Con passione e calcolo Due custodi in discorso

Gabi Aschwanden e Thomas Meier sono custodi di capanne da un quarto di secolo. Entrambi affrontano sfide analoghe, ma sono lungi dall’essere sempre d’accordo. Una conversazione su un mestiere da sogno spesso idealizzato.

Tommy Dätwyler: Per questo colloquio ci incontriamo a valle durante l’alta stagione: lassù in capanna si digiuna?

Gabi: In realtà può talvolta accadere di incontrarmi in valle durante l’alta stagione, ma fortunatamente questo è anche possibile. Al momento, la Fridolinshütte è immersa nella nebbia e incustodita per due giorni.

Thomas: Anch’io ho lasciato la Läntahütte per tre giorni a causa di altri impegni. Durante la mia assenza, a occuparsi dell’esercizio sono degli amici che ci sanno fare. Funziona – per entrambe le parti!

Il custode, la custode, è l’anima della capanna. Come caratterizzate la vostra, cosa è importante per voi?

Gabi: L’aspetto decisivo è e rimane il mio cuore montanaro. Significa che lassù deve funzionare, lassù devo essere felice. Devo rimanere fedele al mio lavoro e ricavarne gioia, gli ospiti lo devono percepire. Per me, cifra d’affari e guadagno non sono al primo posto. Il mestiere di custode è la mia vocazione. Gli ospiti non vedono alcun direttore. Attribuisco valore alla normalità. Non stendo tappeti rossi, ma so accogliere con il cuore e con l’anima. Perciò, l’atmosfera alla Fridolinshütte è originale e piuttosto famigliare.

Thomas: Grande cuore ospitale e capanna piccola: questo mi interessa. Sono anch’io ospitante fino al midollo e non voglio alcuna distanza dagli ospiti. Fondamentalmente, so che non possono offrire o vendere alcunché di credibile se non l’apprezzo io stesso. Perciò, mangiare in un ambiente gradevole a lume di candela assume un grande valore. Per me l’atmosfera in capanna è importante, lo stare assieme, il condividere la passione. Io non metterei tre coppie in tavoli separati, bensì assieme. Questa apertura e il grande tavolo comune per me sono essenziali. Anche la porta tra il refettorio della capanna e la cucina rimane aperta. Non è raro che io mangi assieme agli ospiti nel refettorio. Ma i sette metri quadrati della mia camera di custode sono sacri.

Gabi: Mangiare assieme agli ospiti è una cosa che faccio solo eccezionalmente. E le tre coppie, avendo abbastanza spazio le separerei. Possono sempre mettersi assieme, se lo vogliono. La porta della cucina, tuttavia, rimane per principio aperta anche da me.

Dopo un quarto di secolo in capanna, cosa è cambiato nel vostro atteggiamento, nella vostra consapevolezza di sé? Siete ancora gli stessi?

Gabi: Io sono in primo luogo una montanara e solo subordinatamente custode. La capanna è il mestiere con il quale mi guadagno da vivere e che talvolta mi impedisce anche di andare io stessa in montagna. Si tratta di un mestiere duro e spesso ben poco romantico, con fino a 18 ore di lavoro al giorno. Ma nonostante le rinunce, diventare custode di una capanna è stata ed è una fortuna enorme, il meglio che potesse accadermi nella vita.

Thomas: Quello lassù (indica la cresta principale delle Alpi) non è il mio lavoro, è la mia vita, e questa è per me la grande fortuna. Il lavoro e il tempo libero si mischiano, e questo per me è ideale. Io sono una specie di mezzo nomade moderno, pendolare tra città e capanna, tra il deserto urbano e la natura. Una parte del mio inizialmente apparentemente infinito idealismo se ne è in effetti andata, ma ne rimane ancora molto. La passione è rimasta. È e rimane così: bisogna essere sani e in forma, altrimenti lassù non durerai a lungo. In capanna, io sono un inquilino con responsabilità generale, e so che il mio tempo lassù è destinato a finire.

I custodi di un tempo, aspri e difficili, erano così liberi, egocentricamente superiori e di difficile approccio…

Thomas: Quelli non erano figure sofferenti! Personalità eccitanti, dotate di carisma, con molte conoscenze e un grande patrimonio di esperienza. Sapevano quello che volevano e lo affermavano anche chiaro e tondo.

Gabi: È qualcosa che come donna non mi posso permettere, ma che neppure vorrei. Anche se a volte invidio gli uomini che si affermano chiaramente. Oggi ancora non tutto è adeguato a una donna, e talvolta per un uomo sarebbe più facile. Capita che mi tocchi dire una cosa due volte prima che poi succeda. Non devo tuttavia nascondere che, 27 anni fa, l’allora dominante mondo maschile del CAS mi ha accolto con grande rispetto.

I tempi sono cambiati. Qual è oggi la vostra maggiore preoccupazione?

Gabi: È cambiato meno di quanto si pensi. Un tempo telefonavo, oggi scrivo una mail. Ma altrimenti molto è rimasto uguale. In fondo, però, a disturbarmi è la crescente pressione economica, la necessità di generare una cifra d’affari sempre maggiore. Sono e vengo motivata a una gestione economicamente di successo, sebbene in realtà vorrei che l’ospite debba pagare il meno possibile. Le capanne del CAS hanno una manutenzione cara, costano molto denaro alle sezioni. E di certo comprendo le direttive della sezione, che deve finanziare la capanna. Questa pressione, questa dipendenza e l’impossibilità di decidere liberamente fanno male. Sono diventata una donna d’affari, che può però esistere solo in relazione alla generosità del mio cuore. Nel mio ultimo anno di capannara sarei tentata di applicare gli stessi prezzi di allora. Per fare un po’ meno lavoro, ma per starmene più a lungo con gli ospiti e chiacchierare. Ma ne avrò il coraggio?

Thomas: Conosco questa pressione e cerco continuamente i modi per resistervi e subire meno stress. All’epoca ho ripreso consapevolmente una piccola capanna con 33 posti, sperando che l’aspetto commerciale non fosse l’unico a stare in primo piano. Una speranza che non si è davvero realizzata. Quando la regione e la capanna sono popolari e non più 900, ma 2500 ospiti vi pernottano, a farsi avanti sono imposte sul valore aggiunto, libri contabili e altro ancora. Le autorità e la loro burocrazia hanno le braccia lunghe e leggi e controlli non scarseggiano certo. L’impegno è sempre più grande e a fine stagione qualcosa deve pur rimanere, altrimenti non c’è senso e ancor meno divertimento.

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Devo rimanere fedele al mio lavoro e ricavarne gioia, gli ospiti lo devono percepire. (Gabi)

Come si ripercuotono tecnica e digitalizzazione sul vostro lavoro? Internet, sistema di prenotazione e altri sussidi elettronici sono vantaggiosi?

Gabi: In capanna non ho internet, e così sarà fino a quando lassù ci sarò io. Tutto quello che ho è una presa con la corrente fotovoltaica, che metto volentieri a disposizione degli smartphone dipendenti. Possono disputarsela tra loro. Trovo meglio se gli ospiti prenotano per telefono: questo mi permette di spiegare loro brevemente la situazione attuale. Scrivere mail richiede tempo. Preferisco bermi un caffellatte al sole assieme agli ospiti.

Thomas: La tecnica aiuta. Ma il comportamento disinvolto di alcuni ospiti causa sempre più spesso il mal di pancia e il livello esagerato di talune richieste di certo non aiuta. E ad ogni modo, un buon ospite è quello che poi viene anche. Quando ho il cibo già nella pentola e qualcuno disdice per motivi inconsistenti o con un preavviso troppo breve, metto le cose in chiaro: in quei casi sono ben felice di applicare le condizioni generali di contratto e la possibilità di emettere la fattura in caso di disdetta tardiva o non comunicata. Sono benvenuti tutti quanti, ma con il dovuto rispetto. Noi abbiamo degli obblighi in quanto ospitanti, ma ce ne sono anche dall’altra parte.

Gabi: Io la vedo del tutto diversamente. La fattura in caso di mancato arrivo o disdetta tardiva per me non esiste. Sino ad ora non ho mai chiesto un franco a qualcuno che non si è presentato in capanna. La storia è sempre la stessa: capannaro o imprenditore? Io sono una montanara: se il tempo è cattivo o improvvisamente succede qualcosa, si può anche disdire, anche solo al mattino. Verranno un’altra volta. Secondo me, se qualcuno c’è, costa qualcosa, se non c’è, non costa nulla. Ovviamente, alla prenotazione dico sempre che un buon anticipo della disdetta è senz’altro gradito.

Thomas: Dovresti valorizzarti di più! Non può essere che coloro che si comportano in modo scorretto o irrispettoso vengano ancora approvati e ricompensati. È per questo che ho lottato con impegno per le CGC, e mi arrabbio quando i custodi non le applicano.

Gabi: Non lo posso fare. Né lo voglio. Disturba il mio cuore di montanara, sorry. Sei tu ad aver detto che, come capannari, bisogna rimanere autentici. Io lo sono, anche sotto questo aspetto. Né mi arrabbio se qualcuno disdice. Ma probabilmente ho incontrato molti alpinisti, ospiti più robusti…

Thomas: Oggi ci possiamo informare con esattezza, siamo bene attrezzati, abbiamo molto tempo libero. Non è corretto rinunciare all’ultimo e rimanere nella zona comoda. Una prenotazione attiva la prestazione di servizi. Questi hanno un costo, ed è giusto così. Non si può voler consumare e non assumersene la responsabilità.

Quanto conta la psicologia, la sensibilità, nell’incontro con gli ospiti?

Gabi: In proposito non mi faccio troppi pensieri: sono spontanea e ascolto la mia pancia. Quando per esempio dei giovani si sentono sopraffatti dal bonario Tödi, io dico, «provateci, e semmai tornate indietro; fidatevi delle vostre sensazioni.» Anche noi abbiamo imparato la montagna così.

Thomas: Disponibile: senz’altro! Ma vedo anche dei limiti. La sensibilità è senz’altro una buona cosa, ma neppure io ho voglia di pesare ogni singola parola. Le persone che vanno in montagna fin dove si può con il fuoristrada e poi si lamentano del ritiro dei ghiacciai mi danno un po’ sui nervi.

A proposito di ghiacciai e clima: quale è la direzione delle capanne in materia di risorse e sostenibilità?

Thomas: Per me l’obiettivo è chiaro: gestione della capanna climaticamente neutra, se necessario con un’intelligente compensazione del CO2. Sarei d’accordo anche con l’introduzione del franco per il clima per gli ospiti della capanna. In quanto CAS e gestori di capanne, abbiamo una responsabilità, siamo dei modelli. L’attenzione ci sta bene, poiché siamo ambasciatori e a noi deve importare ciò che accade al clima. Non sono un radicale, ma in quanto alpinista so che il nostro comportamento in materia di mobilità è ben più spavaldo di quello di molti sportivi che trascorrono il loro tempo libero a casa, negli spazi urbani.

Gabi: Alla Fridolinshütte abbiamo energia idroelettrica e fotovoltaica, ma nessun altro marchingegno tecnico. Siamo climaticamente neutri, è così che viviamo la nostra responsabilità. Ciò nonostante, non pretendo di criticare gli altri e di dispensare consigli.

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È e rimane così: bisogna essere sani e in forma, altrimenti lassù non lasci nulla. (Thomas)

Come sono cambiate le esigenze degli ospiti negli ultimi 20 anni?

Gabi: Il desiderio di camere più piccole lo posso capire. Neppure io dormo volentieri come fiammiferi in una scatola. In emergenza si possono disporre delle tavole tra i singoli letti. Sono anche contraria a ulteriori accorgimenti tecnici, nell’esercizio della capanna, ma anche in cucina. Meglio «semplice, buono e sufficiente», anche in cucina. Non ho bisogno di alcuna gastromacchina né di carote tagliate a forma di onda. E i miei ospiti non reclamano neppure perché il WC e la fontana sono all’esterno. Questo ha permesso a più d’uno di ammirare più a lungo il cielo stellato.

Thomas: La vedo così anch’io. In caso di trasformazione o ampliamento, apprezzo la riduzione del numero dei letti e le camere più piccole. E il lusso tecnico non serve. Già, come avere una cucina di lusso e poi farsi portare il pane con l’elicottero. In cucina, gli aspetti regionali assumono per me grande importanza.

Un augurio ai vostri ospiti?

Gabi:Rimanete quello che siete! Aperti e interessati. Mi rallegra vedere di nuovo tanti giovani venire in montagna e scoprire il valore di quel mondo.

Thomas: D’accordo! Vivete l’istante, rimanete genuini e fedeli a voi stessi! E portate con voi il vostro spirito di buongustai!

Cosa non dovrebbe dimenticare un capannaro e coloro che desiderano diventarlo?

Gabi: È enormemente importante essere in grado di fare qualcosa da sé nei tempi morti. Bastare a se stessi in quelle situazioni e in quei giorni. La vita in capanna non è continuamente divertente come a valle. Chi la sa sopportare ha già fatto un gran passo. Anche: per gli inesperti vi sono capanne di dimensioni «infelici»: allora, quando il tempo è cattivo, aumenta anche la pressione economica.

Thomas: Noi siamo in realtà dei «badanti a tutto tondo»! Una volta in capanna, auguro a tutti quanti il coraggio di prendersi un po’ di tempo e calzare loro stessi gli scarponi. Occorre inoltre essere capaci un po’ in tutto anche senza saper fare tutto. E bisogna essere consapevoli che lassù, la quotidianità è diversa dalla vita normale, e bisogna affrontare molte cose con più cuore, più coraggio e più creatività. Anche le amicizie e le relazioni. Ciò nonostante, siamo più richiesti che mai e godiamo dei migliori presupposti nei luoghi più belli. Più il mondo è digitale, più le fughe sono analogiche – per fortuna! E a volte mi piacerebbe essere un po’ più simile a Gabi (ride).

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