Cervino: Direttissima sulla parete ovest

PER FRANCESCO CAVAZZANI, MILANO

Direttissima sulla parete ovest del Cervino

Con 3 tavole ( 76-78 ) II loro progetto l' hanno custodito e covato in segreto per un anno intero. Agosto 1961: Giovanni Ottin ( modesta e tuttavia ben nota guida della Valtornenza ) e l' alpinista valdostano Renato Daguin, stanno dando gli ultimi tocchi ai loro sacchi per dirigersi alla parete nord del Cervino e compiervi la prima italiana. Improvvisamente una notizia li agghiaccia: la guida Jean Bich e Pierino Pession, con l' alpinista Piero Nava, sono già in parete1.

1 Vedi F. Cavazzani, Les Alpes 1962, 38.

14 Die Alpen - 1963 - Us Alpes209 Superato il ben comprensibile scoramento, Ottin avanza una proposta:

- Se tentassimo una direttissima sulla ovest?

Daguin accetta con entusiasmo. La guida, scrupolosa, crede dover avvertire il compagno:

- La ovest non è la nord. Tu hai superato in testa alla cordata la direttissima degli strapiombi di Furggen: sulla ovest non incontreremo difficoltà così ardue; però la nostra sorte potrà essere legata al vetrato che la ricopre; però ti avverto che le scariche sono continue e contro questo pericolo, lo sai, non c' è difesa.

Daguin ringrazia per l' avvertimento e dice che non molla: è ben deciso a sfidare qualunque pericolo. La ovest del Cervino? È una parete dannata dalla quale un alpinista prudente ritorce lo sguardo. Sempre in ombra ( tranne in alcune ore del pomeriggio ) è oscura e tetra: sovrasta al cupo vallone di Tiefmatten nel quale non sorge una baita, non esiste un' oasi di verde. Tutto è sfasciume, ghiaccio, desolazione. Le scariche la percorrono incessanti con boati e rombi; la neve che rimane sulla spalla e sulle rocce sottostanti alimenta uno sgocciolio e la riempie di una sottile corazza vetrata.

Imseng, guida formidabile e anticipatore dei tempi moderni, riuscì a tracciarvi nel 1879 ( con Penhall e Zurbuchen ) una via a fianco del canalone Penhall e poi lungo la parete fino a riallac-ciarsi allo spigolo di Zmutt. Ma Lammer e Lorria videro scattare la trappola del vetrato e, travolti da una slavina, furono gettati sul ghiacciaio di Tiefmatten. L' itinerario di Imseng risulta ripetuto soltanto nel 1929 dal solitario Fritz Hermann. Sempre la trappola del vetrato scattò per Amilcare Crétier e Pession i quali uscirono dalla parete traversandola fino alle placche Seiler. La stessa trappola dovettero sperimentare Carrel Luigi ( Carrelino ) e Taddei quando tentarono un altro itinerario più a destra e, dopo due giorni di lotta incessante e due durissimi bivacchi, riuscirono a mala pena ad arrivare all' enjambée rinunciando alla vetta.

È ben lungo da trascorrere un inverno normale e più lunga ancora la successiva primavera; ma codeste stagioni diventano interminabili quando si ha un progetto del genere per la testa e l' incostanza del tempo durante il giugno e la molta neve accumulata là in alto sembra contrariarlo.

Ma poi l' estate 1962 scoppia virulenta ed il mese di luglio pone il Cervino in condizioni ideali, quali si riscontrano soltanto eccezionalmento: il « lenzuolo » e la « cravatta » sono ridotti ai minimi termini, la spalla è asciutta.

Ottin e Daguin giudicano il momento opportuno e il 12 agosto si incamminano. Hanno cercato di ridurre al minimo i pesi da portar seco; tuttavia i due sacchi da bivacco, le due corde da 40 m ( una di 9 ed una di 6 mm ), chiodi, moschettoni, cunei, martelli, piccozza, ramponi formano un bel carico e si vedono costretti a ridurre al minimo i viveri: un borraccia di vino, un' altra di zabaione, un thermos di caffè e otto banane. Non ci sarà certo da scialare.

Raggiunta la capanna del Matterhorn vi consumano un pasto abbondante in previsione del quasi digiuno per le giornate seguenti; poi si avviano sul ghiacciaio alla base della parete nord e sostano a guardarsela codesta parete e li assale una certa nostalgia per il bel sogno dell' anno precedente sfumato all' ultimo momento. Proseguono e salgono sulla cresta di Zmutt dalla quale possono ammirare la grigia parete ovest che, in questo pomeriggio, appare illuminata dal sole. Se la guardano e se la studiano accuratamente prima di iniziare la discesa sul ghiacciaio di Tiefmatten e dirigersi alla base del canalone Penhall, dove trovano un anfratto di roccia per ripararsi. Alle 20, dopo una cena molto frugale ( banane e caffè ), si infilano nei sacchi, ma il sonno tarda a venire. Ottin segue il movimento di una stella che, grosso fanale ancorato nell' immensità del cielo, va declinando sempre più in basso quasi scivolando sulla parete nord del Dente d' Hérin e poi osserva:

- Se quella stella si muove, com' è logico, in senso contrario al movimento della terra, domattina rischiamo di trovare la parete ovest quasi pianeggiante... Daguin scoppia a ridere ma non si distrae dall' ascolto della piccola radio: gli preme il bollettino meteorologico e si rassicura quando sente che per la giornata di domani è prevista la continuazione del bel tempo. Tentano di dormire, ma ogni tanto cannonate infernali li risvegliano: la parete non sta quieta neppure di notte. Anzi verso le tre una scarica formidabile li fa sussultare e li rende perplessi se attaccare o rinunciare. Analogo saluto ebbe Luigi Carrel ( Carrelino ) nell' agosto del 1947 prima di attaccare la ovest '. Indubbiamente qui si richiedono nervi ben saldi e bisogna dimenticare a casa molta di quella prudenza che esisteva nel bagaglio dei vecchi alpinisti. Alle 4.30 la cordata è in movimento: Ottin attacca la cresta a sinistra del canalone Penhall e la risale per un centinaio di metri: non avendo calzato i ramponi cerca di tenersi sulla roccia, ma qualche tratto è costretto a percorrerlo entro il canalone che poi attraversa diagonalmente gradinando e raggiunge delle placche non molto difficili sulle quali si innalza verticalmente. A queste seguono altre placche molto esposte che richiedono due chiodi ( recuperatiindi si innalza ancora lungo placche ( meno difficili delle precedenti ) e lungo piccoli diedri. A questo punto un rombo sordo richiama la loro attenzione verso sinistra: varie cordate stanno risalendo lo spigolo di Zmutt e provocano cadute di pietre nel canalone Penhall, ma ormai Ottin e Daguin sono fuori tiro. Dopo aver superato circa 400 m di parete, Ottin raggiunge una fessura diagonale che porta su uno sperone poco invitante; un chiodo di assicurazione gli consente spostarsi verso destra e riprendere la salita su una crestina di rocce mal-ferme sempre pronte a partire sotto ai piedi per trasformarsi in vagoni volanti verso l' abisso. In tal modo Ottin raggiunge il nevaio dove, nel 1947, Carrelino ed il suo compagno Taddei furono costretti a due durissimi bivacchi; ma allora la parete era completamente vetrata per il temporale notturno, mentre oggi appare completamente asciutta. Questo è il punto chiave dell' ascensione, non solo per le condizioni della montagna che possono rendere insuperabili le già forti difficoltà, ma anche perché qui occorre affidarsi alla fortuna contro le scariche della parete che battono appunto il nevaio. Tenendosi del tutto a sinistra, in modo da sfiorarlo appena, si è meno esposti a quanto cade dall' alto e si arriva al salto di roccia che costituisce riparo. Ma oltre questo salto si è nuovamente esposti in pieno al pericolo; il tratto, assai difficile, richiede cinque chiodi su una lunghezza di circa 50 m. Poi deviando verso sinistra di qualche metro si trova finalmente un posto di sosta; Ottin e Daguin ne approfittano e si concedono il primo riposo dando mano alle sigarette ed allo zabaione; sono appena le nove, metà della parete è sotto di loro, forse eviteranno il previsto bivacco. Ma l' euforia è interrotta sul più bello da un frastuono minaccioso che incombe sulle loro teste; una valanga di pietre precipita dalla galleria Carrel e spazza l' itinerario dal quale sono appena usciti.

La ovest non disarma neppure quando è asciutta come quest' anno; in annate normali il pericolo aumenta. Ora si consultano: che fare? Fermarsi al sicuro, bivaccare e attendere il giorno dopo? Di primo mattino le scariche si interrompono e si può avanzare con minor apprensione, ma poi prevale l' opinione di proseguire.

Ottin esamina attentamente la parte alta dell' incombente parete e riprende a salire su placche molto levigate, nuovamente esposte alle scariche; eccone sopraggiungere un' altra mentre Ottin aderisce soltanto con le punte degli scarponi ad esili increspature e si tiene alla roccia liscia con la punta delle dita: cerca egli di appiattirsi e di far tutt' uno con la parete mentre Daguin è fermo, dietro una minuscola sporgenza. Momento critico: non c'è difesa, non si può far altro se non ascol- 1 RM. LXVII, p. 49; F. Cavazzani, Uomini del Cervino; II, 137.

tare il battito tumultuoso del cuore ed il sibilo dei proiettili; poi ritorna un silenzio, strano, attonito, quasi incredibile. Si affidano alla velocità e salgono il più rapidamente possibile, sempre allo scoperto, sperando che il Cervino se ne stia calmo. Ecco si profila una crestina che raggiunge la galleria Carrel, ma non consente un sicuro riparo.

Non sono per nulla tranquilli: lo sguardo fisso verso l' alto per avvistare le pietre, si tengono pronti a cercare protezione dietro qualche piccola sporgenza; ma ora il Cervino è assopito. Lo risvegliano due cordate le quali, abbandonato lo spigolo di Zmutt, traversano la parete verso la cresta del Leone, rimuovendo incautamente delle pietre che volano al basso e portano un fischiante saluto a Ottin e Daguin; un saluto al quale volentieri rinuncerebbero.

Si trovano all' altezza dell' enjambée e vedono distintamente la parte terminale della parete: qui la via è del tutto incognita e può riserbare sorprese. A sinistra si dovrebbe forzare un tetto molto sporgente, il centro della parete è repulsivo; a destra appaiono alcuni tetti forse più facili con qualche possibilità di aggirarli. Salgono quindi alcune lunghezze di corda e poi si dirigono verso destra per 7/8 m lungo una fessura orizzontale sottostante ad un tetto, indi salgono verticalmente un diedro di una quindicina di metri, sopra al quale trovano un posto riparato ma tutt' altro che comodo. È quasi mezzogiorno; si concedono il secondo riposo della giornata e danno mano nuovamente alle borracce.

Ora una fessura verticale molto dura, lunga una decina di metri, richiede un chiodo; Ottin prosegue fin sotto al tetto e si assicura con un altro chiodo; una delicata traversata verso destra deve effettuarla unicamente con le mani avvinghiate in una fessura sottostante al tetto, poi sale e si sottrae alla vista del compagno. La corda non si muove di un palmo; Ottin grida che la corda non scorre, chiede se ce n' è ancora e finalmente riparte molto, molto lentamente. Deve superare una placca verticale di 7/8 m che - dirà poi - rappresenta il più difficile passaggio che egli abbia mai superato in libera; infatti non c' è possibilità alcuna di piantare un chiodo. Mentre è così impegnato lo raggiunge il commento di una cordata fermatasi ad osservarlo dalla cresta italiana: « Le pauvre ne doit pas être trop bien là-haut... » Ma Ottin è troppo impegnato per poter rispondere e quando ha superato la difficoltà la cordata è scomparsa. Ottin si fa mandare il sacco che ha lasciato al compagno e lo invita a raggiungerlo.

- Che te ne pare? è la domanda che gli rivolge. Daguin non risponde e si chiede stupefatto come abbia fatto quel diavolo di Ottin a superare un cosiffatto passaggio senza assicurazione di sorta.

L' ultima parte dell' ascensione non è più facile; le manovre di teleferica per il sacco di Ottin si ripetono, sopra una cengia la parete si presenta come uno sfasciume di rocce verticali; occorre un altro chiodo e Ottin sale sulle spalle del compagno alla ricerca di un buon appiglio che non trova; sale poi diritto e riesce a proseguire per l' intera lunghezza della corda. Complessivamente l' ultima parte ha richiesto una dozzina di chiodi di cui vari sono rimasti in parete.

Alle 14.30 Ottin e Daguin sbucano sulla vetta; gli occhi scuri, grandi e buoni di Ottin scintillano di letizia, si abbracciano esultanti: la direttissima della parete ovest è stata finalmente tracciata, sia pure con l' ausilio di un' annata eccezionale e di un tempo continuativamente bello. Il vetrato, che di solito si trova anche sullo spigolo di Zmutt, non esisteva quest' anno neppure in parete.

Questa via, che si svolge alla destra di quella Imseng-Penhall e alla sinistra di quella Carrel-Taddei, oltre a ragguardevoli difficoltà tecniche, presenta il pericolo delle scariche e l' incognita del tratto medio dove, per lo sgocciolìo della neve trattenuta dalle gallerie Carrel, il vetrato può rendere impossibile superare i tratti più impegnativi.

C' è da domandarsi stupefatti se questo sia veramente l' ultimo problema del Cervino o se la fantasia e l' ingegno degli alpinisti sapranno ancora trovare del nuovo su per le pareti del vecchio gigante.

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