Adam's Peak - Ceylon

Ermes e Amalia Borioli, Locamo Come festeggiare l' inizio dell' anno in montagna su una remota isola dell' Oceano Indiano?

Il problema principale da risolvere è quello del trasferimento notturno dalla spiaggia di Bentota al villaggio di Carney, punto di partenza l' ascensione all' Adam Peak, il monte sacro dei buddisti, che, col Pidurutalàgala e il Kirigalpotta, costituisce il massiccio centrale montagnoso di Ceylon, con un' elevazione massima di 2697 metri.

Sono una settantina di miglia su strade tortuose e non sempre ben segnalate. Grazie all' interessa di Fernando, il garzone parrucchiere, troviamo finalmente un autista disposto a fare il servizio con la sua vecchia Dodge, della quale, ammaestrati dall' esperienza, notiamo subito i copertoni lisci come le guance di un bambino. Gli dobbiamo tuttavia garantire il pagamento di fr. 200., pari a uno stipendio trimestrale ( un nonnulla per cittadini di un paese come il nostro, la cui unica preoccupazione è quella di comprimere la quotazione della propria valuta in continua ascesa ).

Partiamo verso le 19.00 del 2 gennaio 1976, mentre il sole si tuffa nel mare in un tripudio di fuoco.

Anche di notte l' animazione sulle strade non tende a scemare: son pedoni, con fagotti di ogni genere, ciclisti, con portapacchi stracarichi, birocci a due, tre o quattro ruote, trainati per-loppiù da bufali e, infine, pacifici quadrupedi, che gironzolano a dritta e a manca. Gli automezzi si tengono prudentemente al centro della carreggiata; gli incroci avvengono all' ultimo istante con guizzi da mozzafiato. Non per nulla vige la consuetudine, prima di iniziare ogni viaggio, di versare un' elemosina al tempio del Buddha della strada: il San Cristoforo dell' Estremo Oriente. Da Radnapura, il centro minerario dello Sri Lanka ( il nome singalese di Ceylon, derivato dal san-scrito « isola » ), iniziamo l' ascesa fino a quota 350 ca., in un dedalo di stradicciuole strette, ma asfaltate. Basta un colpo di sonno che sorprende Fernando, il quale funge da interprete e da ufficiale di rotta, perché si imbocchi una direzione sbagliata, ciò che ci costa qualche miglio e un' oretta in più.

Lasciamo l' autista al meritato riposo e ci incamminiamo armati soltanto di una lampadina tascabile. Bussiamo all' unica bicocca illuminata del villaggio: qualcuno che sta vegliando oltre la mezzanotte sposta una tavola della palizzata e ci indica l' imbocco del sentiero che s' inoltra tosto nella giungla. La notte è fonda; non possiamo neppure contare sulla complicità della luna che è nascosta da una particolare angolazione del globo terracqueo.

Abituati ormai a camminare per ore nei nostri boschi, dove persino l' ultimo anelito è stato inesorabilmente soffocato, l' impressione è allucinante: stridori, ululati, pigolii, sibili, fruscii compongono una sinfonia indescrivibile. Qua e là la fitta vegetazione è punteggiata di luci misteriose che si spostano e s' incrociano in una danza frenetica.

Su un' angusta radura vi è ancora un casolare disperso, prima di affrontare la ripida ascesa: si fanno incontro due cani ringhiosi; sarà la loro l' unica aggressione durante tutta l' escursione: da buoni amici dell' uomo hanno ovviamente imparato a difenderne a zanne strette i privilegi.

A tratti il sassoso sentiero, che in certe epoche dell' anno è frequentato da pellegrini che salgono al santuario, è illuminato da qualche lampione, la cui fioca luce riflette in lontananza la sagoma di un' interminabile scalinata naturale, che sembra sfiorare il cielo. Dove c' è luce, il corto orizzonte è solcato dal volo di sinistri pipistrelli.

L' aria è piuttosto afosa, le nari sono eccitate da profumi intensi, che emanano da una vegetazione lussureggiante.

Raggiungiamo un capanno sollevato dal suolo con una palafitta. All' interno arde un fuoco attorno al quale dormono due operai. Gli stessi si fanno non poche meraviglie nel vedere due « visi pallidi » ( anche se leggermente abbronzati dagli ozi della spiaggia ) affrontare la montagna a l' ora. Scambiano qualche parola con Fernando, il quale si era offerto di accompagnarci col giovanile vigore di una gazzella, ma che dopo un paio d' ore di marcia incomincia ad avere il fiato grosso. Ci avvertono che siamo circa a metà cammino: mancano quattro miglia alla meta. Sarebbe l' ora di un primo ristoro, ma con imperdonabile imprevi-denza ci siamo avviati con la sola borsa da viaggio con apparecchio fotografico e cinepresa. Oltrepassata la pietra altimetrica dei 7000 piedi, la sagoma illuminata del tempietto che sovrasta la cima si profila da lontano; dobbiamo però superare ancora parecchi avvallamenti.

Scorgiamo una grande tettoia, coperta di stuoie, sul cui muretto di cinta è scolpita una svastica, il simbolo millenario della razza ariana, fondatrice di quella singalese, degradato nei tempi nostri a lugubre contrassegno della malvagia cru-deltà nazista.

Un portale scolpito ci indica che stiamo entrando nella zona sacra: mancano poche diecine di metri alla vetta, che si staglia ora nel cielo come un tronco di cono.

Sulla cresta sud-est, lungo la quale si svolge l' ascesa, sono stati incastrati scalini di cemento con appoggiamano di metallo, che facilitano l' ultimo sforzo ai pellegrini.

All' orizzonte il primo albore stempera l' intensa luminosità delle stelle.

Improvvisamente si leva un vento gagliardo e la temperatura si abbassa, stimiamo a + 6/8°.

Nel tempietto, che poggia sulla superficie elit-tica del culmine, è venerata un' impronta gravata nella roccia, sulla cui origine s' intrecciano le leggende: per gli uni è il segno lasciato dal nostro progenitore dopo la cacciata dal paradiso terrestre, da cui il nome della montagna; la tradizione buddista pretende invece che l' impronta ricordi il passaggio del maestro nel suo pellegrinaggio.

Nel frattempo, consumata la gamma dei colori dell' iride, dal nero violastro al rosso arancio, i raggi del sole tornano a rischiarare l' universo tra infinite sfumature di nebbia infuocata. Mitigati i rigori di quell' alba tropicale, i monaci buddisti iniziano il loro rito mattutino al suono di pifferi e tamburi.

La nostra attenzione è tosto attratta verso ponente dove l' ombra della montagna è proiettata come una gigantesca piramide di un' indescri colore blu vivido sulla bruma che copre la pianura desolata. Un degno apogeo di una notte spesa sul sacro monte. Riponiamo i nostri apparecchi sui quali abbiamo fissato quelle immagini irreali e scendiamo rapidamente verso valle. Le nostre calzature non sono proprio idonee: in previsione di una vacanza balneare Amalia aveva preso seco solo le scarpette del percorso « Vita ».

Da una capanna s' innalza un pennacchio di fumo. Ci avviciniamo e, per poche rupie, abbiamo l' occasione di consumare una frugale colazione a base di galletta ricavata dall' albero del pane e di marmellata di bacche montane: una vera manna caduta dal cielo.

Vediamo ora la giungla distendersi a perdita d' occhio dal fondovalle fin verso il culmine della montagna. A parte il sentiero, scavato dalla devozione umana, non ci sono altri varchi: solo le millenarie piste degli elefanti, i passaggi invisibili lungo i quali le alci si spostano veloci, per sfuggire al feroce leopardo. Al brusio notturno s' aggiunge ora lo spettacolo degli alberi secolari che si ele-vano al disopra di un sottobosco impenetrabile, un quadro di luci e colori favolosi. Improvviso risuona un barrito; « elephant » mormora Fernando, e ci sembra di vederlo sbiancarsi in viso. Si stringe nelle natiche e parte come un razzo.

Lo seguiamo quasi a malincuore; cosa daremmo per ammirare questo pachiderma nel suo ambiente naturale: ce lo impedisce l' impene muraglia verde della foresta vergine. Son bastate queste poche ore di contatto con l' habitat degli aborigeni per sfatare in noi una tradizione inculcataci sin dall' infanzia, che vuole la giungla un luogo insidioso, asilo di belve e serpenti vele-nosi, in cui prevale la legge della violenza e l' astuzia. Siamo ormai maturi per sottoscrivere la saggia conclusione di Walter Bonatti: « L' unico animale che aggredisce perfidamente i suoi simili è l' uomo. » Col ritorno del caldo la stanchezza fa presa su corpo e spirito dopo questa stupenda notte insonne.

Sulla via del ritorno attraversiamo le operose culture di gomma, ricavata dalla progressiva incisione della corteccia di ordinati filari di alberi; indi le sterminate culture di té, il prodotto che, con le altrettanto famose pietre preziose, sostiene l' economia dell' isola. Quali gemme di smeraldo si distendono infine le risaie.

Abbiamo così pagato il nostro tributo alla montagna, ricevendone generoso compenso. Anche nell' era dei viaggi charter « tutto compreso » una sbrigliata fantasia può sempre indurci a qualche valida distrazione.

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