entro la veste talare, egli simboleggia l' avventura alpinistica animata dal più nobile scopo: la ricerca dell' ascosa verità.

La dolcezza, la serenità, l' opera fattiva dell' abate Imseng ricevettero probabilmente una spinta determinante dallo stesso sentimento dal quale erano nate - un tempo - Nostra Signora della Scala e la corona delle quindici cappelle.

La funivia che dallo Splelboden sale a Lange Fluh ( 2870 m ) è ultimata; con ciò una zona grandiosa per elevatezza di cime, immensità di ghiacciai e cadute di seracchi è aperta anche per le gite di fine settimana. Il gruppo dei Mischabel, quello del Rosa, il Lyskamm, il Cervino, il Dente d' Hérens costituiscono un concentrato di elevatissime e magnifiche cime che possiamo chiamare unico nelle Alpi. Auguriamoci che, pur nella frettolosità della vita moderna, gli alpinisti giungendo in questa zona sentano nascere in sé stessi quel sentimento di rispetto che fu dote dei pionieri.

D' inverno un lenzuolo candido ricopre il sentiero delle cappelle e di Nostra Signora della Scala. Diventa difficile percorrerlo ed occorre prestare attenzione che, sotto alla neve, spesso c' è ghiaccio. Le gialle corriere postali portano in pochi minuti dall' uno all' altro dei vari centri di Saas e la strada asfaltata è tenuta sgombra dallo spartineve; tuttavia qualcuno preferisce andarsene a piedi lungo il sentiero delle cappelle, anche se il cammino è scomodo, ripido e faticoso. Perché? Una pista abbandona il sentiero davanti ad ogni cappella; qualcuno si è diretto alla griglia per guardare la scena ( chissà quante volte l' ha vista ), poi, in quel silenzio solenne e mistico, innalza la sua preghiera.

La fede si tramanda così di padre in figlio e resiste all' incalzante materialismo, tetragona ad ogni lusinga. Quanto più la vita moderna si complica, si fa difficile ed angosciosa, tanto più la tranquillità dell' animo si ricollega alla semplicità del credere.

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