C'è una spiaggia in cima al Crozzon

DI LINO POGLIAGHI, MILANO

Una luce incerta, proveniente da una pila quasi scarica, illuminava troppo debolmente in quella notte il sentiero che sale da Vallesinella al Rifugio Brentei in quel di Brenta.

Ad ogni sasso uno di noi a turno inciampava ed imprecava, ed a ogni rallentamento del passo tipicamente cadenzato batteva il naso sul sacco del compagno davanti.

La luna proprio non c' era e le stelle, poverette, erano meno numerose delle masse nere cupe delle nubi che vagavano minacciose nella semioscutità del cielo.

Io, intanto, già scoraggiato da quella prima e demoralizzante esperienza notturna, e mentre lottavo contro il sonno per mantenere aperto almeno un occhio per volta, confidavo nella... bontà delle nubi, affinchè compissero con dovizia il proprio dovere di scaricare barili e barili di acqua nel bel mezzo di un temporale coi fiocchi. In questo modo l' indomani mattina noi ci saremmo rigirati sui « soffici » tavolati del rifugio per continuare il dolce sonno ristoratore e quindi avremmo soprasse-duto a quell' assurdo e pazzesco progetto che ci offuscava la mente da tempo, cioè salire il Crozzon per lo spigolo nord.

Arrivammo al rifugio alle 23.30 ( roba da matti ), dove il buon Detassis, accogliendoci con la solita calda simpatia, ci diede qualche consiglio per la scalata.

Solamente dopo la mezzanotte potemmo coricarci, ancora vestiti, nelle rispettive cuccette. Ma il sonno che mi perseguitava sul sentiero era scomparso e la mia testa pensava a tante cose e non potevo chiudere occhio. Pensavo che almeno Detassis avrebbe dovuto sconsigliarci la salita prevedendo cattivo tempo per l' imminente domani ma egli non sfiorò nemmeno l' argomento tempo... perché?

Finalmente sentit qualcosa picchiettare sulle lamiere del tetto, prima dolcemente, poi più in fretta e via via più insistentemente: pioveva! I miei nervi allora si distesero ed io mi addormentai profondamente sognando una magnifica giornata in rifugio a crogiolarsi nel suo tepore giocando a carte o a scacchi ed a cantare in coro con gli amici: questa si che è montagna!

Purtroppo alle 4.30 Tullio dette la sveglia; da parecchio tempo non pioveva più e le nubi si erano diradate. Maledicendo lui ed il tempo che era bello quando lo desideravo brutto e viceversa, mi avviai stancamente dietro i compagni verso l' attacco.

La sonnolenza che ancora mi stordiva, si andava trasformando intanto in una strana euforia che mi rendeva incosciente. Tant' è vero che su per il primo diedro, mentre il Pier - legato al Pino già in alto - arrampicava per la fessura interna, io - per non attendere più oltre - salii per la parete di sinistra del diedro stesso su placchette più piccole di schegge. Una di queste schegge non resse evidentemente il mio pur minimo peso... e mi trovai quindi a scivolare giù per un metro o due, quanta può essere l' elasticità della corda di naylon. Il Tullio che mi teneva in tensione 40 metri più sopra non se ne accorse nemmeno, ma il Pier che saliva alla mia altezza, cominciò a sudare freddo. Se si inizia così, pensava, figuriamoci cosa succederà nei mille metri di ascensione che ci attendono!

L' arrampicata procedeva tuttavia ottimamente e di buona lena in uno scenario fra i più belli che la natura potesse offrire e come se ciò non bastasse, qualcosa di irreale apparve ai nostri occhi: un arcobaleno circolare attorno al sole! Purtroppo non potemmo fermarci molto ad ammirare la leggera nube che ondeggiava leggiadra fra noi ed il sole formando una tale rarità, giacché eravamo sotto la grande muraglia finale mentre dai ripiani sommitali pioveva una sassaiola di proiettili fischianti...

Ore dopo ore, il tempo trascorreva lentamente ed inesorabile su quell' interminabile spigolo... proprio mentre in noi stavano accadendo delle cose molto strane.

Entusiasmo, euforia, gioia, allegria andavano man mano afflosciandosi sotto il peso della stanchezza: in vetta giugemmo esausti! Forse per difetto di allenamento, forse per gli orari impossibili che ci eravamo imposti... fatto sta che lassù dovemmo chiuderci nelle lamiere del bivacco Castiglioni per scacciare da noi incubi paurosi.

Tullio e Pier immaginavano una distesa di mare intorno al buon Crozzon, a tal punto che si erano quasi convinti che i detriti della sua cima fossero vili sabbie da spiaggia e che il bivacco fosse una cabina ( che orrore !).

Pino ed io riuscimmo a mala pena a farli desistere dall' insano progetto di tuffarsi, niente di meno che verso la parete est, tanto era forte il loro « bisogno di acqua ». Ma neppure noi due eravamo immuni da incubi: il Pino diceva di capire il linguaggio del vento, e guai a contraddirlo! Citava tanto di filosofi e fior di poeti! Fu infatti da allora che lo chiamammo il poeta della compagnia.

Il sottoscritto, infine, toltosi lo zaino pesante della comitiva ( quello che si regala all' eterno secondo di cordata ) dovette aggrapparsi al bivacco come ad un' ancora di salvezza: credeva ferma-mante di volare!

Immaginatevi la discesa in quali condizioni veniva affrontata. La guida del Castiglioni parlava di due intagli per arrivare alla Tosa: noi ne contammo cinque o sei... Nemmeno la doccia fredda del camino della Tosa seppe risvegliarci, e di questo passo, quasi rotolando per inerzia sui nevai e sui sentieri, giungemmo finalmente al Brentei, in tempo per sturare una bottiglia di quello speciale, portata appositamente per festeggiare la vittoria con Detassis.

Il vino fa buon sangue... ma nelle nostre condizioni non fece che procurarci ulteriori stramberie, con il Tullio a sostenere che lui la spiaggia l' aveva vista veramente

A Madonna di Campiglio arrivammo che faceva già buio; le luci al neon dei locali pubblici dipingevano come una qualunque grigia città quell' angolo di quiete. Intanto noi, oramai disgustati dalla montagna e dalle sue vie, orizzontali o verticali che fossero, guardavamo con invidia i tranquilli villeggianti che, ben lontani dal far pazzie come noi, bighellonavano elegantemente in quell' am in parte naturale ed in parte artificiale.

« Basta con le erode! Di montagna ne abbiamo fin sopra i capelli. Domenica prossima gusteremo anche noi un poco di villeggiatura. » Decidemmo unanimi.

Di notte sulla strada del ritorno, mentre guidavamo a turno tenuti svegli a pizzicotti dagli altri tre, prendemmo la grande decisione. Tullio ed io saremmo andati a Portofino; Pino, il poeta, sarebbe andato a pescare sul Lago di Como... ah, la pace e la poesia della pesca! Il Pier, infine, programmò una gita in barca sul Garda.

D' accordo? Certo!

Sette giorni dopo, neanche a farlo apposta, Tullio e Pier arrampicavano sulle creste della Val Salarno; Pino ed il sottoscritto scalavano le guglie della vecchia e cara Grignetta... tanto per riposare.

È questo il triste destino di chiha la montagna nel sangue!

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