Gross Diamantstock, Cresta est

Con 3 tavole ( 76—78Per Aldo Godenzi

( Campocologno ) Ultime luci su quel mondo fatto di roccia e di ghiaccio. Ultime luci d' una giornata lunga e faticata.

Un dolce torpore ha invaso le mie membra. Forse è il sonno che tutto cancella, forse è quel senso di pace che penetra in noi e ci fa diventare migliori.

Dalla morena il mio sguardo vaga verso ponente. Le prime ombre della notte, fredde e bluastre, si sono stese sul ghiacciaio e lentamente tutto scompare nella monotonia d' un colore triste, cupo, indefinibile. Solo lassù, baciata dagli ultimi raggi del sole, s' alza ardita al Cielo una grande cresta. La cresta est del Gross Diamantstock. Il mio cuore palpita al ricordo di quella lotta serrata col duro granito, mentre le membra stanche trovano ristoro in quella fresca brezza che viene dal ghiacciaio. E in quell' ora piena di nostalgia in cui la natura si abbandona all' ultimo amplesso della luce e alla prima carezza della tenebre, rivivo in un istante le fasi appassionanti della scalata.

Ore di vita intensa, di gioia, di angoscia. Ore indimenticabili, passate lassù, tra torrioni vertiginosi e diedri levigati. Una lunga marcia dalla strada del Grimsel ci portò alla Untere Bächlilücke e così ali' attacco. Prendemmo la cresta là, dove una lingua di neve arriva sino ai primi gendarmi, evitando così il primo tratto pianeggiante. E ben ne avevamo ragione. Era mezzogiorno e la sera stessa i compagni ci attendevano alla capanna del Gauli.

Seduti su un grande macigno, mangiamo qualche zolla di zucchero, beviamo un sorso di thè. Abbiamo formato due cordate. Kasper, io, e Pierre « le petit » formiamo la prima, Michel e Pierre « le grand » la seconda. Siccome abbiamo due Pierre tra noi, li distinguiamo chia-mandoli il grande e il piccolo. Dalla lingua di neve, per alcune placche e una fessura arriviamo in cresta. Essa sale lentamente ma il susseguirsi continuo di gendarmi ci obbliga ad una scalata acrobatica. Per ora avanziamo contemporaneamente, dato che le difficoltà non sono ancora eccessive, e senza dubbio grazie al nostro buon allenamento. Una ginnastica fantastica. Sottili lame di granito s' innalzano verso il cielo, gendarmi dall' andatura impossibile ci sbarrano la via. E noi saliamo come se fossimo in un' immensa palestra, non curandoci del vuoto che va ingigantendo, del freddo che ci irrigidisce le dita, della nebbia che incomincia a salire dalle valli.

Dopo mezz' ora di superba scalata un gendarme ci impone un alt imperioso. Esso è là, enorme lastra dall' inclinazione paurosa, che si perde nel cielo. A destra e di fronte strapiomba. L' unica via è sul fianco sinistro. Kasper vi s' ingaggia cautamente. Nessun appiglio, solo alcune sottili lame che scendono verticalmente, consentono di avanzare per opposizione.

Ma dopo tre o quattro metri la parete si fa liscia. Il primo della cordata s' è fermato, e, trattenendo il respiro scruta la muraglia verticale ed ostile. Per passare deve arrivare al filo del gendarme, ma la mano del nostro leader dista venti centimetri. Ma ecco che ora osa F inimmaginabile. Ranicchiatosi su se stesso per prendere slancio, con uno scatto improvviso arriva ad un solido appiglio, che gli permette di issarsi a cavalcioni sulla cresta. La discesa del gendarme, per quanto delicata, non rappresenta grande difficoltà. Segue Pierre, che sostenuto dalla corda da due lati, non corre alcun pericolo. E' il mio turno. La prima impressione è quella che mai riuscirò a compiere questo passaggio senza cadere, e uno sbaglio terminerebbe in un pauroso pendolo di venti metri. Compio i primi passi, striscio su ogni asperità, ma poi mi trovo lì sospeso sopra Fabbisso in cerca affannosa dell' appiglio liberatore. La stanchezza si fa sentire, il vuoto mi fa paura, e un brivido mi passa per la schiena. Estenuato e con le braccia tremanti riesco a ritornare al punto di partenza. Ma ecco un' idea. Far passare la corda sopra il gendarme, compiere un pendolo fino a metà parete, issarmi fino allo spigolo dello stesso e scendere a cavalcioni dall' altra parte. Per l' ennesima volta la corda sale verso l' etere azzurro per ricadere verso il bianco abbagliante delle nevi. Poi, quando stiamo per rinunciare, essa rimane ancorata lassù ad un saldo spuntone di roccia. Forza! un pendolo nel vuoto, un issarsi faticosamente alla corda, ed eccomi dall' altra parte. Pierre e Michel che si sono uniti a noi in una sola cordata fanno altrettanto, e il primo ostacolo viene così vinto. Continuiamo tra difficoltà sempre maggiori verso un punto, dove la cresta sale improvvisamente in uno slancio formidabile di tre cento metri, per andare a perdersi in un lastrone impossibile della parete terminale.

Il tempo vola, il sole di tanto in tanto fa capolino da una fitta cortina di nubi. Qualche strascico di nebbia cacciato dal vento sale dalla valle fino a noi. E ben presto la cresta si raddrizza. La scalata si fa enigmatica, appassionante. Cosa ci riserberanno questi tre cento metri che ci sovrastano e che sembrano volerci rigettare al punto di partenza?

Kasper è scomparso dietro un gendarme. La corda scorre lentamente, come se fosse viva. Tanto meglio. Approfitterò di questa pausa per prendere alcune fotografie. Ma ecco un richiamo. Rimetto l' apparecchio nel sacco e dopo breve tempo ci troviamo tutti e cinque riuniti su una comoda piattaforma. Ciò che si presenta ai nostri occhi è poco confortante. A dieci metri uno strapiombo ci sbarra la via, e per giungere ad esso bisogna compiere un passo sul vuoto, passare su una placca levigata, per andare a fermarsi sotto una paretina di cinque o sei metri che sembra insormontabile. Questo è il famoso passaggio chiave, come sapremo poi dopo. Ma ora non sappiamo nulla. Non c' interessa se quello è il passaggio chiave o meno. Noi vorremmo essere oltre, oltre quel passo scabroso, oltre quello strapiombo che incombe sopra di noi e sembra volerci togliere il respiro. Kasper ha levato dal sacco alcuni chiodi e moschettoni. Dalla sua tasca spunta allegro il manico del martello. Si riparte. Davanti alla spaccatura che separa la cresta dalla parete, un attimo di sosta. Kasper misura ad occhio lo spigolo che gli sta davanti, cerca di trovare una via sulla parete liscia, poi alzate le braccia si lascia cadere in avanti. Io e la mia macchina fotografica seguiamo ogni istante per poter cogliere il momento dello sforzo supremo. Ma ecco che le sue mani arrivano su una parete liscia, ripulsiva. Per poter tornare indietro egli ha bisogno dell' aiuto della corda e Pierre ed io siamo ben lieti di poterlo aiutare a uscire da quella posizione poco invidiabile. Ma ecco che riparte, deciso a vincere. Questa volta ha osato portare anche il piede in avanti e posarlo su un piccolo ripiano. Le sue mani cercano in alto l' appiglio che lo libererà da quella situazione precaria. Egli è là, teso sul vuoto, una gamba sulla parete, l' altra sulla cresta... ecco, le sue mani si sono aggrappate, i muscoli si tendono e lentamente la gamba lascia la cresta, passa sopra l' abisso e lieve si posa sulla parete. Poi tutto il corpo sale lentamente e dopo dieci minuti si trova a cavalcioni di un blocco che serve come ottimo punto di appoggio. Seguiamo noi, che aiutati dalla eroda troviamo minor difficoltà. Infatti quando ci troviamo con un piede alla parete, la corda ci aiuta a riprendere l' equilibrio e a salire fino al primo appiglio. Per la seconda cordata non c' è posto, così i compagni aspet-teranno in basso, mentre noi ci prepariamo a superare il passaggio chiave. Ma da che parte salire? A destra sembra allettarci una via facile. Ma la sortita sulla cresta è invisibile e potrebbe riservarci qualche sgradita sorpresa. A sinistra la parete è liscia e strapiombante. Solo a metà c' è una specie di cornice e li Kasper scopre un chiodo arrugginito. Trovata così la via giusta partiamo per l' avventura. Il nostro capocordata traversa agilmente una placca liscia ed eccolo sotto lo strapiombo. Io seguo con la mia Retina le fasi più impressionanti del passaggio.

Kasper è un perfetto artista della roccia. Ogni suo movimento è legato ad armonia. Nessun segno di sforzo eccessivo, nessun gesto che interrompa il susseguirsi dei movimenti coordinati.

Dopo essersi innalzato alcuni metri egli tende verso l' alto la mano col moschettone. Poi un suono metallico mi dice che si trova assicurato e che avrà probabilità di passare. La tecnica moderna ci viene in aiuto. Michel tendendo la corda che collega Kasper passando per il moschettone, impedisce a costui di cadere, cosa assai facile dato che egli, arrivato sulla cornice in ginocchio, deve rimettersi in piedi. Michel e Pierre entusiasti della superba scalata tirano alla corda quanto possono e così issano Kasper fino all' altezza del chiodo. Poi le sue mani arrivano sino allo spigolo. Uno scatto felino, un arrancare sulla roccia liscia, una posizione inverosimile... Sullo sfondo bianco d' immensi cumuli, si profila la nera sagoma del vincitore.

Un grido di vittoria scende dall' alto, riecheggia tra le torri, si perde tra le bianche nevi. Un altro sale verso di lui, verso la cima, verso le nubi che corrono all' impazzata nel cielo.

Anche per noi il passaggio fu arduo. Arrivammo sulla cresta con la fronte imperlata di sudore e le mani tremanti. Io, forse avevo una lacrima sulla guancia che furtivamente asciugai, vergognandomi davanti ai miei compagni.

Ma le difficoltà si susseguono senza posa. Una lastra che s' è staccata dalla parete ci fa sortire una volta di più sulla sinistra. Un passaggio elegante ma faticoso dove bisogna salire per opposizione ci porta ad una grande fessura. Io sono stanco e mi domando se questa scalata non sia stata troppo ardua per me, per un primo ritorno alla roccia. Il nostro procedere si fa sempre più lento e dato che formiamo una cordata di cinque, le soste diventano sempre più frequenti.

Il sole è già basso all' orizzonte, le ombre si son fatte più lunghe. E sopra di noi incombe la parete terminale che tiene il nostro cuore in ansia e ci fa pensare sulle eventualità d' un bivacco in piena parete.

Un altro passaggio frena ben presto il nostro zelo. Kasper deve riprovare più volte per giungere al chiodo che costituisce l' unico appiglio. Ma poi la corda scorre in fretta e lascia prevedere terreno più facile. Pierre lo segue, passa su appigli invisibili, traversa sulla destra... ma perde l' equilibrio. La corda s' è incassata da qualche parte e Pierre compie un volo indesi-derato. Ma eccolo già sulla parete, eccolo al chiodo... poi scompare dietro lo spigolo.

Un piccolo strappo alla corda; tocca a me. Mi alzo lentamente, t*averso sulla destra. Il chiodo è là; non lo vedo, ma l' indovino. Uno scatto, un librarsi d' un attimo nel vuoto, un appiglio solido... no, un strisciare di scarpe sulla roccia, un imprecazione, uno strappo da far perdere i sensi. Ed io mi trovo là, sospeso sopra l' abisso con il chiodo in mano. Ironia del destino! Quanti hanno affidato la loro vita a questo chiodo? Oggi esso non è più.

Sul tavolo della mia camera mi ricorda quell' attimo eterno in cui si cade. Quell' attimo in cui il corpo libero nello spazio precipita nel vuoto. Quell' attimo in cui il pensiero rievoca ogni momento della vita passata, rompe ogni speranza di quella futura.

La cresta ha assunto un aspetto meno selvaggio. Ritorniamo a formare due cordate e a procedere contemporaneamente. Dopo le difficoltà passate, questo tratto ci sembra facilissimo e la speranza di raggiungere la capanna prima della notte rinasce in noi. Ah! se non ci fosse l' ultima parete lassù che sembra insormontabile! Come sarebbe facile la vittoria...

Ed eccoci all' ultimo ostacolo. Un balzo di trenta metri, verticale, liscio, senza fessure né appigli. A destra la parete strapiomba, così che anche ora siamo obbligati a cercare una via sulla sinistra. Kasper ansioso parte in ricognizione. La corda ci trasmette il suo agire. Cinque... dieci... venti metri, poi un richiamo. Quest' ultimo tratto richiede da noi, che siamo stanchi l' ultimo sforzo. Quasi sovrumano vorrei dire, e la scalata è tutt' altro che elegante. Saliamo come possiamo, strisciando col corpo, servendoci delle ginocchia.

Alle quattro siamo uniti sulla vetta. Una stretta di mano dice più di ogni parola, e la gioia che invade il nostro cuore ci fa dimenticare per un attimo la stanchezza. La vetta! dolce nome per noi che abbiamo vinto. Dolce nome per ogni scalatore che ha la fortuna d' arrivarci.

Un attimo di risposo, tanto per prendere fiato e scrivere i nostri nomi su un foglio di carta che deponiamo nella bottiglia e poi si riparte. La discesa non rappresenta grandi difficoltà. La cresta che ci porta alla Obere Bächlilücke rappresenta la via normale, così che non peniamo a trovare i passaggi giusti. Essa corre orizzontalmente per un centinaio di metri, poi scende a picco sul ghiacciaio. Alcuni punti aerei e un fianco fatto di un caos di massi richiedono l' ultimo sforzo. Ma dopo due ore ci troviamo alla sella e possiamo così dire d' essere fuori pericolo.

Il cielo s' è fatto d' un grigio cupo, la nebbia ci avvolge con mano fredda e spietata. Scendiamo per la via tracciata dai compagni, passiamo sopra i due crepacci terminali, indi ci concediamo il primo riposo dopo cinque ore di dura scalata. Ci sediamo sulla neve, vuotiamo il sacco e le borraccie, ripieghiamo la corda di riserva, ci liberiamo dei chiodi e moschettoni. Ed ecco che la nebbia che ci aveva avvolti durante la discesa incomincia a diradarsi. Poi riappare il sole. Languido dapprima, indora con luce scialba il ghiacciaio. Approfittando della schiarita rifacciamo i sacchi e incominciamo a scendere.

Quando il pendio si fa ripido scivoliamo sulla neve divenuta pastosa andando sovente a finire sul sedere. Ma così guadagniamo tempo e questo a nostro vantaggio, che la capanna è ancora lontana. Arriviamo sulla grande morena del ghiacciaio del Gauli che il sole sta per lasciare le più alte cime. Sostiamo un momento, seduti sulla picozza per ammirare quel quadro meraviglioso.

Lassù sulle nevi eterne languisce l' ultimo raggio. Sembra palpitare un istante, poi spe-gnersi lentamente. Una penellata di colore grigio, triste ed uniforme passa sul quadro. L' aria s' è fatta fredda, la natura ostile.

Attraversiamo il ghiacciaio del Gauli e, come era da prevedere, peniamo a trovare il sentiero che sale tra le roccie. Le ultime scivolate su una neve dura e gelata, poi viene la notte. Nel cielo fattosi buio appaiono le prime stelle. Inciampando a ogni pie sospinto, alle nove, dopo diciotto ore di marcia, raggiungiamo la capanna. I nostri compagni che ci attendevano ansiosi, ci accolgono con un sospiro di sollievo.

La giornata è per noi finita. E quando ci sediamo a tavola proviamo quella gioia immensa che si sente quando si ritorna da una grande scalata. Essere là, tra i monti, godere quella pace che solo la natura può dare. Rivivere in un attimo ogni momento della giornata, ogni fase dell' ascensione. Lasciar vagare il pensiero verso mete lontane, verso desideri forse impossibili. Respirare quell' aria pura che viene dai ghiacciai e che fa tanto bene. Sognare tutto ciò che c' è di bello e di sacro, chiudere gli occhi per vedere due altri occhi buoni... Ci hanno chiamato. La cena per noi ritardatati deve essere pronta. Entriamo nella capanna e ci mettiamo a tavola.

Fuori, nella notte gelida, il torrente canta ai ghiacci e alle roccie la sua eterna canzone, e le stelle, ritornate sole, riprendono a roteare negli infiniti spazii dell' universo.

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