Blues invernale sul Watzmann Escursioni con sci e racchette attorno al Watzmann

Il Parco nazionale di Berchtesgaden reca le tracce di grandi personalità, che né la nebbia né la neve riescono a celare.

Le bellezze della regione di Berchtesgaden hanno ispirato il compositore e cantante Wolfgang Ambros già una quarantina d’anni fa. Nel suo album «Der Watzmann ruft», pubblicato nel 1974, descrive il protagonista principale così: «grande e possente, segnato dal destino […] tra alle sue cime cacciano onde di nebbia…» Spesse nubi di neve gravitano sopra i boschi anche oggi. Nevica, nevica fitto fitto.

Le racchette scricchiolano nello Zauberwald, il «bosco incantato» che mantiene ogni sua promessa. Il geotopo si situa tra il comune di Ramsau e lo Hintersee. Imponenti blocchi rocciosi avvolti da radici che formano piccole caverne e stretti viottoli ricoperti da un fitto bosco di aghifoglie. I blocchi provengono dal massiccio dello Hochkalter, a ovest del Watzmann – residui visibili di una frana precipitata a valle dalla Blaueistal tra 3500 e 4000 anni or sono. Il nome odierno, il bosco lo assunse attorno al 1900, quando il comune di Ramsau divenne una località turistica.

Nel XIX secolo, qui si era sviluppata una rinomata colonia di pittori, rappresentanti delle scuole di Monaco e di Vienna. Anche Wilhelm Busch vi trascorse qualche tempo. Ecco lo Hintersee gelato. Il percorso attraversa il lago ghiacciato e raggiunge la Klausbachtal. «Un tempo i cervi scendevano a mangiare nei boschi rivieraschi», racconta il guardiacaccia, «ma ora insediamenti e strade lo rendono difficile. Per cui rimangono sulle montagne anche d’inverno. Nutrendoli in questa stagione intendiamo evitare che danneggino i boschi montani.»

 

Una spedizione nella nebbia

Alla stazione di monte dello Jenner la nebbia non ci dà tregua. Qui inizia la via più breve per la Carl-von-Stahl-Haus dell’Associazione alpina austriaca. In circostanze normali un gioco da ragazzi, ora ci sembra una spedizione. Senza visibilità né conoscenza del terreno, la ricerca delle aste di segnalazione è faticosa. Cristalli di ghiaccio avvolgono il cartello di confine tra Germania e Austria in un manto luccicante. Saliamo verso il caldo rifugio. Sul Torrener Joch, la capanna del Alpenverein la vediamo solo quando ci arriviamo davanti. «Con questo tempo non vengono in molti», dice sorridendo Monika Gross, la custode. Quando il tempo è migliore, da qui si può ammirare la parete orientale del Watzmann. Nel 1953, Hermann Buhl l’aveva scalata per prepararsi alla sua spedizione sul Nanga Parbat.

 

L’exploit di Buhl nel freddo pungente

«Dietro il massiccio del Göll ecco apparire la luna. È luna piena, e la luce inonda i dintorni di uno splendore argenteo. Spettrale, davanti a me si erge una gigantesca parete.» Così scriveva Hermann Buhl, che allora viveva a Ramsau. Scalò la parete nella notte del 28 febbraio 1953. «Striscio verso l’alto lungo formazioni nevose ampiamente sporgenti. La pendenza aumenta rapidamente. La sagoma della cresta della vetta si staglia sopra di me, una striscia bianca contro il buio del cielo, quasi afferrabile. Ma la parete non si piega tanto rapidamente. Ogni metro sarà una conquista.» Per salire l’innevatissima parete orientale da St. Bartholomä alla vetta sud, Buhl impiegò circa nove ore. In seguito, superò l’intera cresta del Watzmann con la Mittelspitze e lo Hocheck. Con questa libera invernale in solitaria intendeva prepararsi anche psichicamente alla sua spedizione sul Nanga Parbat.

La notte era gelida. Una visibilità chiara, come quella che segue immediatamente il cattivo tempo, e lo spesso manto nevoso annunciano una bella giornata. Lo Schneibstein non è solo la prima cima della Kleine und Grosse Reib’n: è anche praticabile per i racchettisti, se la situazione delle valanghe lo permette. Salirlo richiede buona dimestichezza con le racchette, poiché la cresta nord-ovest è spesso battuta dal vento e dura. Il panorama spazia dai Monti di Tennen e dal Dachstein a est, allo Hochkönig a sud, con l’«alpeggio rovesciato» a sud, davanti il vasto altopiano delle Hagengebirge e dello Steinernen Meer, accanto il Grossen Hundstod, l’imponente parete est del Watzmann e, vicinissimi, lo Hoher Göll e lo Hohes Brett, proprio sopra la Carl-von-Stahl-Haus.

 

La condotta dell’acqua salina al piano nobile

Con il bel tempo arrivano anche gli ospiti. Alla Carl-von-Stahl-Haus nessuno ha le mani libere, e lo stesso vale per il ristorante dello Jenner. Contrasti nella biosfera protetta delle Alpi di Berchtesgaden, recentemente ampliata all’intero distretto dall’UNESCO, nella cui pagina web si legge che «lo sviluppo di un turismo invernale sostenibile è una tra le maggiori sfide dei prossimi anni». Un passo in questo senso sta nella scelta dei mezzi di trasporto: quelli pubblici offrono un ottimo accesso agli itinerari.

Ritorno a Ramsau e salita al Toten Mann. Si tratta del punto culminante sopra la piccola stazione sciistica famigliare di Hirscheck, con la più antica capanna delle Alpi di Berchtesgaden. La sua realizzazione è dovuta a Gustav von Bezold, presidente fondatore del Deutschen Alpenverein. Nel 1883, dopo essere stato sorpreso dal maltempo e non aver trovato alcun riparo, ne promosse la costruzione, eseguita dalla sezione di Berchtesgaden del DAV. Ancora oggi, nonostante una nuova edificazione nel 1948 e numerose riattazioni, la capanna non custodita è rimasta un’arcaica oasi di quiete, una loggia panoramica meditativa dove lo sguardo spazia dalla Reiteralpe allo Hochkalter, al Watzmann e allo Hohen Göll. Dietro il Söldenköpfl, situato un paio di centinaia di metri più in basso, ci si può infilare nel sentiero della condotta dell’acqua salina, costruita nel 1816 per trasportare la soluzione salina dalle cave di sale di Berchtesgaden fino a Bad Reichenhall. Oggi, il sentiero propone una passeggiata panoramica attraverso il «piano nobile» di Ramsau.

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