Escursionicontro corrente Come evitare le masse

La solitudine della montagna è spesso cosa lontana. Tuttavia vi sono dei trucchi che permet­tono di sfuggire al turismo di massa nelle regioni escursionistiche. Eccone alcuni.

Il panorama non lascia spazio ad alcun desiderio. Dal Piz Lischana al Piz Macun e al Piz Quattervals, l’occhio abbraccia l’intero arco dolomitico della Bassa Engadina. Nonostante il tempo da sogno, sono quassù da solo – solo, in un anfiteatro di neve. Il fatto che nessuno mi abbia seguito non dipende dall’itinerario. Da Bos-cha la traccia sale dolce e solitaria nel terreno aperto, oltre l’Alp Munt e la Murtera d’Ardez, fin quassù alla Chamanna Cler. E non siamo neppure in settimana. Ovviamente, gli itinerari conosciuti per sci e racchette sono meno frequentati in settimana che non nei weekend. Ma solitari non lo sono più. Ci si incontrano pensionate e pensionati, persone che compensano giorni di lavoro o hanno giornate libere durante la settimana, oppure che per altri motivi possono suddividere più liberamente il lavoro e il tempo libero. A questo si aggiunga che, nelle regioni più discoste, i collegamenti via bus sono migliori durante la settimana – soprattutto al di fuori dei periodi di vacanze, quando circolano anche le corse scolastiche. In effetti, non mancano i motivi per cui quassù si potrebbe incontrare un bel mucchio di gente.

 

Una capanna non custodita

Che quassù non ci sia nessuno è dovuto a due motivi. È marzo, e nei primi metri di salita la neve era presente solo a chiazze sparse. Questo è un autentico ammazzapubblico, perché calzare gli sci è in qualche modo malvisto. Dal basso, però, le cose appaiono solitamente peggiori di quanto non lo siano. Visto dall’alto, il quadro è dominato da conche am­piamente innevate, e si schiudono varianti di discese neppure immaginate, per la gran parte fino in fondo. Inoltre, seb­bene la si possa senz’altro ritenere un gioiello, la Chamanna Cler non è custodita. Una tavola informativa loda la capanna rinnovata «cun 25 pritschas»: ma questo sembra non bastare.

 

Il conto nella cassetta

Una capanna non custodita è spesso associata a zaini pesanti, stufe spente e coperte di lana irrigidite dal freddo. Quella degli zaini pesanti è ad ogni modo una leggenda. Nella gran parte delle capanne non custodite è infatti presente tutto ciò che occorre: sopra la stufa a legna sono appesi degli asciugamani; coperti, spezie, alcune buste di minestra e confezioni di spaghetti sono sistemati in cassette. Ci sono persino delle bibite in lattina, e una cassetta con il listino dei prezzi. Pagare ciò che si consuma è una questione d’onore. Molto peso supplementare viene quindi sottratto dall’impegno di tutti i volontari che si occupano delle capanne. Di sgradevole c’è solo la prima ora, fino a quando il freddo invernale ancora pervade le fessure, si aggrappa alle pareti e fa incollare alle mani il mestolo gelato. Ma il fuoco già scoppietta nella stufa, e nella prima pentola di neve disciolta fuma un caffè ristoratore. Ora si sta davvero bene, e la comparsa di un altro solitario o di una solista non fa generalmente che accrescere il piacere. Spesso, dai loro zaini emerge magicamente quello che ancora manca: un dado da brodo, per esempio, oppure una scatoletta di ananassi. Allora si condivide, come una volta, e si cercano conoscenze comuni. Come è piccolo, il mondo!

 

Nuotare contro corrente

Ma i momenti di solitudine si possono gustare anche nelle zone di escursioni più conosciute, con grandi capanne custodite. Ad esempio in Val da Camp. Qui, la parola magica è «pianificazione anticiclica». Si parte alle nove e mezza del mattino. Il giorno precedente si è arrivati a Poschiavo, dove ci si è sintonizzati con la regione nel famoso Quartiere spagnolo. È il momento più bello, quando all’inizio della marcia il sole raggiunge il fondovalle e riscalda le membra. Ciò nonostante, si è soli. Anche alla capanna Saoseo c’è posto per un ottimo pranzo presso la famiglia Heis. Si può anche scegliere il letto migliore. Poi, verso l’una, quando i primi escursionisti fanno ritorno alla capanna, ci si può rimettere in cammino. Il nostro obiettivo: il punto 2445. Purtroppo non ha un nome, per cui gliene daremo uno: Bellavista – questo è sicuro! Il modo migliore per raggiungere questa «bella vista» è innanzitutto risalire la valle sino al Lago da Viola lungo sentieri generalmente ben battuti. Chi lo desidera, può anche fare una deviazione fino al Lago da Saoseo. In un variopinto su e giù aggiriamo blocchi di pietra lasciati da antichi franamenti. Rovine di una città sprofondata. E come è tranquillizzante la superficie bianca del lago gelato, alla quale si accede come a un’isola nel mezzo di un selvaggio e ribollente paesaggio ondulato. Soli.

 

Bellavista al P. 2445

La maggior parte dei turisti sugli sci sono saliti di buon mattino, nelle gelide ombre, verso le mete escursionistiche più note. Tremila, contro i quali il poco visitato punto 2445 non può competere. Oppure sì? Ad ogni modo, da qui si rivela l’intera valle, dal Pass da Viola, già in territorio italiano, lungo i granitici tremila e oltre la cintura dei cembri fin giù, a Poschiavo. Il bello del Bellavista? Non è necessario tornare per la medesima strada, ma si può bighellonare verso nord-est, fino al confine svizzero, forse anche un po’ oltre, e tornare con un po’ di impegno fino al Lagh da Val Viola. È anche possibile che si stia facendo buio, la luce ormai gialla, ma alla luce della lampada le molte tracce nel bosco conducono sicuramente alla capanna. Il resto della storia è presto detto: il solo contatto con le masse è costituito dalla cena. Poi, al mattino, si dorme un po’ più a lungo, ci si gusta un solitario brunch e, quando il sole è tornato a splendere, si imbocca pian piano la via del ritorno.

 

A lato della pista

Anche nelle imprese di un solo giorno vi sono dei trucchi per evitare la massa. Primo: si scelga la valle accanto, quella a lato dell’itinerario conosciuto. Ad esempio sullo Julier. Strafrequentata è la salita al Piz Surgonda lungo la Val d’Agnel. Ma almeno altrettanto avvincente e ricco di varianti è per contro l’accesso dall’Alp Güglia, sotto la quota del passo, attraverso la Valletta dal Güglia. Da Spelm Ravulaunas si gode una vista esclusiva su un interessante paesaggio scalinato. I molti turisti sugli sci che più a ovest puntano alla Chamanna Jenatsch lungo la Val d’Agnel non se ne rendono conto. E secondo le condizioni meteo, la voglia e l’umore si può ora configurare a piacere il resto del percorso: una deviazione attorno al Crap Alv? Giù nella Val d’Agnel? Oppure su, alla Fuorcla Güglia? Qui proprio non c’è da temere alcuna carenza di idee.

 

Fuga in avanti

Quando tuttavia non sussistessero simili varianti, l’ultima spiaggia è la fuga in avanti. Questo significa: alzarsi davvero presto e intraprendere un giro talmente lungo da risultare scoraggiante. Come quello che da Wiesen sale all’Alteingrat. Attenzione, però: le più lunghe escursioni con le racchette iniziano spesso già sotto il limite dei boschi, e questo ha le sue insidie. Nel bosco, la neve gela meno bene che non nel terreno aperto. Se gli alberi hanno rilasciato il loro carico nevoso, sul terreno si può formare una pappa friabile e molle. L’avanzamento si fa quindi molto faticoso. Quando tuttavia la temperatura e lo stato della neve sono buoni, si decolla. Ben presto si raggiunge l’Alvascheiner Alp e, nel primo sole del mattino, si supera il ripido passaggio che porta alla cresta. Lassù si rimane camminando una buona ora, con lunghe pause per ammirare la Landwassertal e la valle dell’Albula – ovviamente soli.

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