Dammastock

( Piccola variante nella via solita. )

Guido carissimo, Quanto girovagare da un anno a questa parte, tra le spiagge infocate dell' Adriatico e le fumose officine della Loira! Lontano dalle persone care e dai luoghi noti, sentivo da un pezzo il bisogno prepotente di ritrovare — fosse pure per un giorno solo — un po' di vera quiete, e una voglia irrefrenabile cacciar dalla testa preventivi, fornitori e rendimenti, che per nove mesi filati erano stati proprio il mare in cui diguazzavo. Tu sai bene quanto me com' è potente il desiderio, anzi il bisogno che proviamo talvolta di disfarci di questi legami che ci avviluppano a poco a poco fino a toglierci il respiro. Perciò, tornato un venerdì dalla antica Sabazia, salutai con gioia l' annuncio di una gita della sezione al Camoghè, lasciai nel pomeriggio del sabato la Madonnina, e dodici ore dopo, di notte, solo, raggiungevo la vetta e la capanna, in parte ancora nascosta dalla neve alta. Tirava un vento, lassù, qual ti puoi immaginare, e freddo, cosicché, anche l' interno era quasi a zero gradi. Non sto a dirti se godetti un mondo di questa passeggiata compiuta in gran parte colla luna: tu la conosci a perfezione, anche in quelle condizioni; ma io, certamente pel lungo digiuno, non mai come allora avevo tanto gustato l' aria e l' acqua pura di quei monti. Solo coi miei pensieri, coi miei sentimenti, avvolto dalle varie sensazioni che suscitava il gioco del vento e della luce lunare, il camminare sul morbido tappeto verde della Gazzirola mi richiamava nitidamente alla memoria la discesa compiuta un anno fa sul morbido tappeto bianco del Rodano, di notte, col vento, ma senza la luna. Ora mi sfuggono nuovamente tanti particolari di quella discesa che io ricordo ancora con piacere, per la strana sensazione che mi aveva lasciato indosso e che riprovo, sia pure attu-tita, ogni qual volta vi ripenso. Non t' ho mai raccontato quella gita al Dammastock: nulla di straordinario, sai; ma fatta in condizioni non consuete: consenti che te ne dica due parole.

Ricordi che la Valle di Göschenen ci era sempre stata ostile? M' aveva indisposto all' Alpligenlücke, aveva avversato me e te al Sustenhorn, alla Krönte, me e Cech al Flecki ( rubandoci anche, una « vigliacca », come la chiamavamo ); per cui l' anno scorso volemmo avvicinarci al re di quella legione di monti, colla speranza di trovarlo migliore dei sudditi. Ti dirò subito che si mostrò davvero più generoso, ma che ci oppose una tenace resistenza. Tu ci avresti potuto vedere salire per la Valle di Göschenen con un enorme sacco sulle spalle — vi tenevamo il necessario per una decina di giorni — assai, contrariati, veramente, per il broncio che il tempo pareva volesse tenerci una volta di più, e che ci obbligò a pernottare all' Alpe, donde non ripartimmo che l' indomani a mezzogiorno, quando appunto il sole finalmente cominciava a spargere un po' di allegria per i pascoli e le petraie. Ma quel giorno non ci riuscì di poter mirare in viso il nostro sovrano. La notte dormimmo pochissimo, benché soli e benché non fosse freddo affatto; e quando abbandonammo le coperte — ed era ancora notte — non ci riuscì di scorgere le stelle. All' alba, la nebbia fitta e scura avvolgeva ancora i fianchi dei monti e metteva il primo ostacolo ai nostri desideri. Un paio d' ore più tardi, il vento che soffiava senza violenza si calmò, e la cortina caliginosa, diradatasi d' un tratto, lasciò scorgere ai nostri occhi stupefatti il più beli' azzurro di cielo, e le cime rosee dei monti. Il velario si richiuse per riaprirsi ancora più tardi: ma intanto noi avevamo insaccato ogni cosa e trottavamo rapidi verso il Dammafirn. In breve ora raggiungemmo il ghiacciaio, seguendo la morena, mentre la nebbia si era accovacciata nel fondo della valle, giù verso l' Alpe di Göschenen, lasciando l' aria perfettamente limpida e quieta. Presto notammo con dispiacere che la neve era assai molle, e non ci sosteneva; e dovemmo adattarci a pigiarla ben bene e quasi ad ogni passo; e per nostra sfortuna girammo poi anche troppo basso, cosicché dovemmo ritornare per sorpassare il crepaccione terminale.Verso le dieci arrivammo ai piedi di quella breve roccia che forma il dorso nevoso di congiunzione tra il ghiacciaio e la parete del Damma; e poiché affondavamo fino ali' anca, pensammo di salire quella poca roccia per giungere di fianco direttamente sulla schiena bianca. Durammo fatica ad attraversare il crepaccio ai piedi di quella roccia; e quest' ul, che sembrava facile, dovette essere sorpassata a forza di braccia; poi anche quella dozzina di metri di neve ripida, che rimaneva per raggiungere la gobba, ci oppose una resistenza imprevista, perché v' affondavamo intieri e ce la trovavamo ad ogni passo fino al naso. Era passato ormai mezzogiorno; ci rifocillammo e gustammo per mezz' ora l' affascinante bellezza di quel paesaggio, chiuso ad ovest dalle rocce della catena, incapucciate di neve, aperto ad oriente sulle nevi accecanti, sulle vette azzurre e sulla valle verde. Poi pensammo di rinunciare a salire più oltre: ma quel ghiacciaio giù sotto, in cui avremmo dovuto affaticare molte ore sprofondando nella neve « marcia », ce ne tolse l' animo. Del resto, in un' oretta seguendo il crestone nevoso avremmo raggiunto la roccia, e questa in un paio d' ore ci avrebbe dovuto portare alla vetta. Quindi riprendemmo la salita, pre-stando grande attenzione alla sottile cresta di neve, in cui sprofondavamo, per vero, meno di prima, ma che, non offrendo appiglio, era traditrice. Arrivammo infatti in un' ora al sommo del costone, dove esso si congiunge colla roccia; attraversammo senza furia il canale — vuoi, perché rassicurati dal non aver scorto alcuna valanga, vuoi perché affondavamo sui suoi fianchi nevosi — e incominciammo a salire la roccia. Non starò a raccontarti le peripezie di questa salita: ritengo d' averla iniziata troppo a destra, dove ci parve di trovar facili i primi lastroni e di esserci poi man mano spostati ancora maggiormente dalla strada giusta e più diretta, talché incotrammo difficoltà non lievi, e più volte dovemmo abbandonare i sacchi per poterci issare a forza di braccia su per qualche passaggio difficile. Ci trovammo a salire sulla costa più a nord, dalla parte del Dammajoch; e ritengo invece che la miglior via dovesse trovarsi più a sud. Salimmo colla massima prudenza sempre^assi-curandoci a vicenda, e la corda fida ci tenne più d' una volta sospesi. Non' pote perdere tempo, perché faceva tardi, e purtroppo dovemmo acconten- tarci di gustare il panorama grandioso solo nei brevi intervalli di riposo. Emergevano nitide e pure, le cime; le nebbie che vagavano a metà montagna andavano già colorandosi di rosa, e noi salivamo ancora nell' aria quieta. Poi venne l' ombra in fondo alla valle; e salì inavvertita, portando via tutto il sole intorno. Pensammo che avremmo forse dovuto bivaccare; ma continuammo a salire, con prudenza. A un centinaio di metri sotto la vetta incon-trammo un nuovo ostacolo in forma di un masso che avremmo dovuto salire a cavalcioni per vari metri, una gamba sull' abisso; e poiché l' aria s' oscurava preferimmo scendere una ventina di metri e cercare altro passaggio. Attraversammo un canale ghiacciato ma poco largo, e ci trovammo, un po' più a sud, su di un' altra costa ( penso che quella doveva essere la buona ), seguendo la quale raggiungemmo in breve e senza fatiche il cornicione nevoso sotto la vetta. Era ormai notte fatta, le dieci essendo passate; e se la luna non venne a salutarci, un vento gelido ci obbligò a ritornare qualche metro sotto la cresta in cerca di riparo. Ci assicurammo alla roccia, cuocemmo un po' di te, ci riposammo, e verso le undici riprendemmo il sacco. Seguimmo dall' altra parte, nel ghiacciaio, colle dovute attenzioni, la cresta, raggiungendo la vetta. La lanterna ci permetteva di vedere solo per una decina di metri in giro, e dovevamo quindi aprire bene gli occhi ed andar cauti. Abbassammo lo sguardo sul Dammafirn; ma con stento potemmo rilevare una massa meno nera di tutto quel buio che ci circondava... Nel firmamento brillavano vivissime le stelle innumerevoli.

La lanterna si spense. Durammo fatica a riaccenderla nel vento violento. Poi iniziammo la discesa seguendo, ad una rispettosa distanza, la cresta che conduce al Dammapass, e quindi procedendo più a destra, tra neve e sassi prima, sul ghiacciaio poi. Non è possibile che ti ridica l' impressione di quella notte strana, noi due soli nell' immensità della notte; silenziosi, attenti se qualche ombra più nera rivelasse qualche pericolo alla luce gialla e vacillante della candela, udivamo il fruscio monotono dei nostri passi nella neve, il tintinnio dei ghiaccioli che staccavamo e che scivolavano lungo il pendìo; a raffiche gelate il vento fischiava e ci sospingeva; le poche parole che ci scambiavamo parevano stonare fra quella musica strana e in quell' ambiente insolito. La lanterna si spense ancora due o tre volte; ma ormai avevamo trovata una traccia e potemmo seguirla e più rapidamente avvicinarci alla meta. Quando giungemmo in fondo al ghiacciaio albeggiava e anche la luna s' era alzata poco prima, a dare rilievo a qualche forma. Al riparo dal vento, su di un blocco morenico, ci riposammo e ci addormentammo in un momento: ma fuggimmo presto verso la Furka, dove —perché non era l' ora —non trovammo né letto né latte, e dove neppure la corriera ci volle dar assicurazioni di poterci trasportare alla Grimsel. Ma vi giungemmo egualmente quel giorno, e — riposati — riprendevamo il giorno dopo, ancora soli, le vie dei ghiacciai, per raggiungere il signore delle Alpi bernesi.

Questa, caro Guido, in parole povere, e brevemente, il récit di quella gita. So bene che non riescirei a dirti l' impressione — gradevole, potente e tremenda insieme — che ho riportato da quella gita, anche se ti scrivessi a lungo; ma puoi immaginartela se pensi che per me era l' ignoto lassù, se pensi alla potenza di un tramonto visto da quelle rocce, e alla notte che scende, a quel buio pesto nel silenzio, al contrasto colle accecanti visioni di poche ore prima

Vedo dalla cartolina che m' hai mandato, che stavolta anche la Krönte ti ha voluto sorridere, e ne godo. Che sia stato io prima a « menar gramo » ?!

Una stretta dal tuoPiero Ferrazzini.

Milano, luglio 1926.

Feedback