Due passi in montagna

( Bellinzona ) « In du chi vet det bel? » « Un pò in sü! Dû pas in montagna! » Strano è il riserbo di una certa categoria di alpinisti nello svelare i propri propositi. Si direbbero dominati da un celato pudore che vuoi nascondere i sentimenti più intimi.

Anche il nostro uomo è di questa categoria. Egli si avvia solo soletto, lascia alle sue spalle il gruppo di casine del paese di Valle e infila il sentiero della Canaria. Vi si addentra con voluttà, spinto forse dal bisogno di fuggire da quella vita opprimente di ogni giorno, succhiato quasi dal miraggio della solitudine che lo attende.

Ripensandoci, gli spiace di esser stato un pò troppo asciutto con quel vallerano. Ma, cosa avrebbe potuto dirgli? Dove era intenzionato di andare? Se non lo sapeva neppure lui! E poi attaccar bottoni in partenza, precisare una possibile meta, quando un cambiamento di tempo, un capriccio del caso, uno scherzo delle prestanze fisiche potrebbero improvvisamente costringere alla rinuncia delle proprie intenzioni? Che importa il nome che gli uomini hanno dato alla sua montagna? A lui basta il proposito di isolarsi, di portarsi su su in alto nelle regioni meno battute. Cosi con la testa nelle nuvole, camminava un giorno anche quel suo amico, oggi assente, che sopra Kandersteg, di ritorno da una gita, interrogato a bruciapelo da un passante, da dove venisse, non seppe rispondere senza l' aiuto del compagno d' ascesa della vetta conquistata.

Il nostro solitario si compiace di ricordare tale episodio ed altri ancora e li fa rivivere sul scenario magnifico che si svolge davanti ai suoi occhi, mentre con passo lento, elastico, sale, sotto il peso del sacco che gli oscilla sulle spalle. Ai suoi pensieri fanno eco le acque spumeggianti della Garegna ossessionate di voler gettarsi al più presto nel fiume Ticino.

Solo. Solo ai Monti di Ruten di Saas, a Pauten, agli alpi di Canaria e di Froda. Siamo appena a fine giugno e le sgangherate baite degli alpigiani ancor non hanno riveduto i loro soliti abitatori. Si arresta a Pian Bornengo, dove le prime lingue di neve fanno la loro apparizione serpeggianti negli avvallamenti. Depone il sacco, siede, si rinfresca, si distende, alza le braccia a semicerchio e rigonfia il petto quasi volesse aspirarla tutta quell' aria purissima che lo accarezza. Le ultime boscaglie son rimaste in basso, ma un tenue tappeto verde trapuntato da occhioni variopinti è li ad attenderlo, a salutarlo. Se ne compiace, quasi si intenerisce e a malincuore se ne stacca per proseguire il suo cammino.

È ormai sera quando, raggiunta la Bocchetta di Cadlimo e serpeggiando tra i dossi levigati s' arresta sulla soglia di quella capanna. È una sua vecchia conoscenza che ritrova con speciale compiacimento. Porta e finestre chiuse. Dattorno impera solo il silenzio. Fatta di sana pietra, si direbbe spuntata su dalle roccie, quale insolito fungo, amalgamato in quell' anfiteatro rupestre.

Apre e si sofferma sulla soglia. Cosa c' è di più emotivo di quella vampata misteriosa d' aria che lo accoglie mentre sta per entrare nel rifugio disabitato? Si direbbe che da quella semioscurità si sprigioni qualcosa di vivo che gli viene incontro e gli da una insolita sensazione; le sue titubanze si dissipano ed entra. Il nostro solitario si scopre e a capo alto gira 10 sguardo attorno come se dovesse rispondere a quell' invisibile soffio di simpatia. È subito di casa, si sistema, si ristora. Prima di spegnere la candela esce, contempla l' infinito: nella vastità sconfinata, tenebrosa, è la luna. Attorno, pulviscolo di stelle.

Martedì. Chiude la porta e la scuote un' ultima volta per assicurarsi che sia a posto.

11 giorno spunta e il cielo promette bene. Una fresca brezza rassicurante spira da settentrione e fuga le ultime nebbie notturne, laggiù sopra il Lucendro. Un' occhiata di controllo attorno alla capanna ospitale, un saluto a quell' opera dell' uomo e via verso l' alto.

Per detriti e spiazzi erbosi appena liberati dalla spessa coltre invernale, alternati a macchie brulle acquitrinose dove la primavera nascente già ha fatto sbocciare soldanelle e bucanevi, sale pacatamente verso il Passo Vecchio. Vi fu già altre volte, ma sempre in rumorosa compagnia. Ora però ha voluto esser solo, padrone delle sue intenzioni, unico interprete delle sue emozioni. Non s' azzarda da solo a inoltrarsi sul ghiacciaio di Curnera. Si vede che ne conosce le incognite e fatto prudente preferisce seguire il filo del Tenelin. Lo scavalca, poi affronta il saliscendi del Piz Denter per rocce e non sempre agevoli costoni nevosi e memore delle precedenti disgrazie altrui, sale con circospezione il Piz Blas.

Da quell' incantevole poggio, balcone incomparabile nel cuore della catena del Gottardo, il suo sguardo spazia sull' orizzonte dove tutt' attorno fa anfiteatro la sequenza interminabile di catene in un cielo dalla trasparenza cristallina. Tra quella ridda di guglie ritrova quelle amiche che già conobbero i suoi passi, ne riconosce i profili, ravviva particolari che il tempo già sta per intorpidire, rivive insomma in quel radioso presente un passato di indimenticabili visioni.

Ma quel cielo terso, quale potente calamità, lo invita a trattenersi in alto il più a lungo possibile. Nulla di più stupendo che continuare i propri passi su quella cresta spartiacque. Così pensa anche il nostro uomo che congedandosi riconoscente dal Blas scende con prudenza verso il Passo Naps per risalire, evitando a mezzogiorno i punti più impervi, le falde del Rondadura. Vi giunge nelle prime ore del pomeriggio e vi rimane a lungo. Ha voluto certamente godersi l' immediata vicinanza dello Scopi che gli sta di fronte e della piana del Lucomagno, mete predilette della sua adolescenza. Quando il sole declina sulF orizzonte riprende il suo cammino e lentamente scende la china, prima nevosa, poi docile, verso Santa Maria. Ad accoglierlo c' è la famiglia Soliva ben nota per la sua ospitalità.

Mercoledì. Dopo il ponte si volta, alza la piccozza in segno di saluto all' Ospizio e alle stalle che stanno di fronte, ai pascoli, ai ruscelli circostanti e via per la carrozzabile che conduce a Disentis. Il fondo valle plasmato a conca, privo di asperità, tutto verde è un riposo per gli occhi e un invito alla calma. Già ha percorso a piedi anni prima quella strada e la segue quasi automaticamente accompagnato dalle limpide acque del Reno di Medels che spumeggianti lo precedono verso settentrione. Ecco gli alpeggi di Scheggia, poi quelli di San Gagl con la piccola cappella e i primi casolari di San Gions. A Acla si arresta. Difficile è scoprire le sue intenzioni che però devono essere abbastanza serie. Seria è pure la donnetta dell' osteria che vede scomparire nel suo sacco già turgido, le tre grosse pagnotte, bresavola, scatolame e leccornie. Rassicurata è solo dal sorriso bonario dell' ospite che vorrebbe dire: « non darti pensiero: a portarli e a consumarli ci penserò io! » A Fuorns abbandona la carrozzabile, sale a destra, attraversa i cascinali, saluta l' ultimo alpigiano. Un pò più in alto si sofferma e volge lo sguardo in basso. Si congeda dal consorzio umano prima di addentrarsi nel regno del silenzio e della solitudine. La Valletta che scende dall' Ufiern è estremamente selvaggia e poco praticata dagli alpinisti. Dopo qualche ora di cammino ecco che il sentiero va diventando meno appariscente, si perde a tratti nei cespugli fìtti che lo invadono, mentre il declivio si fa sempre più ripido. Procede lentamente, frenato dal fardello che lo opprime e fatica a inerpicarsi tra quella sterpaglia mala-gevole. Quando riesce a giungere all' agognata Fuorcla della Buora, tira un lungo respiro. Poi scende nella valle di Plattas per risalire di nuovo il sentiero che da Curaglia conduce alla capanna Medels.

La forma architettonica di quel rifugio allora costituito da due dadi affiancati, l' uno sovrastante l' altro, lo interessa, ne ispeziona i segreti e vi si istalla da padrone assoluto. Il sole, sebbene contrastato da strisce di nuvolaglia, essendo ancor alto nel cielo, lo invoglia, nell' attesa della sera, a sgrancbire le ossa. Ne assume il compito la cresta del Pizzo Caschleglia che oltre a offrirgli qualche ora di ginnastica gli plasma i muscoli per il meritato riposo. E lo gusta beato, nella pace assoluta di quell' eremo sperduto.

Giovedì. Corre in alto una trama fitta d' infinite nuvolette, come se fossero chiamate in fretta laggiù, donde lui è venuto. Presagi d' una giornata incerta. Rimane titubante sul da farsi, rinuncia a chissà quale progetto e fatto prudente si decide per la via più corta e scende sul ghiacciaio di Lavaz. Lo trova sciupato, sporco, in procinto di ritrarre le sue propaggini in preda al disgelo, su verso l' alto, dove la coltre delle nevi invernali ancora lo proteggono. Lo percorre nella sua lunghezza e raggiunge la Fuorcla sura de Lavaz, da dove lo sguardo spazia di nuovo sul suo Ticino. Studia la carta, consulta il tempo che non è migliorato; lascia il sacco al passo e sale la schiena del Valdraus. Si vorrebbe dire che non ha voluto lasciarsi sfuggire l' occasione per mettere il piede sull' estrema montagna nordica del suo cantone.

Ma presto è di ritorno al sacco e per il passo Crap attraverso la splendida e tanto decantata spianata della Greina, fa ingresso nel rifugio Motterascio.

Lo ritrova umile, povero, come quando vi saliva per le regolari ispezioni. E quanto è viva la sua sensibilità nel ricordare. Si guarda in giro con compiacimento quasi volesse interrogare quelle cose mute, svegliarle dal loro torpore e farsi riconoscere. Poi una visitina all' alpe, a quelle stalle, alle baite chiuse, sulle cui soglie erano solite intrattenersi le alpi-giane amiche. Tra quelle strettoie, oltre al lezzo caprino misto a sentor di concime, l' eco della misteriosa voce degli assenti.

Venerdì. Le prime splendide viole di monte gli danno il buon giorno mentre s' incammina sul! ' erbosa schiena tra pascoli e sfasciumi verso il passo Güda. Vuoi render visita al Pizzo Terri, al suo ometto di pietra, che già l' ebbe vicino quando la tormenta l' aveva imbacuccato di bianco. Vi si sofferma a scrutare il cielo non tanto rassicurante, a esplorare lo stato della neve sul versante est, poi a malincuore ritorna sui suoi passi. Si abbassa sotto la bocchetta, costeggia i piedi delle rupi sul versante sud, per ripidi pendu attraversa l' avvallamento e si porta sul dosso che scende al Cuvadrös. Girando a est risale infine la Valletta che termina alla bocchetta di Alpettas. La voragine verso levante è poco invitante. Ripida, in parte ghiacciata o coperta di neve, fiancheggiata da lastroni, può rappresentare un problema. È indeciso sul da farsi. Se ci fosse una corda, un compagno... Per la prima volta forse sente il peso d' esser solo. Si decide di provare. Senza sacco, scende con estrema precauzione, scalinando profondamente una ventina di metri. La neve tiene: l' occhio e il piede si rinfrancano. Risale, si carica il sacco e inizia la discesa. Procede cautamente, gradino per gradino, deviando a sud verso le rocce. Giunto su terreno meno impervio, gira ai piedi del pizzo Alpettas, per risalire su tracce di sentiero verso la Forcola Darlun ( Vaneschalücke ), indi per quella di Val Nova ( Vernoklücke ), giù all' alpe Soreda.

Alla capanna della Lenta non v' è anima viva. Una ghitarra abbandonata appesa alla parete, muto testimonio di ore gioconde, fa gli onori di casa.

Sabato. Ha l' aria preoccupata, quando appena fattosi chiaro, costeggia il Reno di Vals e si dirige verso il grappo dell' Adula. La cresta che scende dal Güferhorn verso la bocchetta della Lenta è in gran parte coperta dalla neve che sovrasta con frequenti cornici il versante nord. Chissà, forse da vicino la situazione potrebbe apparire meno disperata. Sale rassegnato con l' incognita in cuore il costone NO che sempre più va restringendosi e inerpicandosi. Giunto all' apice estremo, dove l' ultima roccia è inghiottita dal ghiaccio, si arresta impressionato. La cornice a destra, via solita verso il passo, rasata dalla neve, da poco affidamento. Le due varianti in alto hanno il cappuccio. Sfiduciato, cerca di sedere alla meglio, apre il sacco come volesse in quelle risorse cibarie attingere il coraggio per una decisione. Studia la carta e anche l' itinerario per una eventuale ritirata; si riposa, abitua l' occhio al baratro che gli sta sotto. Dopo più di un' ora di titubanza, si alza, da mano alla piccozza e prova la stabilità della parete di neve. Taglia un primo gradino verso l' alto, un secondo, un terzo, una serie per i piedi, altri per la mano sinistra inguantata. Dopo una diecina di metri, fattosi più fiducioso, ritorna in basso, si carica il sacco e via all' attacco. Così sempre più in su, fin quando l' inclinazione si fa eccessiva. Il sacco minaccia di sbilanciare il suo equilibrio. Scava una tana e ve lo ripone attaccandogli una cordicella. Liberato da quell' incomodo prosegue fin sotto la cornice, la intacca, riversa su stesso quella massa fredda, non pensa all' eventualità che possa piombargli sul capo, si issa alla meglio nel camino scavato, vi apre uno spiraglio, lo ingrandisce, vi penetra e sbuca sul ciglio soprastante. Quando con la cordicella ha tratto a sé il sacco, si allunga sulla neve, stende i nervi messi a dura prova, fissa la nuvolaglia che sale a settentrione e gli sembra d' esser cullato, innalzato, precipitato in basso.

Qualche momento di sosta ed è di nuovo in piedi. Vuoi far visita ali' Adula. Ne sale il dosso di ghiaccio scrutando le perfide insidie e raggiunge la vetta nella nebbia. A soliloquio compiuto, le sue tracce gli son fedeli e lo riconducono alla Lenta, da dove si abbassa alla capanna del Zapport. Anche qui, solo, ai piedi di quel suggestivo anfiteatro di ghiacci, indisturbato può godersi la pace più assoluta.

Domenica. In direzione Paradishömli, per schivare il più possibile il ghiacciaio, affronta la sua ultima fatica. Ad un tratto si staccano dal Gemskanzel due camosci. Spaventati dal solitario importuno, a sbalzi potenti, fuggono verso l' alto senza concedersi respiro e non s' arrestano che sotto le roccie della Loggia. Peccato, avrebbero trovato in lui un buon amico. Ma è di nuovo sul ghiacciaio, prudente tasta ogni passo con la piccozza, raggiunge il passo di Stabio ed infine il Poncione del Freccione. Il tempo si è messo al bratto. Il vento gli sbatte in faccia i gelidi sprazzi di nebbia che diradandosi scoprono oscuri nuvoloni gravidi di pioggia. Ormai non gli resta che la discesa verso casa, che ancora è assai lontana. Duro è il cammino. Prima su nevi e ghiacci, poi tra balze rocciose frammiste a celate pareti. Raggiunge i primi pascoli di Stabbio, già paradiso dei greggi bergamaschi, quando le cateratte del cielo si aprono su di lui. Non un riparo nelle vicinanze. L' acqua scende a ca- tinelle, scorre sul copricapo, gli gorgoglia nel collo, se ne ride della giacca a vento; tutto inzuppa e vittoriosa esce dalle scarpe nel frastuono di lampi e tuoni. La lotta è impari, nulla da fare. Per non cader preda del freddo, prosegue per oltre un' ora sotto quel diluvio prima di poter rifugiarsi nella prossima baita. Qui si sveste, trova da accendere un focherello, si riscalda e si asciuga. Due ore son passate quando si rimette in cammino verso Valbella. Trova magnifica quella valle, senza carreggiabile, dai cespugli, dai boschi, dagli spiazzi non ancora contaminati dalla mano dell' uomo.

A Rossa un' amara sorpresa l' attende. L' ultimo postale è partito. La meta è ancora a 33 chilometri e domattina alla prima ora sa di dover riprendere il lavoro. Pazienza. Fa buon viso a cattiva sorte e s' incammina lungo quella interminabile valle Calanca. A Augio si rifocilla, a Grono si disseta. A notte alta attraversa quasi trascinandosi gli ultimi paesini della Mesolcina. Rivive col pensiero la gita fatta, ne riassapora i particolari, ne critica a mente fredda le imprudenze... Perché osare tanto da solo? E se fosse capitato... Ma scaccia le ombre negative e si giustifica pensando a quanto sia emozionante la gioia del pericolo.

È ormai suonata la mezzanotte quando attraversa la città. Da un ritrovo notturno escono alcuni nottambuli.

« Da in dua ta vegnat? » - « U fai dû pas in montagna! » Da allora si è fatto tardi. Quei giorni favolosamente lontani, riaprono alla sua fantasia il dominio di quella e di cento altre gite, non senza un brivido di nostalgia.

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