Il bivacco scomparso

DI GIUSEPPE MACCHIAVELLO, RAPALLO

Esiste ancora, sta lassù intatto il bivacco fisso sull' isolotto roccioso alla testata del ghiacciaio d' Azor, a quasi tremilacinquecento metri di quota? Oppure qualche gran bufera - ma sembra impossibile - malgrado la saldezza dei cavi d' ancoraggio è riuscita a scaraventarlo via? O una valanga d' eccezionale violenza ha spinto sin là, contro ogni previsione, il suo soffio possente, annientando l' esiguo rifugio?

Ecco gli l' interrogativi che per un certo tempo si posero le guide di Monvey e alcuni alpinisti. Perdurò alquanto una situazione curiosa, per non dire assurda: non si riusciva a venire a capo di questo dubbio. Ora tutti sono convinti che della minuscola costruzione non resti che un mucchietto di rovine, sepolte sotto a una frana. Solo Georges Gaillard, che diresse i lavori d' installa del bivacco, scelse la posizione e valutò le condizioni di sicurezza, la pensa diversamente, anche se finora non l' ha ancor detto a nessuno. È una strana storia.

Già per montare il bivacco si dovette lottare contro un maltempo straordinariamente accanito. Sembrava che la montagna, per quanto abituata alla presenza di rifugi grossi e piccoli un pò dovunque, assolutamente non intendesse accettare in quel punto un sia pur minimo segno dell' uomo.

Subito dopo, ancora in quell' estate, inizia la vicenda: due alpinisti svizzeri che rientrano dalla traversata da nord a sud del Serrenhorn e che, visto il buon stato del ghiacciaio d' Azor, decidono di scendere da quel lato dopo di aver passato la notte al bivacco ( sarebbero stati i primi a farne uso dopo coloro che l' avevano eretto ), non ne trovano traccia, per quanto percorrano in lungo e in largo il caotico ammasso di roccioni che lo ospita. È per loro, giunti sul posto al far della sera e assai provati, una gran brutta sorpresa, come raccontano alle guide di Monvey passando a informarle.

Le guide tuttavia non danno gran peso a questa segnalazione. Il bivacco, di piccole dimensioni, è tutt' altro che facile da trovare nel dedalo di rupi in cui è stato piazzato. Occorre essere al corrente della sua posizione; e si scorge solo all' ultimo momento. All' imbrunire poi - questo è stato il caso degli svizzeri - le difficoltà ovviamente sono maggiori.

Comunque, per scrupolo, vengono messi in guardia in proposito, di lì a poco tempo, due scalatori di Genova che intendono pernottare sull' isolotto prima di tentare la est del « Grand Pic de l' Echo ». Anch' essi sono costretti a restare all' aperto, come scrivono alle guide in un secondo tempo. Il bivacco risulta introvabile. Forse, influenzati dall' avvertimento, non hanno cercato abbastanza. Però il dubbio prende corpo.

La capanna è stata costruita malgrado si prevedesse che sarebbe stata adoperata raramente, quasi soltanto in casi di emergenza. Infatti dal più confortevole rifugio posto sull' altro versante della costiera delle « Aiguilles de Crevaz » si può, con una marcia non impegnativa attraverso il colle di Tscharven, portarsi a monte della seraccata che circonda l' isolotto. Inoltre, le difficoltà e la pericolosità delle ascensioni realizzabili dal Cirque d' Azor sono tali che soltanto un ristrettissimo numero di alpinisti si cimenta nella zona.

Si tratta di un anfiteatro ( originante il ghiacciaio ) grandioso e selvaggio come forse nessun altro luogo nelle Alpi, delle quali ben potrebbe rappresentare l' arcano, inconoscibile « cuore » di cui narrano le leggende. Le pareti dei « quattromila » che lo formano, superano in alcuni punti il migliaio di metri. La ripidezza delle loro fascie rocciose è accentuata dalla presenza di rade nervature di neve e dal miracolo di equilibrio di scalee e promontori sospesi. Dei pendu di ghiaccio che si alternano alle rupi fu scritto, un poco retoricamente ma rendendo l' idea: « sono smisurati specchi nei quali si riflette la vertigine ». L' appartata assemblea di muraglie è come ammantata di un' atmosfera di fatalità e di tensione; una specie di fremito sembra costantemente animare i precipizi: come se preferibilmente in questo recesso, per essere il meno possibile spiato, si mani-festasse il fluido della vita segreta che pervade le misteriose montagne.

La posizione del bivacco sovrasta sia il candido pianoro nel quale si placano questi formidabili burroni che la breccia aperta dai picchi al ghiacciaio. L' accesso è lungo, da Monvey occorrono sette otto ore di cammino, in buona parte tra i crepacci della lunga fiumana irrigidita che insensibilmente scorre tra le erte fiancate costituite dalle « Aiguilles de Crevaz»e da quelle bizzarre punte che vengono chiamate « Dents Grises », alimentata anche da vedrette annidate nelle anse delle pareti e da nevai sfocianti da numerosi canaloni. Quella che ha permesso l' erezione del ricovero è l' unica oasi di roccia di tutta la colata glaciale. L' asprezza e la vastità dell' ambiente circostante vengono aumentate ancor oltre il reale dalle suggestioni che s' è detto. Giungendo lassù si ha a un tratto l' impressione di essere distanti dalla valle e dall' esistenza di tutti i giorni ben più che alcune ore di marcia. Anche le montagne intorno, che dovrebbero presentarsi imminenti, sembrano scostarsi invece aldilà di una barriera invisibile ma avvertibile, come per scoraggiare ogni sforzo teso ad avvicinarle.

Durante quell' estate Georges non riesce a trovare il tempo libero necessario per salire in ispezione all' isolotto. Si tratta di un' ascensione lunga, per la quale è difficile che basti una giornata; e d' altra parte nel periodo estivo le poche guide di Monvey sono di solito molto impegnate poichè gli altri massicci della vallata offrono molte scalate classiche.

Ma a giugno dell' anno dopo riesce ad accordarsi con altre due guide per raggiungere la località del bivacco. È giusto che sia lui ad assumere questa iniziativa. Partono prima dell' alba, con tempo assai bello e apparentemente stabile. Ma quando a mattino inoltrato sono a breve distanza dalla meta, accade un fatto imprevedibile. Alcune nuvolette insignificanti che nel frattempo si sono affacciate alle creste dell'«Aiguille des Sables », precipitano verso di essi trascinan-dosene dietro altre, e queste minacciose. Si scatena in breve una tempesta violenta, che li costringe a battere in ritirata. Il temporale li accompagna a lungo, con raffiche e rovesci. Solo quando raggiungono la parte bassa della morena si smorza, abbandonando poi le cime velocemente come era venuto.

Una bella disdetta: anzi, in quanto è accaduto c' è della stranezza sospetta, dice per celia Georges. Finiscono per berci sopra allegramente al caffè delle guide, proponendosi di ritentare la salita da lì a qualche giorno. Ma sopravvengono presto gli impegni stagionali e non riescono più ad organizzarsi: e durante l' estate altri gruppi d' alpinisti fanno inutilmente ricerca del bivacco nel corso delle loro ascensioni. Pare questa la prova definitiva che esso non esiste più.

Avete mai partecipato alla costruzione di un rifugio in alta montagna? Si sente di commettere una grave intrusione; e si crede che qualche presenza invisibile osservi e dissenta e a malapena tolleri. Un bel giorno il rifugio è terminato, lo si lascia ed esso, a meno che sia custodito e diventi molto frequentato - e quindi a maggior ragione un remoto e spoglio bivacco fisso - resta legato al mondo degli uomini soltanto per un filo sottile. Che è fatto del breve tempo che ogni tanto qualche alpinista trascorre lassù, in genere tra un arrivo a pomeriggio inoltrato e una frettolosa partenza notturna; e soprattutto di certi sogni temerari, di certi pensieri sin troppo grandi, nati guardando verso l' alto, che a volte - frammisti a mediocri ambizioni e alle apprensioni della vigilia - popolano quelle indimenticabili ore.

Però la montagna, entità superiore, pesa sul legame che s' è detto, come se dovesse spezzarlo. Essa influenza la vita del rifugio giorno e notte, circondandolo con la sua fissità indecifrabile, con il suo linguaggio smemorante, con mutevolezza e irrealtà di aspetti e manifestazione di arcani poteri, gelosa dell' inaccessibilità dei suoi segreti. E quando si giunge a una capanna del club alpino che sia posta molto in alto e fuori vista, si prova - non accade anche a voisollievo e quasi meraviglia di trovarla intatta al suo posto. Si è infatti inconsciamente convinti che la montagna se volesse potrebbe nasconderla, cancellarla in qualsiasi momento. Ciò tanto più nei luoghi -come il Cirque d' Azor - nei quali le altitudini maggiormente manifestano la loro vocazione d' intangibilità e di solitudine, Nell' agosto dell' estate seguente, e cioè l' anno scorso, una cordata francese impegnata sul difficilissimo e raramente percorso crestone orientale del Triangle, avvista per caso il bivacco. I francesi fanno appena in tempo ad assicurarsi con i binocoli che si tratta di una costruzione tra i massi, prima che certi vapori stazionanti sul ghiacciaio si riuniscano con stupefacente rapidità in un nuvolone che si impiglia proprio sugli spuntoni dell' isolotto, nascondendolo completamente. Al corrente della storia, essi si mettono in seguito in contatto con le guide di Monvey. Non c' y motivo per queste ultime di dubitare che i francesi abbiano visto giusto. Solo dal gran sperone est del Triangle può essere possibile scorgere dall' alto il bivacco, appiattato in una spaccatura tra i roccioni.

Dopo pochi giorni, Georges e uno dei compagni della volta precedente sono di partenza. Raggiunto che avranno il bivacco, contrassegneranno le rocce in modo da rendere l' accesso agevolmente reperibile. L' ascensione si svolge regolarmente, la giornata è bellissima, la luce fulgente trae dalle rocce e dai ghiacci riverberi di eccezionale intensità, che ricordano i miraggi. Arrivano infine alla postazione del rifugio, o almeno a quella che essi per certo ritengono tale; e restano stupefatti. Essa è sparita sotto a un ammasso di grossi blocchi. Il bivacco è stato sepolto da una frana, i macigni si sono staccati da un troncone di muraglia soprastante, la cui roccia era stata giudicata solidissima. È evidente che il crollo data già da parecchio tempo: cosa diavolo avevano visto i francesi? Certamente hanno preso un abbaglio.

È già notte quando i due uomini, ridiscesi celermente, sono dal capoguida a riferire. Georges si comporta in uno strano modo, come se non credesse a ciò che egli stesso racconta.

Infatti, in uno splendido giorno dei primi di settembre egli si avventura da solo su per il crestone del Triangle. Salendo tiene d' occhio la scogliera emergente dal ghiacciaio, in fondo all' abisso che si scava alla sua sinistra. Sul mezzogiorno, a due terzi circa del percorso che sta richiedendo in quel punto la massima attenzione, Georges nota tuttavia uno scintillio proveniente da laggiù. Rifrazione solare su una macchia di neve? Raggiunto un ripiano, guarda con i binocoli. Si profila nitidissima la sagoma del bivacco con il suo tetto di lamiera lucente sotto i raggi a piombo. La costruzione appare in buon ordine, nell' originaria ubicazione. Nessun segno di frana.

Ma la visuale resta libera per brevissimo tempo. Ombre oblunghe corrono sulla superficie del ghiacciaio, si tratta di nebbie sbucate da chi sa dove, che si dirigono in tutta fretta alla volta dell' affio roccioso e in un batter d' occhio lo sommergono in un gorgo di grigiore. È nuovamente sva-nito il bivacco, repentinamente. Ma ora Georges non ha più dubbi su ciò che sospettava.

Solo laggiù in quel punto s' è formata la scura cortina. Tutt' intorno le montagne giganteggiano trionfanti di sole contro il cielo terso. Sfida più che mai l' uomo, in questo momento, il loro enigmatico, maestoso distacco.

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