La funivia dei quattromila (Racconto)

Giuseppe Macchiavello, Rapallo

La cabina si muove, il nostro rapido viaggio verso i quattromila metri ha inizio.

Risaliamo la gran profondità d' ombra raccolta nella vallata; ma il sole smalta già vivamente le nevi e le rupi delle cime dominanti. Pensare che tra breve e senza nessuna fatica saremo addirittura su una delle più alte fra esse, in mezzo a tutto quello splendore, mentre l' abitato di Saint Xavier quaggiù, e i soprastanti ventagli di foreste, le morene e i corsi inferiori dei ghiacciai, i pendu e le groppe degli alpeggi, le rocce delle fasce basali, avranno ancora indosso quest' ombra gelosa.

Prima corsa della funivia. Non soltanto odierna: in assoluto. Prima corsa completa, intendo dire, con proseguimento sino alla Sentinelle; i primi due tratti sono infatti in funzione da anni. Del terzo tronco son già stati fatti, ben s' intende, tutti i collaudi, chissà quante prove, l' inaugurazione ufficiale; però questa è proprio la primissima salita per il pubblico. E io ho voluto essere nel numero.

Ogni tanto uno sguardo sotto, nella solita vana speranza di carpire qualche segreto del fitto dei larici, delle minuscole radure dissimulate. Ma quasi in continuazione fisso il vertice della Sentinelle che spunta contro l' azzurro oltre le più prossime quinte, possente triangolo disegnato dall' ac convergente di rossigne rampe rocciose, nella parte superiore del quale s' irradiano fitte nervature candide. Sugli ultimi scaglioni, appena defilata rispetto al culmine, sta la stazione terminale.

Siamo al completo. La stagione estiva è iniziata, l' afflusso turistico è già notevole. E poi, con l' aspettativa che c' era! Questa funivia era famosa ancor prima che ne iniziassero i lavori di costruzione.

Se ne discusse per tanto tempo. I realizzatori hanno superato contrasti innumerevoli. Enti, sodalizi, associazioni connessi in vario modo alla montagna, alla protezione della natura, alla difesa del paesaggio, si opposero all' attuazione del progetto, con speciale decisione. Gli organi di informazione si occuparono della cosa, interes-sando gran parte dell' opinione pubblica. Molti intervennero, per difendere le proprie convinzio-ni o convenienze: ad esempio, gli alpinisti, sacerdoti di un mondo esclusivo, automaticamente si schierarono contro, gridando alla profanazione; mentre gli sciatori, molto più numerosi e che intravvedevano nuove inaspettate possibilità, non potevano che farsi sentire favorevoli. Ma soprattutto, rilevanti effetti turistici ed economici erano in ballo, e facevano peso.

Gli organi competenti ad autorizzare o meno l' attuazione dell' opera erano incerti. Ma infine l' ardito e spregiudicato progetto la ebbe vinta.

La funivia è stata fatta: quella che arriva più in alto nelle intere Alpi, l' unica che supera la linea dei quattromila metri, la sola che raggiunge la punta di uno dei massimi giganti.

Noi oggi siamo i « clienti » iniziali, il primo gruppo delle migliaia e migliaia di persone che d' ora innanzi frequenteranno una quota tanto elevata, alla quale finora relativamente ben pochi pervenivano.

Ma ecco che abbiamo scavalcato la foresta, sor-voliamo le gobbe erbose che qui si accavallano, e da quella sulle altre emergente la caratteristica costruzione cava ci attira a sé. La prima tappa finisce, si cambia.

La nostra è una compagnia eterogenea: alcuni semplici turisti, diretti ad un sovrano « belvedere »; numerosi sciatori ( un primo skylift è stato installato aldilà della cima, sul ghiacciaio di Faucille che in quel settore ne scende con pendenza moderata e sul quale sarà organizzato lo sci estivo su vasta scalae anche alpinisti, equipaggiati per compiere qualche gita. Questi ultimi mi sembrano però come a disagio, o sbaglio? Invero, i89 stanno andando contro le loro posizioni e contro la logica...

Io pure sono alpinista: ma questa volta non ho con me alcuna attrezzatura, non intendo muovermi. Eppure, mi sento a mia volta fuori posto. Trovo coerenti i turisti e gli sciatori qui presenti; ma noi? Per quel che mi riguarda, ho inteso, effet-tuando subito la salita in funivia, aver già la misura di un' impressione che so negativa; per il resto, sono fermamente deciso, quando vorrò agire nella zona, a fare come in passato.

Al rifugio d' Argeinaz, base avanzata per tutte le ascensioni in questo massiccio, si poteva dapprima accedere, sia dalla Valvieille che dal vallone di Croz, soltanto con alcune ore di faticosa marcia. Da quando, qualche anno fa, prese a fun-zionare il secondo segmento di questo impianto -quello che ora è diventato intermedio e che stiamo appunto percorrendo - ben pochi hanno rinunciato a servirsene per effettuare un comodo avvicinamento. Esso conduce a un punto spo-stato alquanto rispetto alla direzione in cui trovasi il rifugio, ma di tutta convenienza, a più di tremila metri. In tal modo, tre quarti circa del dislivello vengono coperti col mezzo meccanico, in pochissimo tempo e senza alcun dispendio di forze. Da detta posizione è agevole, per la natura del terreno, portarsi verso la capanna. Si attraversa la coltre gelata del Madret, si supera un cor-done roccioso, per altre roccette e pietrame ci si alza a raggiungere il piccolo ghiacciaio dell' Oeuil Bleu, dove si uniscono gli itinerari per il rifugio. Adesso si arriva in un paio d' ore di cammino.

Io stesso ho costantemente approfittato di tale facilitazione, così come, sempre per avvantag-giarmene in gite alpinistiche, mi sono servito degli impianti a fune in altri settori montuosi. Ma più che tanto non desidero esserne aiutato. Non andrò al rifugio d' Argeinaz scendendovi comodissi-mamente dalla Sentinelle, né da essa partirò per mete vicine. Ho sempre avvertito, nei casi che ho citato, che il mio alpinismo risultava diminuito: sportivamente, e ciò è evidentissimo; ma anche in etica, e soprattutto in quel corredo di percezioni e i9o sensazioni, ricche di sfumature, che, almeno per me, rappresentano uno dei motivi principali dell' andare in montagna. Non è forse vero, in particolare, che le austere selve misteriose, e più in alto i pianori le combe gli spalloni il cui assorto isolamento prepara a silenzi più importanti, e le stesse distese di macigni e pietrame ( come queste che ora guardo sfilare lestamente e inutilmente sotto alla cabina che sale ), frane di chissà quali date, strisce del più aspro e vuoto deserto in cui noi alpinisti intuiamo però il verificarsi di prodigiose trasfigurazioni, un' arcana proiezione di trascendenza, e dove possiamo riconoscere il determinante confine e le vedette che ci lasciano passare; non è forse vero, dico, che tutti questi luoghi - ma solo se ascendendo pian piano, con attenzione attraversati - costituiscono il magico itinerario di avvicinamento, il filtro che non sempre ma a volte, fortunatissime volte, permette di tornare puri quasi come quando s' era bambini, veramente capaci quindi di aspirare alle meraviglie dell' avventura, al regno favoloso, magari anche ad un semplice e nitido credo?

Tuttavia, se anche si rinuncia a tale preziosa prima fase, non si compromette la bellezza di una salita purché almeno ci si incammini da una posizione che non oltrepassi il limite segnato dalla montagna con l' iniziare dei suoi aspetti più severi e grandiosi.

A ciò, procedendo alpinisticamente dal Roc de la Verse, sul quale è la seconda stazione ( che vediamo sempre più da vicino, quasi sulla verticale, reggere e tendere la formidabile campata di cavo alla quale siamo appesi ), bene o male ci si attiene. Gli scoscendimenti di questo versante del Roc, solcati da canaloni larghi disseminati di blocchi, e le dorsali detritiche che li dominano sal-dandosi a quelle di vicini picchi simili, già costituiscono un ambiente di selvaggia grandezza. Ma è aldilà e aldisopra, a partire dal ghiacciaio che con ampia curva passa ad appoggiarsi sull' oppo fianco della montagna a ridosso della sommità, e su su dove fiumane glauche e bastionate di più nobili rupi si continuano sino alle cuspidi massime, è lassù che impera il respiro maestoso e sconfinato delle grandi Alpi. Lassù gli splendori, le ebbrezze, le possibilità anzi imminenze — siano pure illusioni — di ignoti straordinari eventi.

Ma ora, con il suo terzo balzo, la funivia arriva lassù anch' essa, superando oltretutto i quattromila metri, la barriera d' altitudine cui la tradizione alpina attribuisce speciale importanza di significati, di funzioni, di poteri. D' ora in poi folla nei domini estremi che quivi ha la neve, a contatto con regioni dove i ghiacci sono fiaba, a scrutare da presso cittadelle impenetrabili che ai pochi lasciavano intravvedere gli indefinibili tesori ( ma non v' è dubbio che le montagne li spo-steranno ora altrove ).

E l' alpinista? Si umilierà sino a partire dalla Sentinelle per ascensioni... in discesa, o di dislivello irrisorio, limitandosi al finale magari anche difficile ma che non avrà minimamente meritato?

E se anche saprà invece continuare a muovere dal basso, seguendo i promettenti sentieri, le incerte ma tenaci tracce, penetrando la solo apparente vacuità e indifferenza dei macereti, delle scarpate e delle estensioni di ghiaccio, come potrà ritrovare le eccelse solitudini, l' affascinante rigore, la fissità conturbante, tutto ciò che origina un' intima e intangibile gloria? Destinato pertanto ad andare altrove?

Abbiamo lasciato la stazione del Roc e si sta viaggiando verso la vetta della Sentinelle. Un unico inverosimile arco di fune. Dominiamo precipizi che conosco per averli più volte costeggiati sulle creste che li arginano, ed anche risaliti direttamente; ma osservati così nella loro totalità e complessità essi appaiono ancora più immani. Non facevo così vasto il drappeggio glaciale che scende dal Plateau Carré, né talmente caotiche le due seraccate che lo intervallano. Il sole, frontale ma adesso non molto più che radente, libera dai labirinti tra i seracchi emanazioni di verdi e di azzurri filtrati con la più fine magia, indescrivibili; ma anche traccia sul fondo bianco orli neris-simi di crepacci, ritaglia fauci tenebrose.

Aldisopra, di fronte a noi, la parete est, con le sue rocce movimentate da spigoli e fenditure, ben illuminata, di tinta fulva un pò sbiadita, gigan-teggia tranquilla, quasi amichevole malgrado la ripidezza. I nevai pensili che vi sono annidati risaltano vividamente; una unica nube, non grande, anch' essa bianca e luminosa, fronteggia nella parte alta l' erta barriera assai da vicino, forse ad essa si appoggia.

La cabina va velocemente, il suo aereo tragitto avvicinandosi via via alla parete, della quale il cavo segue il progressivo aumento di inclinazione. Passiamo pur sempre a rispettosa distanza dalla massa della montagna, ma essa è talmente imponente ed incombente che pare di sfiorarla. Tutti, alpinisti e non, fissiamo - chi con competente interesse, chi con curiosità, meraviglia od anche una sorta di tensione o di timore - il titanico scenario.

Ecco che siamo giunti alla stessa altezza del Castelet, spuntato dietro alla cresta nord-est della Pointe du Blizzard. Ci troviamo quindi a circa quattromila metri. Ora entriamo nella nuvola che ho detto poc' anzi, rimasta sulla nostra traiettoria. Vapori radi, che sì e no velano il sole. Ma in questo momento ( è facile, a queste quote, come si sa, che una pur minuscola conformazione nuvolosa si atteggi a minaccia ) repentinamente essi si infittiscono, corpose cortine grige ci avvolgono. Ogni tanto una sfilacciatura, uno strappo bensì: ma si mostrano allora scorci di luoghi totalmente diversi: scogliere spettrali, sospesi scivoli di neve opachi, sinistri, sui quali nerastre spiccano le striature tracciate del precipitare delle pietre.

Noto la sorpresa sui volti e nei commenti di quelli, tra i passeggeri, che rivelano di essere i meno avvezzi all' altamontagna e al suo trasfor-mismo.

La nostra salita continua.

La salita continua e la nube pure. Sembrava essa di limitate dimensioni, ma evidentemente s' è distesa, proprio lungo il nostro percorso, aggan-ciata al monte. Comunque, ormai dovremmo arrivare. Scruto in avanti, aspettando da un momento all' altro di distinguere nel fitto viluppo di nebbia i pilastri e le paratie in ferro e muratura che ci guideranno nell' interno dell' edi. Però la corsa ancora non rallenta. Possibile? Guardo il conduttore e vedo sul suo volto il più vivo sconcerto. Osserva e ascolta fissamente, come se non fosse ben convinto che tutto è in regola nel moto della funicolare. Ma cosa potrebbe esserci di anormale? Si ode distintamente il lubrificato cigolio del carrello che scorre, mentre mutevoli e fuggevoli altri particolari del terreno appaiono negli spiragli della foschia.

Poi i fatti più inverosimili si succedono. Il conduttore tenta ripetutamente e concitatamente, tra l' attenzione generale, di parlare al telefono con le stazioni, senza riuscire a mettersi in contatto. Poi constata che nessun altro apparato a bordo è funzionante. Infine ci dichiara ciò che ormai s' è reso chiaro, cioè che dovremmo essere arrivati già da un pò, la velocità essendo stata sempre quella giusta; e che lui non ci capisce nulla.

Reazioni e atteggiamenti diversi si accompagnano allo sbalordimento e all' incredulità comuni a tutti i presenti. Di paura, di calma, agitazione, autocontrollo. Intanto la funivia prosegue il suo moto regolare. Ancora spuntoni rocciosi e pallidi sdruccioli, camini e orridi colatoi, aspetti inospitali qua e là dove traspare il mascheramento. Ma sono immagini della realtà? Si va, senza arrivare in alcun posto.

Sebbene in certuni di noi lo spirito di avventura non si ritragga, domina evidentemente in ognuno la crescente inquietudine per quello che sarà l' e. Eppure, io sento nascere in me una soddisfazione particolare. Perché credo in una specie di soprannaturalità delle grandi montagne. Igno-riamo che senso abbiano. Ciò che di meglio si seppe immaginare è che siano immensi altari: certo ne hanno la purezza e la solennità. Comunque, si ergono esse come in un' altra dimensione, spingendo la loro statura in lontananze ben maggiori di quanto normalmente si valuti: e infatti i vertici noi possiamo raggiungerli, ma lassù avvertiamo che l' obiettivo più importante — ignoto — è ancor oltre, sempre ci sfugge. Proprio questo tuttavia è il bello. Il nostro agire, il nostro insistere diventa fede, cioè quanto di più si ha bisogno.

E le elevazioni somme non possono non esigere che siano rispettati la distanza, il riserbo, le astra-zioni, gli enigmi che le. ammantano. Ora, se tale rispetto viene meno, perché non dovrebbe intervenire qualcosa a difenderle?

Alcuni tra i miei compagni iniziano una specie di consiglio. Si cerca di rendersi conto, ma nessuno sembra avere un' opinione. Tra poco inter-verrò e dirò la mia.

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