Castello delle Aquile al Margareis

Con 1 tavola ( 70Di Armando Biancardi

( Torino ) Quando si invecchia - oh non occorrono molti anni in eccesso ma qualche entusiasmo in difetto - si diventa alla meno peggio, esigenti e pigri sino alla poltroneria. Allora, ci si muove solo più con tutte quelle comodità di cui un tempo si poteva fare bellamente a meno. E per portarci sulle Marittime, su quelle nostre montagne d' una quasi divina sconosciuta bellezza, davvero le Cenerentole delle Alpi, calciate come sono ai margini d' ogni traffico, lontane dai centri abitati, quasi prive di attrezzatura turistico-alberghiera, è sempre impresa che quando ben approda, si risolve su un treno lumaca prima, su una corriera che ci setaccia e non rispetta coincidenza poi, su una lunga strada polverosa, infine, sotto il carico dei sarchi. A mezzo mese d' agosto, anno 1950, si parte a bordo d' una saettante jeep messa a disposizione dal comando IV0 Alpini di Torino. Abbiamo per autista un aquilotto che sa il fatto suo e disponiamo di un tarchiato alpinaccio che ci aiuterà a portare il carico. Con simile premessa, il morale è alto. E ciò è importante, perché da invecchiati, anche alle introspezioni si è propensi! Non c' è nulla di più deprimente, mentre si agisce senza convinzione come automi e si sbrigano i fastidiosi preparativi d' una partenza, che il doverci ripetere: « Ma chi sarebbe poi che ce lo fa fare? Ma si potrebbe sapere alla fin fine quand' è che la smetteremo e diverremo più saggi ?» Ora troviamo invece di colpo e tacitamente, che così, come ai profani nessuna spiegazione sia sufficente, a noi, uomini di fede, oggi, nessuna spiegazione sia necessaria. Abbiamo viveri per tre e per una settimana, abbiamo tutto un cumulo di indumenti di ricambio e tutto il materiale d' arrampicata. Quando, bruciate alfine quelle che avrebbero dovuto essere le tre rituali tappe, con sguardo sempre meno radioso ci ripartiamo il carico, troviamo che ad ognuno di noi, doccia fredda, tocca una di quelle gobbe monumentali, vicine al... mezzo quintale. Mentre arranco su per la mulattiera e ogni cento passi mi soffermo ansante e stillante di sudore, mi occhieggio il nuovo compagno di ventura Oreste Gastone, capitano effettivo degli alpini. Ho sempre inteso parlare con rancore di montagna da chi, prima appassionato, facendola da militare se n' era disgustato. Che un capitano degli alpini vada perciò a trascorrere le sue licenze in montagna e sotto un carico del genere, mi convince ulteriormente come si debba sempre andar cauti nel generalizzare. Oreste Gastone è un vecchio innamorato di questa montagna in particolare, alle soglie della casa che l' ha visto nascere. Sciatore di competizione ai suoi tempi, forse più di fegato che di mezzi, è tutto decorato da una serie di rotture e di strappi. Ora che scrivo, si accontenta di dirigere una scuola militare di sci,... per vedere se sia possibile sistemare con altruismo anche il prossimo... Non l' ho mai visto arrampicare, ma, seppur nuovo al gruppo del Marguareis, ho molta fiducia in lui, per tutta la sua passata attività svolta un po' su tutta la cerchia delle Alpi, da queste Marittime sino alle Dolomiti. Quando giungiamo scoppiatelli anzichenò al rifugio-bivacco ai piedi del Marguareis, nuovo di zecca, abbiamo ancor tutto un pomeriggio a disposizione. Esso è intitolato ad un indimenticabile alpinista monregalese ch' io ho avuto occasione di conoscere nella comune passione, Piero Garelli, un tempo compagno di corda dell' amico Gastone, morto di privazioni e di stenti in in campo di concentramento a Mathausen. Con Giuseppe Gagliardone e Carlo Arnoldi, altri due indimenticabili amici scomparsi, ero venuto anni or sono, quando questo bivacco ancora non c' era e, prima che il maltempo ci avesse fatto fare il voltafaccia definitivo, avevamo guardato a lungo alcune delle splendide pareti nord che, nella catena del Marguereis, attendono ancora la loro via. Fra queste, quella del Castello delle Aquile. Alta quasi settecento metri, di color giallo-grigio, essa si presenta, vasta parete calcarea d' una severa imponenza, come una lastronata di colossali foglie di carciofo. In basso, compatte e panciute, in alto, appuntite ed incise da solchi profondi. Il geologo Fritz Mäder in uno studio scrive, lui, uomo di scienza freddo ed obiettivo, testuali parole: « Quasi dappertutto esso offre un aspetto formidabile, con balze a picco che lo circondano come le mura d' un castello. La vetta circondata da abissi spaventosi, domina verso nord una parete veramente maestosa... » Ora, gli sguardi d' un arrampicatore, mirano subito ad un tracciato diretto che cada dalla punta centrando lo zoccolo della gran muraglia. E, salvo qualche strozzatura, dove s' intrecciano allegramente i soffitti, ed in basso, tutta una cintura non alta ma pronunciata e continua di strapiombi, che sovrasta una zona malferma, se ne intrawede una pur problematica possibilità. AU' estrema sinistra, un' anti richiama gli sguardi per la sua spavalda ermetica arditezza. Sulla destra invece, dove la parete si corica di più, una sorta di gradino facilmente superabile, s' appoggia allo zoccolo e porta direttamente all' attacco delle rocce mediane. Lasciamo la direttissima ai sogni auguria-moci realizzabili dell' avvenire e come alcune ore di sole ci ridonano scioltezza ai muscoli ed elasticità allo spirito, vogliamo andare a vedere di là da quel gradino.

Abbandonato il bivacco al primo albeggiare, scendiamo al laghetto Marguareis; traversando a mezza costa i ripidi pendu ghiaiosi, ci portiamo quindi lentamente, in un paio d' orette, ai piedi del gradino. Di qui sotto, la parete ha qualcosa di grandioso e d' opprimente. L' amico è giù di morale e me n' accorgo dal fatto che non parla e si fa distanziare. Non me ne preoccupo eccessivamente perché, come mi fermerò ancora ad osservare, lui potrà comodamente raggiungermi. Questo gradino è formato da salti di roccia instabile con erbacce e pini mughi. Ad un tratto, accelerando l' andatura, lascio partire una pietra non grossa, ma a sentire poi l' amico, neanche piccola. Naturalmente, dopo una non breve traettoria, essa va a sbattere sulle ossa del compagno. Seguendo la pietra con gli occhi, dopo aver gridato inutilmente, la vedo giungere a destinazione e, solo così, so che il suono secco del colpo d' arrivo, impressionante al solo ricordo, è quello dato contro un osso e non contro un tronco... Lamenti e proteste a distanza con un niente di grave. Conclusione, io andrò ancora su e lui verrà quando si sentirà. Ma più vado su e più per vedere mi vien voglia di andare oltre. E' trascorsa un' altr e bisogna deci-dersi. Ci innalzeremo slegati ma a brevissima distanza. Attendo il compagno al disopra del gradino ed afferrato il solco che scende dal canale soprastante ci innalziamo senza serie difficoltà per une sessantina di metri. Conviene legarci ora. I salti di roccia si drizzano, fanno capolino i primi discreti rischi del terreno instabile. Procedo molto cautamente. Solo dopo ripetuti assaggi effettuo i movimenti affidando tutto il peso del corpo ad appigli che sopportano una trazione in un senso e non in un altro e ad appoggi che reggono ad un peso e non ad uno superiore. E' tutto un gioco affidato all' intuito alla sensibilità ed alla leggerezza che si protrae per due lunghezze di corda. Al termine dell' ultima, riesco a trovare il posto per un chiodo, ed il gioco è finito. Ci troviamo così riuniti all' entrata del canale vero e proprio, dal quale ora sappiamo che, questione di volontà, potremo uscire. Ci concediamo une breve fermata du- rante la quale l' amico può confidarmi tutte le sue ansie appena superate. In cinque lunghezze di corda e con un sol chiodo risolviamo il nostro intento d' innalzarci su per una serie di camini leggermente inclinati a sinistra con roccia compatta e levigata. Ogni tanto troviamo i passaggi bagnati e nei tratti dove la roccia è fredda, perché chiusa in ombra, delle belle placche di vertrato che possiamo evitare e che per non scoraggiarci, senza fare commenti di sorta, cerchiamo di non guardare troppo. Ogni tanto, i soliti blocchi incastrati e qualche costola leggermente strapiombante. Siamo alla sesta lunghezza di corda; siamo al passaggio chiave, dopodiché, la parte superiore non potrà più serbarci sorprese. La partenza si effettua da una piccola nicchia. Faccio mettere ben bene al riparo ed in sicurezza il compagno, poi, mi sporgo in fuori. Il passaggio è breve, tre o quattro metri, ma è duro. Pianto un chiodo a destra. Vi impegno la prima corda. Ne pianto un altro a sinistra facendovi passare la corda rimasta libera. Così, a forbice, mi faccio sollevare fino all' altezza del chiodo di sinistra. Con uno sforzo deciso, salgo in piedi sul chiodo e con fortuna, più che con intuito perché non riesco a vedere granché, allungandomi più che posso con in mano uno splendido chiodo a paletta, chiodo che l' amico Gastone ha fatto fare per le grandi occasioni, riesco a cacciare la lama in una fessurina in ottima posizione ed a battervi concitati colpi di mazzetta. Quando il moschettone richiude la corda, io mi sento madido di sudore. Un attimo di respiro. Poi, carrucolato sino al nuovo chiodo, come mi drizzo oltre a corde mollate, caccio le mani in una fessura e giunto che sono su un pianerottolo di due palmi quadrati, pianto un ultimo chiodo e dico al compagno di salire. Di qui, io non lo vedo più. Sento che traffica, sento che commenta il passaggio, sento che si lamenta del sacco che con tutto altruismo gli ho affidato. Come Dio vuole però, mi arrivano le sue decisioni. Lascerà il sacco, salirà a togliere i moschettoni e se potrà i chiodi. Poi si calerà, riprenderà il sacco e salendo alla corda arriverà al pianerottolo. Io lo lascio fare e penso solo all' assicurazione. I primi due chiodi alla base vengono presto divelti. Volto ango-loso e contratto, capelli arruffati, lo vedo sbucare dal disotto e agguantare il moschettone superiore. Mi fa mollare subito la corda e ritorna con difficoltà al sacco. Altra pausa. Altra decisione. Ad un capo della corda attaccherà il sacco, all' altra si legherà. Non posso descrivere ciò che non ho visto e ciò che lui non saprà ben spiegare. So però che, a pochi palmi di distanza, lo investo con una scarica violenta di invettive. Egli è salito slegato, le due mani alla corda, scrollandosi di quando in quando il sacco appeso alla cintola con un tratto di corda. Se non per la teoria, che certamente non è la pratica, credo fermamente che, seguendo un principio di sicurezza che è poi solo elementare, almeno con me, egli non si slegherà certamente mai più. Con altre due lunghezze di corda su roccia normale siamo fuori del canale, ed il resto della salita non ha più caratteristiche. Filiamo a lunghi tratti di conserva. Ora però, che potremmo goderci l' azzurro terso d' un bel cielo tepido, ci accorgiamo che già da tempo la nebbia preme investendoci e le nuvole si sono addensate incupendo. La pioggia scende d' un subito a strappi con raffiche di vento. Acceleriamo l' andatura e fra sbruffi e rovesci raggiungiamo la vetta, dove è stato posto di recente da una commissione italo-francese, il nuovo cippo confinario.

La solita abbracciatona e poi, giù per la facile crestina ad ovest. Per ritornare nel Vallone del Marguareis però, occorre di qui traversare tutta la cresta accidentata che porta al Canalone dei Genovesi, canalone che una volta abbordato sarà facile scendere. Ma le cose ora sono alquanto complicate. Mi si riaffacciano le precise garanzie date all' amico per la discesa: « Una volta lassù, tu non ci pensare, li dentro io sono di casa, ci penserò io, stai tranquillo! » E questa categorica sicurezza, era accompagnata da una mano portata al petto, con mossa da onesto signore di antico stampo. Sotto questa pioggia di traverso, in questa nebbia che taglia in due il naso, su questa cresta che non ha punti così caratteristici da renderla subito identi-ficabile, io non sono più io e non sono più il padrone di casa... Facciamo dei tratti corserel-lando, ci fermiamo, discendiamo, risaliamo come bestioni senza occhi e senza fiuto. Animali pur ragionevoli, facciamo continuamente delle ipotesi che però dopo due soli minuti siamo costretti a rimangiarci. Ci buttiamo in certi passaggi che il pudore non ci consente di descrivere, perché, su una cresta del genere, bisogna proprio andarseli a cercare. Stanchi alfine e seccati, ci fermiamo all' imbocco d' un canale. Chissà che razza di canale sarà! Quasi tutti quelli l' intiera catena ho percorso in discesa. Questo... mai visto! Io tiro fuori il mio sacco da bivacco e stendendomi a terra, esprimo il fermissimo proposito di non muovermi di li sino a quando il bel tempo non avrà spazzato via dal cielo quella porcheria. Saggio proposito! Ma l' amico, comincia a rifiutarsi di entrare anche lui nel sacco, dice così di bagnarsi troppo, dice che il maltempo potrebbe durare tutt' una settimana, che sua moglie al rifugio si allarmerebbe troppo se dovesse passare tutta notte in un' attesa ovviamente angosciosa. E sta bene. Il suo proposito è questo. Non rimanere mai fermi, muoversi, buttarsi giù da qualsiasi parte pur di scendere in qualche modo. In un ulteriore tentativo di orientarci, ci innalziamo ancora su per un susseguirsi di lastroni, finché raggiungiamo una vetta. C' è un ometto. Siamo a posto. Sapremo finalmente che razza di punta sia e ci orienteremo. Demoliamo l' ometto di pietre racimolate: non la traccia d' un solo biglietto! Delusi, avviliti e scoraggiati, prendiamo ironicamente una direzione, per averne alla fin fine una, e ci buttiamo giù. Ogni tanto la pioggia si fa fine sottile e s' interrompe, ma la nebbia, neanche d' un metro si scosta! Valloni desolati. Pie-traie sulle quali, stanchi, si salta con maldestrezza, colli e colletti che si crede di identificare, tracce di sentiero che si perdono, poi, una mulattiera ben segnata con bolli rossi, suguita in una direzione prima ed in quella opposta dopo ma che, maledetta, non si sa dove porti. Nuovi propositi di bivacco. Nuovi contropropositi di mettercela tutta per uscirne. Come cerchiamo di scendere alfine in direzione dei pacati campani d' una lontana mandra, possiamo rivolgerci ad un pastore e chiedere dove siamo. Possiamo così sapere d' esser scesi nientemeno che dal Colle dei Signori sino alle Selle di Camino... Il tempo accenna a schiudersi. Ci toccherà risalire e traversare vallone sino alla Colla del Pa. E noi realizziamo ciò come automi. Ma quando passo il sacco al compagno, è perché, senza giri di frasi, sono scoppiato. Il compagno è animato da una resistenza straordinaria. Vuole arrivare a qualunque costo al bivacco e vi arriverà. Si prende il sacco e non molla d' un dito. Quando dopo quattordici ore filate di sforzi, sbuchiamo a Porta Sestrera sul valloncello che immette al bivacco, vediamo stamparsi sul cielo stellato le severe cupe taglienti sagome del Marguareis ed in basso una piccola luce nel buio. Gridiamo a squarciagola che tutto va bene e ci dirigiamo verso quella luce con qualche commozione. A tratti, ci fa eco una debole ansiosa lontanissima voce femminile. Incespichiamo a volte, ma ormai, sorridiamo contenti che si sia chiusa pur così un' altra nostra giornata di lotte. Falsamente contriti e confusi ci sorbiamo un predicozzo che ha tocchi ad un tempo e di acerbo rimprovero e di malcelato sollievo. Poi, così conciati come siamo, solo più tre cose ci importano: cambiarci, cenare, dormire. Quando l' amico vi racconterà di quest' avventura, vi farà una premessa da bravo capitano, sulle nozioni teoriche di orientamento. Poi... Poi vi parlerà di due inimitabili piccioni viaggiatori.

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