Escursione in cresta sul tetto delle Prealpi della Gruyère Oltre il Vanil

Come un sovrano il Vanil Noir torreggia sulla Gruyère. È meno conosciuto del suo dirimpettaio, il Moléson, ma è la vetta più alta del Canton Friborgo. Un giro su questa montagna si lascia facilmente combinare con la salita non meno aerea al Vanil de l’Ecri e alla Pointe de Paray.

La concentrazione sale, il respiro accelera. Le rare marcature blu giacciono ancora nell’ombra del nuovo giorno e guidano il gitante per la lunga e aerea cengia. L’attraversamento del selvaggio versante est della Tête de l’Herbette (2261 m), meglio conosciuto sotto l’eloquente nome di «roches pour­ries» (rocce marce), contrasta con i dolci e verdi pendii che lo sovrastano e che già sono carezzati dal sole. Ma già ci stiamo preparando al prossimo passaggio chiave: il superamento del Pas de la Borière, che schiude infine l’accesso al pendio terminale del Vanil Noir.

La sera precedente, sulla terrazza della Cabane de Bounavau, tutti parlavano di questo «piatto forte». Su entrambi i lati della cresta profondi fossati portano nella caratteristica bocchetta, già ben visibile anche dal basso. Agli escursionisti non rimane che un minuscolo, aereo passaggio. Ai lati si spalanca l’abisso. Non c’è spazio per i passi falsi: occorre quasi dimostrare doti acrobatiche. Fortunatamente, un cavo metallico facilita il passaggio. Ma proprio questo fu oggetto di un vivace dibattito nel 2009, quando probabilmente a seguito di un atto vandalico sparì improvvisamente. Forse qualcuno intendeva riportare la montagna al suo stato originale. O si trattò invece dell’opera di un funambolo egoista con la nostalgia della solitudine? Ad ogni modo, il cavo è nel frattempo tornato al suo posto.

 

Di croci e di uomini

Fu il medesimo, triste 2009, che la guida alpina friborghese Patrick Bussard scelse per profanare la croce di vetta del Vanil Noir. In nome della laicità, come ebbe a dichiarare.

Nel frattempo, gli animi si sono nuovamente placati, e la croce in ferro galvanizzato, alta oltre quattro metri, è tornata a salutare i coraggiosi escursionisti sulla più alta cima friborghese. Salta all’occhio una tavola commemorativa: «A notre regretté Antoine Robert foudroyé le dimanche 28 juillet 1946 au sommet du Vanil Noir.» Lo sfortunato Antoine Robert fu colpito da un fulmine mentre, assieme ad altri idealisti, stava erigendo un simbolo di pace dopo la seconda guerra mondiale. Lo si legge nel volume Présence sur la montagne en terre fribourgeoise, dell’autrice friborghese Denise Sonney: sfidando il freddo e la nebbia, il gruppo sarebbe improvvisamente stato sorpreso da un violento temporale mentre trasportava dei sacchi di cemento lungo la cresta.

Al di là della connotazione religiosa, la croce, onnipresente in questa regione cattolica, costituisce un punto di orientamento, un legame non lacerabile tra le generazioni. Per non parlare poi dell’avventura umana legata alla sua erezione. Anche sulle cime vicine del Vanil de l’Ecri e della Pointe de Paray c’è una croce. E le cime invitano a proseguire verso sud, superando il confine tra Vaud e Friborgo.

 

Nel cuore di una zona di protezione della natura

Siamo davvero riusciti a passare? La domanda incombe quando si è raggiunta la cresta del Vanil de l’Ecri. Oltre alla sua sorprendente croce, ornata da un’originale finestra in vetro, questa cima offre una veduta spettacolare sulla parete sud del Vanil Noir, che abbiamo appena attraversato. L’estrema ripidezza del pendio erboso lascia di stucco: senza i 160 metri di catena solidamente ancorata, in condizioni bagnate quella stessa via si rivelerebbe ben più delicata, se non persino pericolosa.

Proprio il Vanil de l’Ecri rappresenta il confine meridionale della zona di protezione della natura del Vanil Noir, gestita dal 1983 da Pro Natura, che in una superficie di 15 chilometri quadrati nel territorio dei Comuni di Charmey e Grandvillard ospita una flora e una fauna estremamente variegata. Il paesaggio carsico e lunare del Col des Plan des Eaux, dolce anello di congiunzione tra il Vanil Noir e il Vanil de l’Ecri, è spesso teatro di incontri con colonie di stambecchi e camosci. Se muniti di pazienza e di un buon binocolo, i gitanti possono avere la fortuna di veder svolazzare pernici bianche, prunelle alpine e picchi muraioli, quelli cioè che si potrebbero definire gli «uccelli degli alpinisti». Oppure addirittura un’aquila reale o un gipeto barbuto. Molto più sotto, nelle valli di Bounavau e Les Morteys, in alcuni campi paludosi vivono il tritone alpino, la rana temporaria e la salamandra alpina. Qui, Pro Natura ha inventariato più di 70 specie di farfalle. E con oltre 500 varietà di piante accertate, il regno vegetale non è secondo a quello animale. La regione è parte dell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali (IFP). Il campanaccio alpino, la genziana gialla e il turbante di turco si mescolano ad altre specie più rare, quali la betonica pelosa, l’orchidea piramidale, il lino celeste, la cefalaria alpina o la melissa del nord.

 

Attraente poiché poco frequentata

L’ultima vetta della triade, la Pointe de Paray, è la più seghettata del massiccio e, nonostante il suo aspetto inavvicinabile, la sua ascensione lungo la cresta settentrionale non pone alcuna difficoltà particolare – tranne ovviamente la cautela. I pascoli del Plan de l’Ecri appaiono ameni, ma precipitano bruscamente in verticale per parecchie centinaia di metri. Una buona ragione per tenersi a una distanza ragionevole dal precipizio. Qui la solitudine è tangibile, poiché le pendici della Pointe de Paray sono notevolmente meno frequentate delle sue vicine. Il che le rende paradossalmente attraenti. Vi si sosta davvero volentieri, prima di tuffarsi in direzione di Grandvillard lungo la ripida cresta di nord-ovest. Un’occasione per godersi la vista sul prolungamento di quest’ultima, che si allunga ancora per diversi chilometri fino alla regione di Château-d’Oex. E nell’ancora intatta conca di Petsernetse, al termine di un’escursione spettacolare, ci ritroviamo nuovamente nella dolcezza dei pascoli alpini.

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