Con la nebbia, sulla Vecchia Dama

Angelo Case. Minusio

Racconto La vigilia del congedo, c' era stata la cena di Compagnia. L' Ardigò, avvezzo a cucinare alla grande come capocuoco durante le carnevalate del suo paese, aveva arrostito un maialetto di latte allo spiedo, sul piazzale antistante la caserma, con sdegno malrepresso di alcuni militi svizzerotede-schi, ligi alla disciplina com' è ligio ai dieci coman-damenti chi abbia fede. Si erano allineati in disparte, impettiti, con facce corrucciate, sem-brando loro un sacrilegio la stupenda massa di carne rosa che cambiava colore lentamente sulle braci, tra vampate di profumi aromatici degni della cucina di un albergo tre stelle. Purtroppo, appena gustato quel bendidio, c' era stato un allarme simulato e per due ore i soldati erano rimasti fuori nella neve, sotto la sferza di un vento gelido che rotolava dalla Cima del Sale, spazzando la radura dov' era la caserma. Per questo, Matteo non aveva digerito. Già si era alzato a più riprese, raggiungendo a tastoni l' uscio e percorrendo come un sonnambulo il lungo corridoio verso le latrine. Ne era tornato sempre più sudato, con ca-pogiri e nausea, senza essere riuscito a liberarsi. I commilitoni dormivano, non tutti tranquilli: chi ronfando, chi biascicando parole nel linguaggio comune a tutti i cristiani che nel sogno rispondono ad accuse, a denigrazioni o semplicemente a fer-vide dichiarazioni d' amore. Si voltava e rivoltava nel letto, cercando di riscaldarsi lo stomaco con le mani. Riguardava il rettangolo chiaro in fondo alla camerata che inquadrava le montagne sulle quali, il giorno successivo, sarebbero saliti per un' ultima manovra combinata con l' artiglieria e l' aviazione, un' esercitazione che tutti avevano creduto uno scherzo, dato che mai s' era organizzata un' uscita il giorno del licenziamento, tanto più in un corso di ripetizione che fino a quel momento era parso una farsa in tutto e per tutto. Doveva essere oramai prossima l' ora della diana. Il piantone di guardia sarebbe entrato nello stanzone e senza tanti riguardi avrebbe acceso la lampada, urlando i soliti lazzi frammisti a improperi. Così, per Matteo, la notte si sarebbe conclusa m' era cominciata con quel peso di carne suina dalla crosta croccante non ancora assimilato, sebbene avesse ingoiato pasticche digestive e un sorso di fernet allo spaccio, appena rientrato da l' assurdo allarme passato all' addiaccio. Matteo guardava la finestra che lasciava trapelare la luce livida dell' alba. Proprio di fronte si ergeva il Pizzo Matto, riconoscibile pure nella penombra per le tre scaglie di roccia che rompevano la linea l' orizzonte, su quel versante delle Alpi, abbas-tranza uniforme.

- Rico! Rico!

Improvvisamente, nel silenzio dell' edificio l' alba era stata spaccata da quel nome, ripetuto a squarciagola, forse dalle cucine al pianoterra, dove di sicuro bollivano ettolitri di caffelatte, meglio di lattecaffè poiché c' era da dare una mano ai padroni delle bovine dell' altipiano nello smaltire il latte prodotto in misura eccessiva: dove già si af-fettavano in listarelle da un etto, occhio e croce, gigantesche forme di Emmental, vanto caseario nazionale e utile per inculcare nei militi l' ade amor patrio. O dal ripostiglio delle muni-zioni s' alzava il richiamo: dal parco veicoli: dall' infermeria. Il nome. Bastò per riportare Matteo indietro nella vita di quasi trent' anni, di colpo in luogo familiare, la piazza del paese, la casa degli Zanchi sul lato destro, da quando l' umanità paesana aveva scelto la conca sotto Taraltoso per edificare dimore non più nomadi. Una casa, via via ingrandita nelle generazioni, aggiungendo muri ai muri e distribuendo locali accanto a locali, rica-vandone dei nuovi dagli antichi, vastissimi. Come fanno le vespe che adattano le nuove cellettc alle vecchie. La casa si era allungata verso montagna fino a toccare la parete scoscesa di granito: e quindi verso la campagna si era espansa, in modo che al nucleo familiare discendente per ramo diretto da quei trisavoli dei trisavoli, altre tribù si erano agganciate, parenti collaterali e d' acquisto. Sicché, oggi, a nominare le tenute degli Zanchi, molti voltano via la faccia per nascondere l' invi. Dunque, Matteo s' era di botto trovato tra le mura di casa, genitori fratelli e sorelle attorno al tavolone di noce: e, proprio seduto vicino a lui, il cugino Rico Maleschi, la cui madre, nata Zanchi, era morta per un' infezione post-parto o chissà per quale altra complicazione, mettendolo al mondo di sette mesi. Rico era cresciuto nella casa di Matteo, allevato con la distaccata affettuosità che i suoi mettevano nell' educare i propri figli, stesse lodi, stesse rampogne, nessunissimo privilegio. Nel cugino, mese più mese meno della sua medesima età, Matteo aveva sempre trovato la persona di fiducia per qualsiasi confidenza. E ancora adesso, uomini entrambi sui quarant' anni e padri a loro volta, erano legati da una stima che oltre-passava i legami già stretti della consanguineità.

Con Rico, di frequente, Matteo era salito sulle montagne della valle. La passione per le scalate li aveva contagiati fin dagli anni più giovanili, seguendo i racconti degli anziani che, durante l' in, si radunavano nella cucina degli Zanchi a giocare a scopa e a farsi buon sangue. Non c' era vecchio che non avesse la sua da dire, buona o cattiva che fosse, più cattiva che buona, poiché in valle il destino non era tenero con la gente, se cerca onestamente di aggiungere roba alla roba ereditata. Pur di trasferirsi sui picchi che serra-vano la vallata, i due ragazzi avrebbero rinunciato a qualsiasi festa in paese, dove, appena c' era da solennizzare il martirio di un Santo o l' elezione di un conterraneo in qualche assise, giudiziaria letteraria commerciale, posto, insomma, fuori dalla mira usuale dei paesani, le feste erano feste sul serio, duravano dentro nelle notti con musiche giochi danze e perfino diavolerie importate dalla città vicina, cotillons e votazioni segrete per l' as, sul palchetto dei musicanti, di una Miss-sorriso, di un Mister-baffi...

Bastava che Matteo dicesse a Rico ( o vice-versa ):

- Saliamo a Monterotto? a Crogliessi? al Pic-chioro?

La risposta era inequivocabile:

- Sia fatta la tua volontàdetta con tono scherzoso/sarcastico.

Combinavano la spedizione nei minimi particolari. Ogni dettaglio era discusso per ore nel fie-nile degli Zanchi, che era lontano da ogni possibile indiscrezione. Sceglievano di preferenza il tracciato più ardimentoso, fuori dalle solite rotte; definendo i luoghi per le soste intermedie, i rifugi per il riposo notturno, le modalità peri richiami in situazioni d' emergenza, una cornetta, un razzo salvato dai festeggiamenti del primo di agosto, con il dato colore se, con il talaltro se per contro. Non lasciavano niente al caso, convinti che ogni montagna, per quanto bella e allettante, non dovesse venire affrontata a cuor leggero.

- Salir la montagna è un' impresa / che mai sot-togamba va presa - canterellavano, guardandosi negli occhi e pregustando, nella messa a punto dei preparativi, la fierezza per una cima conquistata nel vasto giro delle cime che chiudeva il paese. Le loro escursioni erano un modo per allungare le radici dentro la valle, che per loro era già una terra più unica che rara.

L' avevano pure scampata bella, una volta, di settembre, che, sebbene avessero prospettato ogni possibile difficoltà nel sormontare i crepacci detti della Vecchia Dama, non avevano pensato alla nebbia. Non la solita foschia, che si prolungad' ago al mese successivo, se le giornate sono afose. Ma proprio un nebbione denso come di solito si forma in novembre, dopo la metà, per dire che l' inverno sarà lungo. Per loro fortuna, salendo dopo Pianascio, si erano fermati nella baita di Franco Sterletti che tutti chiamavano Bobe chi sa mai per quale motivo. Lo avevano trovato l' unico stanzone della cascina, mentre parlava e parlava con il cagnette », attaccato alla gamba del tavolo e con le lunghe orecchie spazzolanti il pavimento di abete. Gli diceva:

Sta'quieto, Well, mi svegli i topi, i ghiri... Se attaccano a correre sulle travi, addio pace... ci ca-dranno nel calderone.

E Well ( nome, di sicuro appioppato al cucciolo nel rispetto del padre, emigrato fra i primi nelle terre di California, a spandere lacrime per far crescere le spighe degli altri, come ripeteva sovente nel cucinone degli Zanchi tra una mano e l' altra della scopa ), Well uggiolava come se capisse quelle parole di cristiano, s' acquietava, cessava di sbattere la coda contro la credenza, allungava il musetto sulle zampe stirate dritte in avanti, lec-candosi il pelo con movimenti graziosi della testa macchiata di bianco e marrone.

Il Bobe aveva continuato gli stessi ragionamenti con la bestia anche quando i due ragazzi si erano affacciati alla finestra della baita, gridando-gli « allegro! » come salutano i paesani da quando imparano a salutare. Poi aveva dato loro latte, pane, formaggio.

- Non fate storie, se avete fame...

I due, da un paio d' ore in cammino su per le prime balze della montagna, non si erano fatti piegare due volte, rispondendo in pari tempo alle domande che l' uomo buttava là con fare sornione. Da qualche mese, il Bobe s' era isolato a Pianascio per non dover riverire chi non gli andava di riverire. Da quando si era discusso nell' assemblea comunale il progetto di cedere le acque del fiume a un capitale estero, affinchè impiantasse sbarramenti a nord del paese, Franco aveva voltato la faccia a numerosa gente che approvava quella speculazione.

- Capirete anche voialtri, tra qualche anno. Si lasciano portare via l' acqua per una brancata di denaro, proprio come Giuda quando ha venduto Cristo...

Quindi aveva mutato fisionomia, duro com' era il volto nel momento in cui aveva rievocato gli scontri verbali perfino violenti susseguitisi durante le decisioni assembleari, di colpo spianate le rughe, saputo che Matteo e Rico volevano arrivare alla Vecchia Dama, aveva proposto:

Se mi volete, vi tengo compagnia -soggiun- gelido, quasi per motivare quell' improvvisa decisione:

- Devo salire alla Rossalta. Mi hanno riferito che, lassù, piante sono state rovinate da gente senza scrupoli.

Co lo avevano interrotto, incuriositi, i due.

- Già, gente che non sa quanto vale una pianta su queste nostre creste. Hanno preso l' abitudine di accender il fuoco ai piedi delle piante, quando devono arrostire una luganiga o scaldare un brodo. Così il fuoco scava il tronco fino alla midolla e vanno al babi piante che hanno visto i nonni dei nostri nonni...

Aveva radunato un rotolo di corda, un maglione, una pagnotta, entro il sacco da montagna. Si era infilato gli scarponi. Aveva staccato il ca-gnetto che abbaiava nervosamente, intuendo la possibilità, tra non molto, di correre libero sui prati erti che da Pianascio arrivano sui Tondelli. Vi farò vedere il prato delle marmotte, la costa dei camosci aveva brontolato, precedendo i ragazzi sul sentiero, se sentiero si poteva chiamare quello sgorbio di pista tra prato e roccia che serve, durante le piogge, a convogliare l' acqua nel gran balzo del vallone. Il Bobe camminava come un dio, trovava i sassi giusti su cui posare gli scarponi, tagliava senza impaccio fra i roveti. Doveva conoscere quel sentiero come i pochi metri quadrati della sua baita. Sulla costa subito fatta ripida, procedeva con passo regolare. Per gambe, aveva gambe lunghissime, sormontava le cunette con estrema facilità, i dislivelli, le pieghe del terreno più impervio. Comunque, i ragazzi gli tenevano dietro senza anfanare: mettevano i piedi dove l' al li aveva levati da poco, stessa sporgenza, stesso rialzo. Avanzavano fissando gli scarponi del Bobe. Non guardavano giù lungo i canaloni e le gamie, quando costeggiavano i dirupi, temendo il capogiro. Piuttosto, alzavano gli occhi a fissare il cielo sempre più luminoso. Certe volte, dovendo allargare le gambe più del normale per oltrepassare un crepaccio, sentivano fitte dolorose ai muscoli del ventre, dei garretti. Ma riprendevano ostinati, senza fiatare. Sarebbe stato umiliante per loro lasciarsi andare a smorfie di fronte a quel paesano robusto e tenace, il quale, accorgendosene, sicuramente gli avrebbe detto:

Un uomo, se è uomo, deve sopportare ogni sofferenza, ogni gramizia.

Tenendo loro il mento tra le dita callose, avrebbe soggiunto:

Nella vita di un uomo, che è bella e deve essere vissuta il meglio possibile, ci sono momenti duri. Bisogna reagire come reagisce una pianta sotto la grandine.

Salivano da quasi un' ora. L' aria sempre trasparente, la punta di Gavizo scintillante sopra di loro. Più in ombra, la massa di Crogliessi.

Brutto segno aveva mormorato il Bobe, in-dicandola.

Ma se è sereno - disse Manco. Aspettiamo sera, vedrete tagliò corto l' uomo, proseguendo imperterrito sugli spuntoni di roccia e dentro i rovi fino a mezza gamba.

Lontanissimi, sul fondovalle. i filari della vigna segavano a strisce i ronchi: erano le uve migliori della Bassavalle e. se l' autunno donava giornate senza piogge, la vendemmia sarebbe stata generosa, si sarebbe potuto ritardarla fin dopo i morti, ne avrebbe guadagnato il vino.

Erano giunti sulla gobba, sotto le cave di granito abbandonate da circa un decennio, essendosi spostati a cavare più a settentrione, dove si intrav-vedevano le ferite chiare e recenti delle mine tra i boschi. Da lassù si vedeva la valle aprirsi a ventaglio e i paesi sull' una e sull' altra sponda del fiume. Il Bobe, addentando la pagnotta, aveva segnato il versante in ombra con i boschi che mutavano il verde con variazioni di giallo e rosso:

I Guaschiaveva detto hanno ancora i borradori all' Amblogna, tagliano legna per cento inverni.

Matteo, seduto su un sasso, rimirava i garofani selvatici, i brughi, le aquilege. turchine e sottili come libellule.

Sai aveva esclamato di scatto il ragazzo -ho le pulsazioni come Banali.

Gino Bartali aveva vinto il giro di Francia due mesi prima e in casa Zanchi ne avevano discusso a lungo, i fratelli tifando per Robic o per Ockers. Dispute, prolungate lungo le carraie delle campagne, con le biciclette a contropedali, in volate da matti verso un traguardo prefissato alla barriera del treno, alla spalletta del ponte o più spesso in cima alla rampa dove sorge l' Ospizio.

- Come Bartalisi era interessato, perfino incredulo, il Bobe.

- Proprio così. E il Rico pure, un cuore di ferro: d' altronde siamo dello stesso sangue, è ben figlio di mia zia.

Si erano rimessi in cammino tra le poche piante, ognuna aveva un nome che Matteo sapeva senza incertezze, non erano soltanto tronchi e tronchi ai lati del sentiero. Stavano affrontando la pietraia sotto Rossalta. La vegetazione era ridotta a manciate d' erba tra i sassi, più sopra qualche arbusto di ginepro rompeva la distesa grigia, sulla quale il cagnetto saltava, sollevando con i latrati qualche coppia d' uccelli.

Il contorno delle montagne era preciso picchi, selle, bocchette: e il Bobe le nominava tutte. Era un orizzonte familiare per lui.

La conca delle pasture si allargava, concate-nandosi ai pascoli delle Vallette laterali. Era una distesa a perdita d' occhio, battuta da raffiche di vento.

- Andiamo controvento - aveva sussurrato il Bobe - forse riusciremo a sorprendere le marmotte, se non sono già sotto terra.

Erano passati nei ravaneti delle cave più vecchie, i detriti ammonticchiati ai lati, prima di sbucare nella grande malga della famiglia Serpeti, ora estinta: un gran pascolo, per cui si sarebbero battuti, in un' asta affollata, i possidenti dell' intera valle, poiché è terra che, seppure posta in zona appena sottostante ai nevai, si presta come poche all' atterraggio dell' elicottero, facilitando il trasporto di uomini e bestie e masserizie. Erano avanzati in fila indiana, quando, sulla sassaia assolata e sulla terra pelata sopra cui c' era solo il cielo, avevano visto le marmotte, appiattite al sole. Si confondevano coi sassi, non fosse stato per una, la più grossa, che a intervalli si drizzava a scrutare attorno. Doveva essere un' intera famiglia. Ce n' erano di piccoline con il pelame grigio-rossiccio, che si davano testate, scivolando su brevi tratti d' erba corta.

11 cucciolo si era messo a latrare.

- Perdinciaveva gridato Matteo. Le bestie si erano dileguate nei loro cunicoli sotterranei. Sulla malga, si era udito solo un litigio di uccelli, nascosti Dio sa dove. Peraltro, ilsilenziointontiva.

- Capiteaveva soggiunto il Bobe. Sono animali attenti a tutto. Nella vita, dovremmo stare preparati a ogni tiro mancino anche noialtri. Attorno, in lontananza, boschetti di betulle. Diri-gendosi verso lo sperone della Dama Vecchia, aveva continuato:

Che ne dite? la montagna è una gran bella creazione. Si può ben girarlo il mondo, dove trovate una visuale come questa?

La visuale, per quanto suggestiva, con i colori più tenui che il creatore avesse potuto inventare in un settembre di sole, era scomparsa nel pomeriggio sotto folate di nebbia sempre più compatta, salita dal basso con il vento che, a un dato momento, s' era messo a soffiare nella direzione opposta del mattino. A raffiche, seppellendo via via i ronchi ei monti bassi con le stalle, si era infilata dentro ogni ruga della montagna, colmando ogni vuoto e dila-gando fra le creste della Dama Vecchia.

Come hai potuto indovinare aveva chiesto Matteo al Bobe, che era un' ombra fluttuante presso di lui.

La macchia scura di Crogliessi. E un segno che non ha mai ingannato i vecchi di qui - era stata la risposta con voce stravolta, poteva essere la nebbia che gli alterava le corde vocali, poteva essere la preoccupazione di trovarsi isolato con due ragazzi su una pietraia in pendenza, fuori dal mondo civilizzato. Aveva tolto la corda dal sacco, ordinando:

Legatevi alla vita, formeremo una catena. Rischio per rischio, sarà meglio tentare di scendere fino alla stalla dei Ralli, sotto Tondelli.

- Ce la faremoaveva chiesto Rico, come se fosse stato possibile rispondere a una domanda tanto ingenua.

- Certo, basta volere. Dormiremo nel fieno, al riparo da questo dannato vento.

- Ma i nostri, giù in paeseaveva insistito Rico.

Tutto sommato, era finita per il meglio. I ragazzi lo avevano capito, sdraiati nel fieno, qualche ora dopo, stanchi al punto di non essere nemmeno in grado di ridere di soddisfazione. Avevano capito ( malgrado fossero avversi alla religione per consuetudine di famiglia ) quanto potesse essere di conforto, in certi momenti della vita, incontrare l' angelo custode, non già con le ali spalancate a proteggere chi gli fu affidato dalla pietà celeste, come l' avevano visto raffigurato su alcune imma-ginette che circolavano tra mano ai compagni di scuola, bensì con la faccia secca, magra, decisa di un Bobe dalle sembianze comuni a tanta gente del paese, tagliata giù con la scure: capace di condurli a salvamento non già da stolte tentazioni, ma dagli effettivi pericoli di questo mondo. Che sono tanti. Non ultimo, una discesa attraverso i bricchi in una sera buia di nebbia, durante la quale poteva bastare un passo falso per finire raccolti dentro un lenzuolo, quattro/cinquecento metri più sotto, in un crepaccio dei mille che danno fisionomia a una montagna.

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