Incontro sul ghiacciaio

( Racconto ) Giuseppe Alacchìavello, Rapallo Era come se ci aspettassero, certi e trionfanti della sorpresa e dell' ammirazione smisurate che in noi avrebbero causato ( in realtà, si capisce, totalmente ci ignoravano, né tanto né poco è da pensare che c' entrassimo noi - e fu con la massima indifferenza ch' essi lo continuarono — con il loro inaudito gioco, o esercizio, o rito ). Si, sembrava che ci attendessero celati là, invisibili sino all' ul, per avere il gusto del nostro sbalordimento, l' omaggio immancabile della nostra estatica meraviglia. E quasi per indicarci, rivelarci qualcosa di assolutamente speciale.

Dell' incontro che andavamo a fare, certo non avevamo potuto avere alcun sentore mentre risali-vamo il lungo scivolo sud della montagna, lentamente, con fatica grossa insistendo a non arren-derci all' ostacolo della neve fresca; alcun avviso, pur se lassù, sul profilo, sul coronamento larghissimo della ripida fiancata ( oltre il quale, lo sapevamo, pochi altri pendu del ghiacciaio, di mite inclinazione questi, e poi l' ampia sella del colle ), in-nalzarsi vedevamo proiettato rutilante contro il cielo azzurro, disperdendosi nelle vastità e inesau-ribilmente riformandosi, un polverio nevoso a ondate di colossali proporzioni, che denunciava ine-quivocabilmente la veemenza dell' aria che si av-ventava contro l' altro versante. Se noi due ancora avanzavamo era a questo punto soltanto e per la solita nostra testardaggine a volte coscientemente fine a sé stessa, e per darci almeno una meta di ripiego: il colle infatti. Che più avanti, sulla progettata punta, con il continuo sprofondare, con la stanchezza e il ritardo derivatine, e con quelle raffiche per l' appunto, che sul passo e al di là di esso dovevano avere una lena inaffrontabile e origi-nare un freddo acutissimo a dispetto dello scintillante sole che saliva, sulla cima dunque di arri- varci non si parlava più. ( Non sospettavamo che avremmo avuto una ricompensa: e qualeGiungemmo al termine dell' impennata del ghiacciaio, e ci trovammo subito presi dallo sfavil-lante soffio, ai margini della turbolenza dapprima, sciami di cristallini che lampeggiando si disperdevano, poi - via via che proseguivamo per le dolci chine finali - sempre più addentro, tra più fitte e agitate trame, chiusi infine in un condensarsi e riunirsi ormai di pazze folate di pulviscolo gelatissimo, densa cortina scagliata radente in direzione a noi esattamente contraria, con sbalzi di foga e di urto, nonché catapultata a volare e fran-gersi in fumate altissime ed estesissime, di grandiosa libertà e di luccichio abbagliante. Una scatenata potenza, algida e terribile, infuriava e ulu-lava.

Ed eccoci sul valico ora, a stento riconoscibile, troppo aperto e spianato varco per poter risaltare in quella sarabanda di velami e pennacchi. Tra che il suolo immacolato, strappato via in nugoli di neve polverosa, tra i nostri piedi e ovunque correva correva, tra che l' aria era un nuvolio compatto di brillantini a sferza, e il tutto abbacinava, non si aveva più il senso del rilievo, e la visibilità era pressoché nulla. Ci si sarebbe benissimo potuti trovar già, senza accorgersene, giù per le pen-denze molto moderate seguenti al colle. Eravamo accecati, frastornati, ma ci orientammo sulla base della conoscenza del luogo acquisita nelle precedenti salite nella zona. Piegammo a destra, c' era capiti con quattro parole anche se portateci via dalle labbra da una staffilata: malgrado tutto continuavamo ancora un poco. Qui eravamo esposti in pieno alla massima violenza del vento, burrasca a ciel sereno che il nord, l' arcano nord precipitava a dar di cozzo contro le compiici mon- tagne, per uno sfrenato divertimento, una forsen-nata festa, una dimostrazione incontenibile della sua essenza di forza e di ghiaccio. Procedemmo curvi nel divampante incendio bianco, sovente devevamo fermarci, piantare la piccozza e restar lì afferrati per non essere scaraventati a terra. La corda che ci univa rimaneva costantemente sospesa a lato e sopra di noi, sospinta tesa in un arco vibrante. Il freddo era intensissimo, fortuna che avevamo indosso un maglione in più e, oltre alla giacca a vento, ci eravamo messi per tempo quella di piumino.

La fulgidezza concitata che ci avvolgeva, di sole in tal modo filtrato e frantumato, pareva bruciare nelle fiammate di ghiaccioli esprimendo un segnale di significato perenne: chiamava verso l' alto. Attenzione dovevam fare invece a non spin-gerci troppo in su, troppo avanti, poteva capitarci d' essere improvvisamente in difficoltà per quel gelo avvolgente, quando fosse ormai tardi per riti-rarci indenni.

Sapevamo esserci nei pressi, dietro una gobba dell' altro ghiacciaio sul quale ora ci eravamo portati, e come bilanciandola, un avvallamento, coperto su tre lati: là forse un minimo di tregua per una breve sosta; e poi, lo stabilimmo concordi, il dietrofront. Eccolo, dal rialzo per un corto declivio vi scendemmo.

C' era un po' di quiete là dentro effettivamente.

E da lì, a un tratto si vide anche tutt' altro spettacolo.

Ciò dunque che dapprima si scorse fu semplicemente il bacino superiore del ghiacciaio, in repentina calma - che s' indovinava però essere momen-tanea -, estensione immobile nella sua coltre di neve, uniforme, perfetta e fulgida, che sulla nostra destra montava con scarsa ripidezza sino a inne-starsi in un invece erto dorso la cui sommità era la « spalla » della vetta alla quale in partenza eravamo diretti. Ma la stasi durò pochi attimi: dopodiché, una nuova ventata seccamente iniziò, ed essi arrivarono,probabilmente riprendendo a pro-dursi dopo brevissimo intervallo. Da dietro la piega del dosso apparvero, davanti all' ansa nella quale ci trovavamo, i più straordinari personaggi in cui mai ci fossimo imbattuti sui monti. Come definirli? mulinelli, vortici viaggianti, concentrati turbini, caratterizzati gorghi? di inverosimile statura, neve che girava velocissimamente su invisibili assi giganti, in cilindri alti molti metri e di dia-metri pur' essi rilevanti, in monumentali colonne, alcune rastremate a rovescio, verso il basso, acro-batiche spirali, certi mi parvero foggiati come snelle clessidre,ciascuno di questi esseri ben individuato, e distanziato degli altri ma non troppo, file o gruppi abbastanza serrati di prodigiosi corpi ful-genti che rotavano rotavano e contemporaneamente scorrevano con fluidità lungo il liscio biancore. Nel loro aspetto e nel loro moto, magnificenza e armonia, e una specia di sacralità. Erano innumerevoli, senza fine il loro giungere sfarzoso ma soprattutto misterioso e grave come provenendo da eoliche profondità spalancatesi, da spazi di astrazione, da aerei santuari reconditi in un settentrione da leggende.

La scena era davvero tale da indurre a fantasticare d' esser stati sino a quel luogo attirati perché occhio umano potesse contemplarla e riferirla ( è sempre dopo, in casi simili, che ci si rende conto che noi per le montagne non rappresentiamo proprio nulla, che bisogno esse avrebbero che noi le si salga, le si ami e le si celebri? oppure... potrebbe essere mai ?). O al contrario, si poteva immaginare d' esser capitati a sorprendere qualcosa che non si doveva, un nascosto e geloso manifestarsi delle altezze, lo svolgimento d' un loro cerimo-niale d' eccezione ( ma ovviamente esso non apparve disturbato, in nulla mutò ).

Chissà se si trattasse d' un fatto del tutto ano-malo, dovuto a qualche causa straordinaria, come la derivazione dell' impetuosissimo vento da un angolo inconsueto ( un vento per così dire srego-lato, esorbitante ) o come un bizzarro scontro di fortissime correnti; o se invece in quella zona, per effetto magari del vario orientamento dei pendu complessamente combinato, i presupposti e il fenomeno si verifichino, in condizioni di grande perturbazione, non proprio insolitamente. Noi, wi tornati altre volte, anche in situazioni quasi analoghe, mai lo ritrivammo, neppure lontana-mente simile, questo quadro stupefacente. Ciò cui assistemmo allora ci parve unico, per misura e durata. Perché rappresentazioni del genere ne abbiamo bensì incontrate, prima e dopo di quel giorno, battendo l' altamonzagna per molti anni: ma nessuna di dimensione neanche pallidamente paragonabile.

Uno scenario strabiliante, da allucinazione, un dispiegamento incredibile. Richiamava di nuovo alla mente, come già ci era accaduto sul colle, quel che si conosce del ghibli e delle dune, le sontuose frenesie avviluppanti e avvinghianti delle impalpabili sabbie nei deserti immensi della fata morgana: solo che qui tutto era del mondo nivale, luminoso quanto austero ed ascetico, e ordinato, una composta ridda di fusi e di spire e di capovolti coni fatti con miriadi di granelli di fulgore, e l' im c' era, immediata, che di personaggi si trattasse, spiriti che scaturissero dai ghiacci veniva ovvio di figurarsi. E mentre fissavamo quella fantasmagoria — e ogni poco ci guardavamo in silenzio, significandoci che provavamo le stesse sensazioni - ci sentivamo sempre più suggestionati dal via via più evidente e potente suo arcano fascino.

Non potevamo restar fermi a lungo, nell' immo ci s' accorgeva ancor maggiormente — anche se la Valletta continuava a trovarsi leggermente al riparo dalla tormenta - di quanto il rigore della temperatura fosse eccessivo. Peraltro, in un certo senso non lo soffrivamo, presi com' eravamo da una specie di trasognamento. E il senso del grosso pericolo celato in ciò si attutiva a sua volta. Eravamo sempre più rapiti da quelle forme di neve magica, di bagliore fastoso, di risucchio, di vento altero e stupendo, di fruscio parlante nel vasto urlo a coro che intorno dominava, di che altro ancora però? c' era in essi un' animazione diversa da quella degli elementi naturali, sembravan dotati di un' interiorità cosciente; continuavano a sfi-larci davanti in moltitudine inesausta, spostan- dosi in senso costante anche se il loro vorticare il-ludeva piuttosto d' un generale volteggio, evoluzione, ampia e circolare danza. No, essi ascende-vano. La comoda pendice inizialmente; ma, avanti, ed era questo che soprattutto ci affasci-nava - con non minor impeto l' aspra e lunga rampa convessa, quella sorta di ritta groppa, tutta su su di volata, e li vedevamo arrivare di slancio in cima alla spalla della montagna, stagliarsi contro il blu per qualche istante, corposi e lucidi, in linea su un esteso vaporare di rada cipria brillante: poi di colpo scomparire, come abbattuti giù per l' op vuoto in un istantaneo annientamento. Ma per essere sostituiti da altri e da altri ancora. Un esibirsi portentoso di chimere, si sarebbe detto, al-lusivo, che esaltava, ipnotizzava, è la parola.

E, non sappiamo ancora come accadde anche se poi ne parlammo e riparlammo, a un certo momento ci muovemmo ma non, com' era logico e come avevamo stabilito, per la stessa via, di ritorno: senza comunicarci assolutamente nulla -questo è strano innegabilmente —, senza dire, senza farci un segno, senza che neppure s' incon in quel momento i nostri sguardi, contemporaneamente partendo, riprendemmo a salire, uscendo dalla comba allo scoperto in mezzo alle bordate fischianti e procedendo insieme a quelle estrose immagini che torreggiavano, ammulina-vano e intanto scalavano la montagna. E ne seguimmo lo stuolo, la corrente.

Non certo con la loro stessa velocità: magari! Anche se il vento ci sospingeva quasi volesse portarci. Ma era controproducente, si doveva invece fare forte resistenza, badare a non esserne abbattuti. No, era adagio che noi marciavamo: e tanto più poco dopo, quando si trattò dell' ostica salita. Ma dentro, come poi ci raccontammo, dentro avevamo... ecco, una musica sonora a ritmo vigoroso e... se dicessi le ali? Anche il freddo, eravamo convinti di poter continuare ancora in qualche modo a sopportarlo.

Per tutta la restante durata dell' ascensione fummo attorniati da loro, dalle ghiacciate parvenze abbacinanti. Ci sorpassavano incessante- mente, le une rimpiazzando le altre, sempre a forma di fusti turbinanti o di frullanti imbuti: ma per noi esse erano adesso non già vuote sagome ma presenze consapevoli, enigmatiche entità. Che ci vedessero, ci considerassero, magari ci conduces-sero, chissà se lì per lì, un tantino vaneggianti come eravamo forse oramai, chissà se arrivammo a credere anche questo. Ma non è che potesse avere importanza. Ci attraeva comunque trovarci con loro e con loro andare, indecifrabili quanto trascinanti espressioni dell' intagibile mondo delle altezze.

Con esse dunque verso l' alto, assoggettati l' imperiosa indicazione del vento. Stavano intervallate quasi simmetricamente e di quel tanto che bastava a non nasconderci il paesaggio di mirabili monti, né l' orlo sovrastante al pendio, confine sul quale ciascuna figura — come già meglio vedevamo - dopo pochi attimi di estrema posa dominante si dissolveva sprigionando a ventaglio e ascensionalmente fasci di barbagli. Molti di questi fantasmi c' investivano al passaggio, cogliendoci in pieno, particolarissimo tocco gelido al di là del concepibile ( tuttavia, e buon per noi, inspiegabil-mente resistibile anch' esso ), ed era come se pene-trassero nel nostro essere: pareva che ci attraver-sassero. Anche perché nessuno di essi si ruppe o si deteriorò visibilmente contro l' ingombro sia pur minuscolo a confronto della loro taglia - che costi-tuivamo: tutti andavano oltre inalterati, come se noi non esistessimo. Ma avvolgendosi, mica ci esa-minavano, ci studiavano? Allegorie d' ermeticità e d' illusionismo, materiati miraggi!

Quando pervenimmo a quel limitare, sulla spalla del picco altissimo, potemmo ristarvi ben poco: quivi la buriana era praticamente insosteni-bile. La cresta che ne partiva montava verso il culmine con un filo a rasoio, falcato, elegantissimo, rigorosamente stilizzato: la tramontana assaltava anch' essa con cariche ruggenti, ma non v' eran là nivei stendardi squassati a sfilacciarsi, né candide eruzioni balenanti: le ventate avevan già troppo frustato lo spalto e il crinale e messo a nudo il vivo ghiaccio.

Come previsto, alla cima in quelle condizioni non si poteva pensarci, anche se si era fatta tanto prossima. E ci fu, pur se a ciò eravamo preparati, delusione. Ma veniva già assorbita dall' entusia che, al trovarci in mezzo a tale accadimento, provavamo dove eravamo giunti. Durammo a reggerci là alcuni minuti, ritardando d' iniziare la discesa, che ci risultava essere fattibile lungo lo sdrucciolo sul quale ci eravamo affacciati e che era al riparo dalla tormenta. Ci sentivamo paghi, malgrado che la vetta non ci avesse voluti. Eravamo ora testimoni da vicino della finale spari-zione di quelle sembianze d' incorruttibilità, al cospetto dell' esito fatale e sublime. E pareva anche a noi quasi di sublimarci, di essere su di una soglia somma e decisiva, di trovarci a un solo impercettibile velo dal conoscere ciò che sulle montagne è da sempre cercato e da sempre inarrivabile, il loro senso supremo. Un' esperienza un' avventura veramente diversa, significante, avvincente, bellissima.

Infine dovemmo deciderci a lasciare quel ciglio: e ci riallontanavamo dal grande segreto. Ca-landoci però sostavamo ogni poco per volgerci: e vedevamo lassù le candide torri vive, indimenticabile creazione delle eccelse regioni, ergersi in equilibrio vertiginoso sull' ultima spinta, superbamente salutanti a commiato dalla tempesta e dai suoi inni di timbro sovrumano, dalle vette sovrane imminenti e contemporaneamente remote, s' anche da noi; solenni nel gran sibilo circostante, in un maestoso rituale, immobilizzare qualche secondo infine, sull' abisso, i loro colonnati da etereo tempio emblematico; poi disintegrarsi e svanire, in getti delicati e filanti di sinibbio. E immediatamente altre apparizioni simili presentarsi. Con fedeltà e commozione la nostra memoria ne avrebbe poi quante volte rivissuto il volante corteo, il viaggio meraviglioso, il favoloso morire, la purezza che tanto ci toccò, l' ebbrezza di precipizi e di cieli, il prodigio di origine e il sigillo di gloria, la luce acuminata e il mistico riverbero, il fiato e suggerimento di eternità, l' indicibile incanto.

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