Arrampicata in cresta sul confine nazionale | Club Alpino Svizzero CAS

Arrampicata in cresta sul confine nazionale Escursioni in alta montagna sul versante sud del Bernina

Sotto ardesia nera – sopra sedimento chiaro: il Piz Tremoggia e i suoi vicini offrono avvincenti escursioni in alta montagna con una sorprendente varietà di rocce.

L’idea di partenza era di arrivare fino all’Alp Muot Selvas, in fondo alla Val Fex, in autostop. Ma all’imbocco della valle, un inequivocabile cartello: divieto di transito. Per fortuna ci sono le carrozze a cavalli. Una ci trasporta per un bel tratto.

Alla fine della valle in cui già Nietzsche si lasciò ispirare, troneggia il Piz Tremoggia, un’elegante piramide. La bibliografia promette un’escursione in alta montagna tanto facile quanto completa.

Dopo l’Alp Muot Selvas si guadagna rapidamente quota su ripidi pendii erbosi. A creare qui le piste battute devono aver provveduto milioni di passi di pecore. Comunque facilitano l’avanzata, poiché il pendio è ripido e scosceso. A un certo punto mettiamo persino mano alla piccozza. Poi il pendio digrada dolcemente, e noi ci imbattiamo negli apripista: un gregge di pecore che scorrazzano sulla pietraia in cui sbocca la lingua del ghiacciaio Vadret dal Tremoggia. Alla sua estremità superiore, da qualche parte sul versante meridionale del Piz da la Fuorcla, dovrebbe trovarsi il piccolo Bivacco Colombo, a proposito del quale è stato pressoché impossibile reperire informazioni dettagliate.

Le scarne indicazioni non promettevano grande confort: quattro posti letto, dieci coperte di lana. Ed è esattamente ciò che troviamo. Solo che le coperte sono alquanto bucherellate e una delle finestre è rotta. Fuori spira un vento pungente, nevica, e – per essere agosto – fa assai freddo. Il piacere del pernottamento è contenuto.

Sempre seguendo il confine

Il giorno seguente ce la prendiamo comoda e posticipiamo la diana. La prima metà dell’escursione, il Piz Tremoggia, la si raggiunge comodamente in una mezza giornata, sia che si prenda la via normale lungo la dorsale nord-est, sia che si scelga la traversata, leggermente più impegnativa. La bibliografia del CAS le indica entrambe come PD – il ché sorprende un po’, giacché un primo colpo d’occhio alla traversata lascia supporre un po’ di arrampicata, mentre la via normale sembra essere solo una camminata. Ma in realtà l’arrampicata è facile e bella, ciò nonostante non è certo PD. Alcuni ripidi risalti alla terza cresta offrono un diversivo. Così come le venature di quarzo eroso nella scura roccia, che offrono una buona presa. Il giro segue esattamente il confine – a destra l’Italia, a sinistra la Svizzera. Dopo circa due terzi si presenta sul nostro cammino una torre, che si lascia superare sul versante svizzero con un bel camino di quarto grado inferiore. Poi si scende in una pronunciata forcella e ci si imbatte sorprendentemente – lontano dalla vetta – in una croce.

Ma ciò che stupisce ancor di più: la roccia cambia repentinamente colore e composizione. Da qui in avanti ci si arrampica su roccia sedimentaria chiara e ruvida, mentre fino a questo punto dominavano scisti scuri.

Un incontro sorprendente

A chi conta di alloggiare più giorni al Bivacco Colombo si consiglia di portarsi appresso uno zaino pieno di prelibatezze: torneranno senz’altro utili per tenere alto il buonumore. Ciò detto, avevamo appena cominciato a sentirci come a casa nostra nello spartano bivacco, quando tutt’a un tratto udiamo delle voci. Poco dopo due sconosciuti allungano i loro volti intabarrati nel bel mezzo della nostra piacevole quiete. L’entusiasmo è assai contenuto su entrambi i fronti. Evidentemente nessuno contava di trovare qui altra gente. Poi, dietro uno dei volti imbacuccati, riconosco d’un tratto il mio amico Nando. L’ultima volta che siamo andati in giro insieme era sei anni fa. E adesso ci incontriamo qui, in questa sperduta scatola di fiammiferi. Tutti ridono di cuore, poi ci organizziamo alla bell’e meglio: gli uni possono cucinare mentre gli altri se ne stanno distesi sulle brande. L’acqua la sciogliamo insieme, e allorquando l’unico accendino esala l’ultimo respiro, c’è chi riesce a scovare un fiammifero superstite che ci regala il fuoco.

Lungo la parete sud

Il giorno seguente bisogna alzarsi presto per affrontare la Cima Sondrio: ci aspetta un’avvincente arrampicata su di un impegnativo costone lungo la parete sud, alta 500 metri. A dispetto del cielo immacolato, la roccia è a tratti ghiacciata – però è compatta, da gneiss a granito, e le piccozze fanno presa.

Dopo parecchie ore di parete rocciosa, il terreno improvvisamente digrada, la neve d’un bianco luminoso acceca gli occhi, la vista si apre sulla Val Roseg. Ma il giro non è ancora terminato. Bisogna ancora superare il Piz Glüschaint, per poter tornare di nuovo al bivacco, che raggiungiamo dopo una lunga giornata. Adesso abbiamo la prova che valeva veramente la pena riempire fino all’orlo lo zaino di derrate alimentari: come ricompensa, ci aspettano un ultimo culaccino di cervo, olive e una fetta di torta di noci.

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