Al Dammastock per la cresta della punta nord

Jetzt sahen wir die Grosse! Oder richtiger: Wir glaubten sie zu sehen. Wir leben ja im Zeitalter der Psychologie, und man hat uns Bergsteigern klipp und klar bewiesen, dass wir einen Berg nur dann gross sehen, wenn auch unser Erleben um diesen Berg gross ist!

Und neben der grossen Wand hob sich die kleine Erinnerungshütte scharf von dem blauen Himmel ab. Trotz der Vorfreude auf Bad und Bier war ich irgendwie traurig, als ich auch von der Erinnerungshütte Abschied nahm. Wiederum etwas Psychologisches! Ich dachte, dass ich wahrscheinlich nie mehr in meinem Leben auf diese Hütte kommen werde. Denn wie gesagt: Der Mensch hat auch als Bergsteiger seine gewissen Grundsätze, und wenn man in einer einzigen Wand schon drei Durchstiege gemacht hat, dann drängt es einen nicht mehr sehr zu dieser Wand. Erinnerungshütte... sie wird für mich über die Zeiten hinweg nur mehr eine Erinnerungshütte bleiben!

AI Dammastock per la cresta della punta nord

DI GIUGNI AUGUSTO IN MEMORIA DI LUCE VASSALLI Con 2 tavole {ìli, 173 ) II punto di ritrovo con gli amici di Lugano, partiti alcuni giorni prima ( fortunati loro ) nella regione del Salbitschyn e del Sustenhorn, era Göscheneralp. Il 9 agosto, come d' accordo, arrivavo al grazioso villaggio adagiato alle sorgenti della Reuss di Göschenen. Questa valle molto pittoresca, sebbene avesse dispiegato tutta la gamma delle sue bellezze al mio sguardo inebriato, aveva però smorzato di molto la gioia dello spirito con la rude fatica, imposta al povero corpo, caricato di un sacco rigonfio, sotto il solleone di agosto.

Gli amici non ci sono ancora; aspetto, dapprima pazientemente; poi... com impazienza; da ultimo con vera ansietà... Sono gente di parola; e poi sanno bene che ho il tempo misurato. Che sia capitata loro qualche disgrazia?... Vorrei raggiungerli, ma dove? Percorro in lungo e in largo il paesello; scruto i sentieri di montagna che vi sboccano; domando, come posso, informazioni a tutti quelli che incontro: nessuno li ha visti! E ormai giunge la sera. Mi rassegno a passare la notte in paese, torturandomi l' animo in mille congetture. Il parroco ospitale e molto comprensivo mi consola e mi approva appieno nel mio ardimento alpinistico.

Il giorno seguente, dopo una mattinata di snervante perplessità, vedo arrivare, festosi e cordiali, i miei due amici. Rabbuiato e brusco, rimprovero loro la mancata parola! « Ma come? eravamo intesi per oggi » - mi dicono con la massima ingenuità. « Ah no, cari miei, si era detto martedì e non mercoledì. » Mi presentano poi una signorina, che li accompagna: una giovinetta smilza, che può avere si e no quindici o sedici anni. Penso sia una loro conoscente, trovata li per caso. « Torna a Lugano, signorina? » Interviene prontamente Tita: « Ma no, viene con noi » — « Con noi?... sei matto? » - e squadro di nuovo la fanciulla. « Ho sentito qui in paese che, tre giorni fa, sei alpinisti sono caduti, proprio dal Dammastock. Capisci, non vorrei fare altrettanto! » - « Ma che storie - ribatte Tita, secco. La signorina va molto bene; mi rendo garante io » — « E allora, scegli: o lei, o io... » rispondo io irritato. « Ma perché parla a questo modo? » — « Oh, il perché è semplicissimo: perché non eravamo intesi così. Sai che a me non piacciono certe sorprese... » -La signorina che era rimasta silenziosa in disparte, interviene umilmente: « Allora rinuncio io »... Ma, subito le si inumidiscono gli occhi! Intuisco il suo dolore, provocato da un vero e grande amore per la montagna! Dico bruscamente a Tita: « Fa come vuoi; dal momento che rispondi tu !...»- Ci avviamo silenziosi verso la capanna. Quanto più si sale, tanto più ci appare nella sua grandiosità l' anfiteatro di alte cime, che incoronano il tormentato ghiacciaio del Damma. L' aria si fa frizzante, il cuore giulivo, e la conversazione riprende cordiale.

In capanna troviamo un' atmosfera da funerale: gli ospiti, asciutti e seri, rispondono appena al nostro saluto; escono e rientrano ripetutamente; si scambiano fra loro poche parole, sottovoce. Ci sembra di essere caduti in un covo di cospiratori. Non riusciamo a capire un simile contegno, poiché di solito in montagna si diventa subito amici. Che si tratti di misantropi, in gita di svago? Comunque sia, badiamo anche noi ai casi nostri. Ma ecco finalmente la spiegazione dell' enigma: il giovanotto robusto che da parecchio tempo si era messo sulla porta come un bravaccio in agguato, si scuote ad un tratto, rientra precipitosamente e, con una gioia, che tutto lo trasfigura, grida ai suoi compagni: « Sono sul ghiacciaio. » - L' ambiente cambia come per incanto; ora sono raggianti e diventano loquaci; ci spiegano che erano in viva ansia per due studenti, partiti alle due del mattino per scalare la parete del Damma e che non erano ancora sulla via del ritorno: dopo la disgrazia di domenica il loro timore era spiegabile, ma tutto ciò non è fatto per alimentare il nostro entusiasmo, alla vigilia di una ascensione che compiamo tutti per la prima volta. La notte, almeno per me, fu penosa e insonne... Salutai come una libératrice la sveglia che risuonò rabbiosa verso la una. Preparativi silenziosi per non disturbare, poi dopo una breve colazione con i sacchi ridotti, ci avviamo, nel cuor della notte, rischiarati dalla misera luce di una lanterna. Siamo ancora mezzo assonnati, ma i blocchi caotici della morena, ove facilmente si inciampa, ci svegliano completamente con le loro rudi carezze.

Anche sul ghiacciaio, essendo io assai lontano dalla scarsa luce, che produce falsi rilievi, vacillo come un ubriaco e cado spesse volte, snervandomi fisicamente e moralmente. Il chiarore diffuso dalla prima alba produce in me una sensazione simile a quella che deve provare l' assetato quando può finalmente succhiare la rara goccia di uno stillicidio. Solo dopo di aver brancicato nel buio si apprezza il gran dono della luce. E, con la luce nascente, rinasce pure lo spirito, ci si allarga il cuore, si rivive.

Attraverso il dedalo dei crepacci, arriviamo alla caratteristica « schiena d' asino », che ci deve portare alla cresta. Due alpinisti anziani che ci precedono di poco, continuano per la via ordinaria; lanciamo loro un amichevole saluto. Un po' di sosta per riprender fiato, ma più ancora per godere lo spettacolo indescrivibile dell' aurora. Silenziosi e commossi, contempliamo questo miracolo del Creatore; si dimentica tutto e l' animo è rapito da tanta bellezza!... Così la montagna compensa i sacrifici che impone. Ci mettiamo decisi sul filo tagliente e ripido della cresta ghiacciata e verso le cinque siamo sul labbro del canalone che scende fra le due cime e che dobbiamo attraversare, per raggiungere le rocce. Tita taglia sicuro i gradini, ma le schegge di ghiaccio, che sprizzano dalla sua piccozza, vanno a martoriare il viso di chi segue e protesta invano. Nelle piccole soste, tra uno scalino e l' altro, si sbircia verso l' alto, perché si teme la caduta di sassi e di ghiaccioli, staccati dal calore del sole. Ed ecco scendere invece una lieve e vaporosa valanga di luce, portata da una neb-biolina fosforescente: spettacolo meraviglioso!

Dopo quasi un' ora, tocchiamo l' altro versante. Formiamo due cordate distinte, per procedere più spediti, e diamo l' assalto alle placche liscie, che devono portarci sul filo della cresta. Gli appigli sono scarsi, ma buoni. Ci lasciamo lusingare da alcuni camini, che sembrano più facili ma che, all' atto pratico, si dimostrano più restii delle placche. Un sasso, staccato involontariamente dal primo di cordata, rimbalza minaccioso verso la nostra cordata; ne svio a tempo la traettoria col gomito, che vien contuso, ma che salva la testa del mio compagno. Tita, che è in testa con la signorina, avanza sicuro e spedito. A proposito, devo confessare, per dovere di giustizia e di riparazione, che la mia opinione sul valore alpinistico e sulla resistenza fisica della giovinetta « smilza » si è completamente mutata: è una eccellente alpinista! Abbiamo da poco raggiunto il filo della cresta quando una placca liscia ed erta ci sbarra la via. Uno di noi propone di procedere ancora in parete piegando a sinistra, e si avanza per quel tentativo ardito. Egli, dopo aver superato a stento un pendio di neve gelata, s' aggrappa alla roccia, ma questa, ricoperta di vetrato, lo rigetta malamente verso la neve, riteniamo trepidanti il fiato. Essendo però ben assicurato, se la cava con un pendolo poco gradito, e con una contusione al gomito. Si torna ad esaminare la placca che non presenta appigli visibili... Mi rammento allora di aver con me le scarpette da roccia; mi offro quindi per tentare di superare l' ostacolo. Le spalle di Tita mi fanno guadagnare un buon tratto di terreno ( o meglio di rocciapoi è la penosa ricerca delle minime asperità per le dita, ripiegate ad uncino, e per la punta dei piedi, tesi ad angolo retto; procedo molto cautamente, senza scosse e senza urti, e arrivo ad una crestina ripida ed affilata. Il baratro che si sprofonda dall' altro lato, mi sgomenta; faccio un ultimo sforzo e mi trascino su, stringendo con le mani e coi piedi il filo della roccia e premendo fortemente sui lati, coi gomiti e con le ginocchia... Finalmente posso aggrapparmi ad un buon spuntone e mi fermo un istante... ansimo come un mantice e i muscoli mi tremano per lo sforzo... Ma vedo, vicino, un bel posto per riposare tranquillamente e per assicurare i compagni. Appena vi giungo faccio salire il mio compagno di cordata, il quale poi, da buon ingegnere, procede con Tita all' impianto di una teleferica ( il cordino di riserva ) per far giungere lassù armi e bagagli: cioè sacchi e piccozze. Il mio sacco, più testardo degli altri, si ferma per istrada, e cede solo dopo un increscioso strappo alla sua pelle... ( vorrebbe rinnovare la scenata del San Salvatore... ). Io intanto, per occupare utilmente il tempo, e per avere un ricordo di quel rude passo, faccio qualche fotografia a chi lo sta varcando, a Luce sorridente. Dopo una breve sosta, riprendiamo a salire. A un tratto sentiamo delle voci sopra le nostre teste: sono i due Tedeschi lasciati all' alba, i quali, saliti dal passo del Damma, stanno attraversando le cime che costeggiano l' estremo limite del ghiacciaio del Rodano per raggiungere poi, con tutta probabilità, la Trifthütte. Lanciamo loro grida festose e proseguiamo con rinnovato slancio la nostra salita che ormai tocca al suo termine. Così pare; ma ecco nuovi ostacoli... proprio sotto la vetta, un camino assai strano... e di non facile accesso; questa volta tocca a me prestare le spalle per far da piedestallo, con la differenza però che chi vi sale sopra non porta scarpette da roccia, ma scarponi solidamente chiodati! Non è del resto la prima volta che provo la dolcezza di certi chiodi... « vero, Tita? » - Godo poi del vantaggio di salire in « ascensore » comodità non disprezzabile a quelle altezze! Ci siamo, ormai pochi metri di roccia, qualche sasso coperto di neve e poi la vetta nord. Passiamo quasi subito sulla vetta vicina, più alta di alcuni metri, e là ci fermiamo davvero. Sono le dieci. Abbiamo poche prowiggioni, ma se il corpo non riceve che un misero nutrimento, lo spirito gode a sazietà dello spettacolo grandioso e sconfinato di cime e di abissi; di ghiacciai e di vallate, che dominiamo in un tripudio di luce: siamo felici, e tanto ci basta. Verso le undici, ci incamminiamo, un po' a malincuore, verso il canalone del Dammapass, « passo » per modo di dire, specialmente in quella ora calda. Esso si inabissa ripidissimo verso il ghiacciaio, che spalanca delle fauci orrende e senza fondo. Cornici di ghiaccio e di neve lo sovrastano minacciose! Vorremmo farle scendere prima di noi e non per cortesia, s' intende. Tita, solidamente assicurato, si avanza verso di esse, e picchia sodo con la piccozza; ma resistono a quei suoi inviti poco 119 gentili. Ci rassegniamo dunque a partire noi, sperando che non abbiano a seguirci: « meglio soli che... male accompagnati. » Facciamo una cordata unica per maggior sicurezza: si sposterà solo uno per volta, mentre gli altri tre assicureranno. Il ghiaccio vivo è ricoperto da un piccolo strato di neve rammollita, che non vi aderisce pima che si appiccica maledettamente ai ferri da ghiaccio, formando degli zoccoli di neve molto insidiosi: ogni tanto qualcuno scivola, ma vien subito trattenuto dagli altri. Naturalmente questa misura di prudenza che può sembrare eccessiva, ritarda molto la nostra marcia ma la rende sicura. Siamo a metà canale, quando vedo avviarsi sopra di noi uno slittamento di neve: « Valanga » grido... e tutti immediatamente ficchiamo profondamente le piccozze e ci prepariamo alla resistenza. C' è persino chi, essendosi troppo inarcato si trova mezzo seppellito, per buona fortuna si tratta di una valanghetta benigna, che ci ha procurato soltanto un po' di spavento fuori programma.

Giungiamo finalmente al crepaccio terminale ( abbiamo impiegato due ore e mezzo per scendere quel benedetto canalone ). Marciamo ora, spediti e disinvolti, sul vasto ghiacciaio, abbagliante di sole meridiano; e sia per la troppa luce o per la troppa fretta, qualcuno casca di tanto in tanto, in qualche crepa nascosta: la corda regolarmente tesa gli impedisce tuttavia di mettere il naso in quelle « buche delle lettere » come le chiamiamo noi. Una piacevolissima scivolata sull' ultimo pendio nevoso ( quello così massacrante della notte, in salita ) e ci sleghiamo. Quando, verso le quattro e mezzo arriviamo alla capanna siamo festosamente accolti da un gruppo di Lucernesi che hanno seguito con interesse la nostra ascensione. È particolarmente complimentata la signorina; e se lo meritava veramente l' intrepida e modesta Luce. Una cenetta-pranzo ( in montagna è spesso di moda il pasto unico ) rifocilla anche il povero corpo-servitore.Verso sera usciamo sulle placche del Moosstock per goderci lo spettacolo grandioso del tramonto; e nel vasto silenzio dell' ultima luce, un canto lento, solenne, si eleva dall' anima commossa, verso il cielo.

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