Il paesaggio ticinese

Di Mario Jäggli.

Voglio tentare di mettere in rilievo tralasciando, quanto più è possibile, ogni scientifica disquisizione, qualche nota più caratteristica, qualche più tipico aspetto del nostro paesaggio e, nelle grandi linee, l' architettura del sistema montagnoso che essenzialmente lo compone.

Pur essendo il Ticino parte integrante dell' immane muraglia di vette che s' inarca a settentrione del gran piano lombardo e pur avendo con essa in comune la roccia, le oscure vicende, non manca di caratteristiche proprie, nella scoltura dei suoi monti, nella incisione delle sue valli, nel decorso delle sue acque.

A nord della barriera del Ceneri, che si appoggia ai due saldi pilastri del Camoghè e del Tamaro: le valli profonde che penetrano nel cuore delle Alpi, lunghe teorie di monti massicci, imponenti, dai fianchi scoscesi, chiostre di cime eccelse che chiudono, verso l' azzurro, gli anfiteatri nevosi.

A sud: le valli che si aprono al sole, lente declinano al piano o al lago, monti dalle più strane movenze, dai profili ora aspri ora dolci, dalle preci-pitose ripe o dalle falde che scendono, in molli ondeggiamenti, formando intorno una bella corona di poggi e di conche e di colli.

Ma io voglio, con qualche maggior precisione, fissare i lineamenti di queste due plaghe ticinesi, così diverse e distinte nelle esteriori apparenze, ma le cui acque tutte si raccolgono nella gran pace del Verbano.

Adagiato nel mezzo della incantevole regione dei laghi insubrici, il Ticino meridionale, che ha nel Ceresio ( considerato nella sua interezza ) il tratto più notevole della sua fisionomia, compone in una mirabile unità di paesaggio le più disparate forme di rilievo che natura, credo, abbia mai adunate in così breve spazio di terra: i colli di Stabio, Tremona, Besazio e Ligornetto, allineati al margine della pianura Adorna — le groppe cupuliformi a Sasso Alto di Caslano e al Salvatore — le ampie gradinate che, da Ponte Tresa, ascendono alla sella di Marchirolo — le tormentate giogaie del Generoso — la placida piramide del S. Giorgio — le vette torreggianti di Val Solda — la conca di Lugano dalla svariatissima modellatura e, nello sfondo, fermi e severi, i contrafforti alpini.

Tale multiforme edificio è costruito con materiali di ogni sorta, di ogni tinta, di ogni età. Le roccie più antiche, cristalline e lucenti, quelle onde è fatta quasi per intero la ossatura del bastione alpestre, appaiono alte ancora, ali' orizzonte, colla ramificata catena del Camoghè, del Tamaro e del Lema, ritornano alla luce più in basso, al S. Bernardo, alla collina d' Oro, a Bregan-zona poi scompaiono nel suolo e formano lo zoccolo immane su cui posa il labirinto delle vere alture ceresiane, dove gli strati rocciosi si avvicendano in variopinta serie, sugli opposti versanti, dal piano alla vetta, dall' uno ali' altro monte: sono porfidi e melafiri durissimi, compatti, ora bruni, ora verdi, ora rossicci, sono dolomie bianche, gialle e cineree, che strapiombano nel lago a S. Martino o si avventano nel cielo alle Canne d' Organo; sono antichissimi greti di fiume impietriti e fatti rupi, sono calcari d' ogni colore, dalle bianche maioliche del Generoso ai variegati, azzurri e rossi marmi di Arzo e di Besazio, luoghi privilegati ove, da secoli, generazioni di artefici valenti trovano la nobile pietra con la quale esprimono il sentimento della bellezza che la indicibile amenità del paesaggio è venuta, da lunga mano, educando.

Non ho indicato che alcune varietà di macigno, quelle che si vedono più di frequente sulle pendici denudate, sulle pareti verticali, sui fianchi delle gole scavate dalle acque. Che se il verde del bosco e dei prati non ricoprisse in gran parte la montagna, la molteplicità della roccia avrebbe aspetto di intricatissimo mosaico.

E come diversa è la rupe, così ne è diversa l' origine: colate di lava di spenti vulcani, detriti, conchiglie di spiagge, di fondi marini, argille di laghi scomparsi, morene di antichi ghiacciai, sono la materia estremamente eterogenea di cui natura ha foggiato questo singolare paese, quasi a prova del potere che ha di trarre, dai più disparati mezzi, armoniosi effetti.

Io non starò ora a narrare la storia quasi favolosa di questa plaga così ridente di vita e di colori e che fu già sepolta in seno ai mari e poi fu terra ferma e piana fin che il corruganento del suolo segnò i primi solchi e i primi rilievi.

Io vi dirò soltanto che, nelle Prealpi meridionali, la zona dei laghi ed in particolar modo del Ceresio fu, in tempi remotissimi, tra le più tormentate da quegli scuotimenti, da quelle contrazioni della crosta del globo da cui ripetono la loro esistenza le catene montagnose, rughe lievissime della superficie terrestre eppur così grandiose all' occhio dell' uomo.

E mentre gli strati del terreno già piano, premuti dalla forza che sollevò le Alpi, si piegavano, si contorcevano, si incurvavano verso il cielo raggiungendo vertiginose altezze, tre quattro volte superiori alle attuali, fratture profonde spezzavano l' edificio in ogni verso, le masse infrante si spostarono, si sovrapposero, si confusero insieme, cosicchè oggi gli studiosi con infinito stento cercano di rintracciare le linee architettoniche dell' antichissima costruzione e di fissarne la genesi.

E non è questo il solo problema che alletti gli scienziati a venire in questo lembo di terra classico della geologia. Dallo Stoppani al Taramelli, dal De Buc al giapponese Hamada, all' Heim, al nostro Lavizzari, al Rütimeyer e ad altri numerosi, fu una bella gara di tentativi lunghi e sapienti per sollevare i molti veli che incombono sul passato geologico della regione.

È opinione concorde ormai, per prove inoppugnabili, che l' ultimo importante ritocco alla plastica del paese fu operato dalle possenti fiumane di ghiaccio che si rovesciarono dalle valli del Ticino e dell' Adda nella conca ceresiana. Problema oscuro ed insoluto è quello invece che riguarda il centro di eruzione dei porfidi e melafiri, di natura vulcanica, formanti oggi i dossi dell' Arbostòra e di Bissone.

Ma, l' argomento intorno al quale, tra i geologi, più fervono le dispute, si riferisce alla formazione del Ceresio, così bizzarro nella tortuosità dei suoi rami, nella incisione del suo bacino.

Scartata ormai l' ipotesi che siasi prodotto in seguito a profonda spaccatura delle montagne, abbandonata pure l' altra che considera i laghi insubrici residui di lunghi tentacoli ( fiordi ) che il mare, un tempo spingeva verso il piede delle Alpi ( ipotesi questa che sembrava avvalorata dalla presenza, già avvertita dal Pavesi, di forme schiettamente marine, nella fauna del Ceresio ), rimangono a contendersi il primato due più moderne teorie, quella che attribuisce la escavazione della fossa lacustre alla potenza meccanica dei ghiacciai in movimento e l' altra la quale ammette che il sistema centrale alpino, quando già si erano formate le valli, abbia subito, assestandosi, un sensibile abbassamento, rimanendo ferme invece e salde le zone periferiche o le Prealpi, di guisa che si produssero, lungo i solchi vallivi, delle contropendenze, quindi dei vani, ove le acque dei fiumi si accumularono, si distesero formando lago.

Ma lasciamo che, su tali questioni, provvedano gli uomini di scienza, a stabilire la verità. Un fatto è però certo: questo lembo di terra, qualunque sia la serie degli eventi che lo hanno a più riprese trasformato, trasfigurato, è uscito, come tutte le cose più belle, da lungo e faticoso travaglio.

Non vi è, ora, aspetto dell' inesauribile paesaggio che non abbia il suo fascino particolare, non vi è tempo o stagione, che non muti e componga in nuove armonie e linee e colori, non angolo, non piega od anfratto, ove la vita, pulsante con placido ritmo, in forme innumeri, non susciti meraviglia, stupore. La flora soprattutto lussureggiante, ricca, traduce nel modo più appariscente la estrema varietà del rilievo, la estrema varietà della roccia, ed è ad un tempo espressione delle particolarissime condizioni di clima ( trasparenza cristallina di atmosfera, mitezza di inverni, dovizia di sole e di acque ) per le quali, sulle sponde di lago, sulle più soleggiate costiere, convivono, colle specie indigene, ulivi e cipressi, allori e laurocerasi, mirti e ginestre del litorale mediterraneo ed appare nei giardini con magnolie ed azalee, acacie, palme, araucarie, qualche vivido riflesso della opulente natura tropicale.

Rivolgiamo ora uno sguardo alla rimanente parte del paese: oltre il Ceneri, la scena muta bruscamente di aspetto: non più una vaga alternanza di colli e di conche e di vette, ma una vasta eguale pianura che scende da Bellinzona al Verbano, fiancheggiata da monti elevati, uniformi, di aspro declivio. Siamo, direi quasi, nell' atrio di una imponente costruzione dalle linee semplici e ferme, fatta del più duro macigno, attraversata da un dedalo di lunghi e rami-ficati corridoi: le valli sopracenerine. Ma, sul limitare di queste valli austere, schiettamente alpestri, che si aprono sul Lago Maggiore, non mancano le note del paesaggio meridionale, esuberante di verde nelle più svariate tonalità: camelie, mimose, agavi, mirti, aranci e melograni trovano ancora qualche placida sede sulle scogliere di Roccabella che guardano l' ingresso dell' orrida Verzasca, al piede della montagna che sorge erta a ridosso di Locarno, nelle terre solatie di Pedemonte, da cui si accede all' Onsernone ed alla Maggia.

Prima di inoltrarci nelle strettoie delle Alpi, concedete ch' io attiri un momento la vostra attenzione sopra uno degli angoli più deliziosi della terra locarnese: il bosco Isolino, la più vistosa manifestazione della vita vegetale del territorio. Il pioppo che, quasi da solo, forma la intera compagine boschiva, assume, per le eccellenti condizioni di clima, dimensioni e forme inusitate, rigogliose: tutti gli alberi hanno portamento snello, eretto, tronco ramificato solo verso la sommità, fronde ampie, intrecciate le une alle altre bizarramente, ma non così dense di fogliame da impedire che, attraverso la volta verde del bosco, traspaia, come da intricatissimo ricamo, il giuoco delle nubi, il colore del cielo, le opaline iridescenze dei tramonti sul Vertano. E neppure gli alberi sono così avvicinati gli uni agli altri da celare, a chi si trovi fra la tranquilla penombra del bosco, lo spettacolo del lago e della vasta corona di monti che segna, all' orizzonte, i limiti del vestibolo luminoso a cui convergono le maggiori nostre valli.

Non sarà ora necessario che io dica di ognuna di queste partitamente: scavate, per la massima parte, nel duro macigno del gneiss ( roccia dominante nel Ticino medio fino ad una linea che collega le nevose cime del Basodino, del Campo Tencia e dell' Adula ) presentano, queste valli, una somma di comuni caratteri così evidenti, che si impongono anche alla osservazione superficiale.

La Riviera, la Leventina fino a Faido, la bassa Valle Maggia, l' ultimo tratto di Val Blenio, sembrano uscite da una istessa immane matrice: l' erta, sui due fianchi del piano alluvionale, sale subitamente a scaglioni, mettendo, qua e là, a nudo convessi fianchi rocciosi, perfettamente levigati, bigi o nerastri, senza apparenti commessure, siccome masse uscite, d' un sol getto, da gigantesca fucina. Anche l' orlo dei brevi cornicioni, tra balza e balza, è uniforme-mente arrotandato e la montagna sembra un poderoso accavallamento di groppe che si contendono gli spazi angusti della valle.

In nessuna altra parte del nostro suolo le impronte della grandiosa opera di levigamento e di tornitura compiuta dagli antichi ghiacciai, appaiono cosi chiare come in questi solchi vallivi, dove le gelate fiumane premute, ai lati, da rupi solidissime, hanno reagito con estremo vigore lisciando ogni sporgenza, rompendo ogni frastaglio.

Ma non perciò il paesaggio ha carattere di monotonia come taluno potrebbe immaginare. I valloni laterali dischiudono di quando in quando all' occhio di chi sta in basso, inattese, luminose prospettive: gli anfiteatri delle vette da cui, in mille rivoli, scendono le acque a nutrire il torrente che precipita spesso, in fragorosa cascata, sul piano della valle. E son queste medesime acque vorticose che hanno edificato, allo sbocco dei valloni, i cumuli di detriti, a morbido declivio, su cui riposano i bianchi villaggi, note ridenti nella austerità del quadro montano.

E ancor più si attenua il carattere arcigno del monte tosto che, a maggio, a giugno, il verde erompe nei prati, nei campi, tra le anse del fiume, nel grigiore dei greti, investe il pietrame addossato ai pendu, sale, raggiunge i ripiani, i terrazzi, ammanta le meno ripide pareti.

È pur prodigiosa questa attitudine delle rupi di arrendersi al dilagare della vita, di sprigionare dal proprio rude grembo la materia che si fa erba, fiore, muschio, albero.

Spettacolo di maggiore e, direi quasi, selvaggia asprezza, offrono la Verzasca ed il tratto di Val Bavona fra le terre di Cavergno e di San Carlo. Nella prima, il fiume per quasi tutto il proprio corso, scorre tumultuando sul fondo di una gola oscura di cui divora, senza tregua, i fianchi. I valloni laterali tetri angusti, sembrano voragini prodotte da enorme fendente. La montagna, quanto mai diruta, è avara di spazio ai villaggi, ai campi ed ai pascoli, povere e disperse oasi verdi fra cupe scogliere ed aride frane. Dirò che le frane di grossi macigni sono un fenomeno caratteristico e frequente in tutto il territorio del granito ticinese ( gneiss ). Questa roccia non si presenta, come altre affini, in lamine che, per l' azione del gelo, delle acque filtranti, degli uragani, dei venti, si scheggiano, si sgretolano in terriccio abbondante e ferace; essa costituisce banchi poderosi e compatti, disposti di solito orizzontalmente gli uni sugli altri, ed à un suo modo preferito di reagire agli agenti distruttori, quando la sua esistenza pugnace è agli estremi: si spacca e crolla.

E cedono e si sfasciano in tal guisa i più saldi colossi del nostro sistema montagnoso pur serbando, nelle vaste profonde lacersazioni, l' impronta di ruderi superbi, dalla espressione quasi sdegnosa contro il fato che li consuma. Tali appaiono le sommità che guardano proterve sul solitario alpestre piano di Frasco e di Sonogno.

Bella e grandiosa nella sua rovina è pure la Val Bavona. Da Cavergno a Foroglio sembra un androne dalle altissime pareti a picco, ingombro di blocchi enormi, tra i quali si divincola la furia delle acque, che più sollevano irati sprazzi di spume, dove più trovano sbarrata la via.

Tra la ripa e la corrente, si insinua una striscia di terra sparsa di pietroni, di sterpi, di castagni, di smeraldini tappeti e casolari, striscia di terra che il fiume, le frane e l' uomo aspramente si contendono.

Oltre Foroglio, la valle ha più ampio respiro: i suoi fianchi diroccati si allontanano ad arco per ricongiungersi, più oltre, nel burrato di Campo, alle falde del Basodino, delimitando, in tal guisa, una sorta di fossa ellittica scavata nel vivo della rupe come un' immensa arena.

Col favore della luce che innonda il largo vano e della umidità che stilla da ogni lato, i faggi, gli abeti ed i castagni salgono arditamente ad espugnar le ardue chine: ogni nicchia, ogni sporgenza, ogni cornice, sono invase e gli alberi raggiungono spesso dimensioni stranamente vigorose, come se rami e foglie, sempre più immergendosi nell aria e nel sole, vi cercassero quelle risorse vitali di cui il macigno è avaro.

Nota di cupo squallore, in questo sontuoso verde anfiteatro, è la frana di Gannariente che, se non la più estesa, certo è la più impressionnante che si veda nel Ticino. Massi ciclopici di tutte le forme, in tutte le pose, cavalcioni, supini, eretti, in bilico, protesi a valle, formano una caotica catasta, piena di buche, di antri, di caverne; uno sfasciume nel quale sembra siasi subitamente irrigidito lo spaventoso impeto.

E, come i macigni, così le acque, non scendono, ma precipitano a valle. Le cascate sono una apparizione comune in questi monti di gneiss, dai versanti che spesso hanno forma di grandi scalee, e vi assumono foggia ed imponenza varie a seconda della massa delle acque, dell' altezza e della scoltura del gradino. Ora sono rigagnoli d' argento che serpeggiano, si spar-pagliano sul piano inclinato di una rupe irta di emergenze, ora è un fiotto che esce veemente da una cruna rocciosa e si slancia nel vuoto e si distende in una gran nappa soffice bianchissima; ora son colonne d' acqua che, nelle alte conche dei pascoli, scendono fragorose e festanti, di balza in balza, pro-digando intorno nembi di spume iridescenti a dissetar miriadi di fiori, avidi di luce, di aria e di frescura.

Foroglio, Piumogna, Soladino, Lielpe, cantano infaticate la eterna canzone, ma molte e molte cascate si destano sol quando imperversano gli uragani e, giù per le chine, si rovescia tutta la pioggia che le nubi scatenano dal loro seno.

Il monte rigidamente chiuso nella propria impermeabile massa, povera-mente vestito di bosco, di manto erboso, poco trattiene delle acque che gli lambiscono i fianchi, cosicchè i torrenti, che a tempo asciutto scorrono innocui e sommessi, in breve ora si gonfiano, investono ed inghiottono scogli, alberi, sterpi, ponti, pasture; mugghiano e rombano sul fondo dei burroni, si lacerano in salti precipiti, irrompono sui piani vallivi torbidi di devastanti macerie, si gettano nei fiumi e l' onda turbinosa arriva nel Verbano, provocan-dovi vasti sussulti e così rapide piene, come non si avverano in nessun altro lago della catena alpina.

Basti dire che gli afflussi al Lago Maggiore superano di due, tre, quattro volte quelli degli altri bacini lacustri e che, in ventiquattro ore, si è visto il livello del Verbano elevarsi di quasi due metri.

Tali imponenti masse di acque che, a non radi intervalli, si riversano a lago, conferiscono ai nostri torrenti la irresistibile possanza di incidere quel fitto intreccio di gole, incassate, profonde che sono la nota dominante in tutta l' area montagnosa del granito ticinese.

E volgiamoci finalmente all' alto Ticino, ove le rudi, uniformi alture di gneiss, cedono a mano a mano il posto a costruzioni più agili, più sontuose.

Una delle più gradite sorprese che si offre a chi sale su questi monti è la vista dei piccoli laghi alpestri. Sono molti, parecchi non han nome, ma ciascuno ha una propria nota di bellezza che di sè impronta il circostante paesaggio.

Ora, come il Tremorgio, sono raccolti sul fondo di una cavità conica, a guisa di cratere, e li recinge in alto una chiostra regolare di vette, ed i cerulei dischi sono coronati da larici, abeti e rododendri. Ora si stendono placidamente in grembo alle fiorite zolle dei pascoli, dai larghi ondeggiamenti, come al Naret ed in Val Piora. Ora si adagiano nel vano della rupe sui valichi dell' Alpe o sulle creste, come il Lago Retico, e la breve cornice è gremita di potentine, di crochi, di genziane, di eriofori d' argento, di vellutate artemisie, di muschio morbidissimo. Ora lo specchio delle acque riposa nelle più romite, eccelse e luminose conche, ove tutto spira obliosa pace.

Tra la folla dei monti che si distinguono per originalità d' aspetto o arditezza di portamento, essenzialmente dovuti all' apparire, in questa parte del paese, di nuove svariate formazioni rocciose, non citerò che alcuni: il Sosto, monolito dall' inflessibile profilo che domina la verde conca di Olivone; lo Scopi nero di ardesie che eleva, regalmente composto, la propria cima sulle ubertose praterie del Lucomagno; il Pizzo Columbe, dalle pallide dolomiti, irto di cuspidi, di guglie; il Pizzo Rotondo, stranamente contorto come gigante irrigidito in un gesto di spasimo.

E ricorderò in fine i due colossi saldamente ritti alla estremità del poderoso arco nevoso che segna, a settentrione, i limiti della terra ticinese: il Basodino e l' Adula.

Mirabile monumento, il primo, di architettura alpestre rivela, in parte, la maestà delle sue forme a chi lo osservi da S. Carlo, estrema terra di Val Bavona.

Ê un taglio formidabile di monte che cade a perpendicolo, per oltre mille metri, dietro una verde cortina di boschi: una muraglia ignuda color di marmo antico, spartita, dall' alto in basso, da solchi paralleli, coronata, al sommo, da una cornice di ghiacci, cosicchè appare, nel giuoco delle ombre e delle luci, un portico immane dagli archi d' argento.

La possente individualità del Basodino si rivela più in alto, dall' alpe di Robiei, un pianerottolo solitario che si direbbe scavato a bella posta l' erta pendice per contemplar, quietamente, la gran mole bianca che sta di fronte. Si arriva a Robiei per tortuoso sentiero che si snoda dal burrato di Campo, chiuso da rupi livide e nere. Subitamente, come per incanto, all' uscir dall' anfratto, l' orizzonte si dilata: due linee decise imponenti si alzano dal fondo della valle, segnano i limiti di un enorme piedestallo e, in alto, gli orli della gran coppa ove riposa il ghiacciaio del Basodino che, investito in pieno della luce manda sprazzi, bagliori di incandescente metallo. E, quasi rito celebrante il solenne spettacolo, eterna echeggia la sinfonia delle cascate che fanno tre torrenti della Bavona precipitando in un comune abisso.

L' Adula è una vasta adunata di vette gareggianti nell' ascesa ai maggiori fastigi. Non più, qui, la prospettiva dei monti che, in lunga fila ordinata, quasi fiancheggiando una via monumentale, segnano il corso delle acque. Oltre l' estremo verde, dove incomincia il deserto alpino, è un groviglio indescrivibile di forme fantastiche, di orridi recessi, di creste taglienti, di fenditure nereggianti, di canaloni rigati di neve, di squallide pietraie che si addos-sano al piede dei dirupi straziati senza riposo.

Più in alto, dove nevi e ghiacci eterni salgono e scendono in un ritmo di onde lenti e gravi, il gran tormento della montagna si placa. Più su ancora, qualche pinnacolo si slancia fuori dal candido mare ed è così scarno ed ignudo come se la terra volesse mostrare, in quel punto, le sue forme elementari indistruttibili, le sue vertebre possenti.

La vetta maggiore dell' Adula mi sta nella memoria così come la vidi la prima volta salendo dalla Valle del Reno in una notte d' agosto. Oltrepassato appena il rifugio alpino, era l' ora incerta in cui la luna ha cessato di splendere e l' alba non rischiara ancora ed ecco spiegarsi innanzi, confusamente, un vasto lucido piano chiuso all' ingiro da vertiginose rupi, tutto avvolto in una funerea uniformità di bianco e nero. Si procede raccolti, tra i misteriosi silenzi, quando su, altissimo, un raggio investe l' estremo vertice e lo accende di una luce rosa e oro, senza ombre, calma, dolce come se la roccia fosse d' alabastro e dentro ardesse la fiamma. Nel vuoto incolore il culmine eccelso sembra rilucere come se non tocchi la terra, quasi forma irreale sorta dal nulla per mirabile prodigio. Visione di pura bellezza che spegne ogni fatica, ricolma l' occhio e l' animo di un gaudio perfetto e suscita un senso inconsueto di adorazione.

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