La Montagna come simbole di elevazione spirituale

Di Pericle Patocchi ( Bellinzona, Sezione Ticino ).

Dai tempi più remoti, quando si vuoi parlare di progresso spirituale e morale, si parla di elevazione. E non può considerarsi una coincidenza il fatto che i popoli antichi, i più diversi e i più lontani gli uni dagli altri, abbiano posto in alto il bene e in basso il male; che la Divinità abbia sempre avuto sede sulla montagna. Si potrebbe stabilire una geografia alpestre di tutte le religioni. Anche un popolo vissuto nel deserto, come quello egiziano, eleva monti con le proprie mani: le piramidi sacre. Nel Vecchio e nel Nuovo Testamento la parola di Dio scende sempre dal! ' alto: sulle alture del Sinai, Mose riceve le Tavole della Legge; il profeta Isaia si raccoglie sul Monte Carmelo; Gesù parla ai fedeli sopra un colle, e in cima al Golgota compie il Sacrificio supremo.

Tutto ciò spiega il grande entusiasmo che molti uomini provano per la montagna.

La vita spirituale e quella fisica tendono continuamente ad armonizzarsi; ed è felice solo chi possa vivere secondo le proprie aspirazioni. Da questo bisogno d' intima ed essenziale armonia, nasce in molti l' amore delle vette, tanto vivido e profondo da illuminare tutta un' esistenza. Chi non conosce uomini, i quali lungi dalle montagne soffrono come amanti separati l' amata, e mai sono stanchi di salire, di contemplare paesaggi aridi dove non è primavera! Persino sull' uomo di religione, che ha rinunciato alle vanità del mondo per vivere in aure purissime, la montagna esercita talvolta un fascino imperioso: chiaro esempio il prete Ratti, che, prima di essere assunto alla dignità pontificale, fu alpinista appassionato e valente, e fece nelle Alpi ascensioni difficili, come attirato con il corpo verso il cielo, lui che spiritualmente viveva in altissime sfere.

Ma la montagna è un aiuto e una liberazione saprattutto per coloro che soffocati dalla bassezza dell' ambiente in cui sono quotidianamente costretti, non trovano più nel loro cuore la luce che rallegra. Potrebbe essere un motto di tutti gli alpinisti, la nota frase: « Sulle vette ci si sente migliori », e quest' altra: « L' amore per la montagna è bello come una fede. » Lassù avviene che l' egoista dimentichi un poco se stesso che l' uomo di parte sia tentato di riconoscere nell' avversario politico un fratello, che il pigro sia scosso in tutte le sue fibre, che il pessimista speri, l' addolorato si consoli e lo scettico si commuova. Non c' è che un uomo cui la montagna non giovi: l' orgoglioso, per il quale la vetta è l' altare dell' « io ». Ma in generale, chi lascia la città per le solitudini alpestri mosso dalla nostalgia di un mondo alto e puro, il vero amante della montagna ( non, ben inteso l' acrobata vanitoso ), ha un cuore umile, e un intimo, talvolta inconsapevole, desiderio di purificazione.

L' uomo dotato di una vita interiore quasi incosciente, non abituato a scrutare in se stesso, non si rende ben conto dell' esaltazione spirituale che lo invade durante un' ascensione in alta montagna. Egli è giunto alla capanna in lieta compagnia ha cantato, mangiato e bevuto, e già quel suo comportarsi come un bambino, quel dimenticare il proprio rango sociale, quella fraternità spontanea, i favori che egli rende ai compagni sconosciuti, lui, che in città è circospetto e diffida di tutto perché l' esperienza gli ha insegnato che giorno e notte gli uomini tessono reciproche insidie: questa vita nuova è già un progresso morale e spirituale, ed il suo animo lieto va liberandosi dall' odio e dall' invidia.

E ai primi albori, quando ci si avvia nella semioscurità verso la parete scura e minacciosa, chi, anche se nella vita di tutti i giorni è abituato a brame ed a pensieri torbidi non si sente libero dalla carne e dai rancori? Un senso d' inquietudine invade il cuore; ma la nostalgia della vetta, intorno alla quale brillano le stelle del mattino, è più forte di ogni paura: ed è simile questa ascensione misteriosa a quella dell' uomo che si accinge a rinunciare alla sua vita tranquilla per un' esistenza più ardua e luminosa. E quando la scalata comincia, è in tutto l' essere una lotta che non è solo fisica. La nostra carne molle, contro la roccia dura; il ricordo di luoghi tiepidi e sicuri contro il bisogno di lottare e di vincere. E quante scrupolose attenzioni per il compagno! Quanta generosità in un' anima sovente esclusiva! Ad ogni istante poi, diventa più grande intorno all' uomo e più profondo, l' abisso. Due vertigini si contengono il cuore: quella della valle e quella del cielo. Laggiù ombra, piccole case tra il verde, musica lieta di pascoli; lassù luce, rocce e neve, musica cupa del vento. Chi in quegli istanti osa nutrire in se voglie malsane? Sembra che questa ascensione del corpo trasporti anche l' anima verso l' azzurro. Ed ecco la vetta. Quivi è la pace: le membra si sentono invadere da un benessere indescrivibile che nasce dall' immobilità dopo lo sforzo; l' aria pura invade i polmoni e rigenera il sangue, il sole penetra la cute come un balsamo; e nel cuore scende tutto il cielo come un fiume calmo, pieno di melodie. L' uomo tace: il mondo minuscolo steso ai suoi piedi, quel mondo lontano di odi, di lotte e di miserie non lo tormenta più, ed egli comprende come gli sia dato di evolversi; ma, nello stesso tempo, perduto neh " immensità dello spazio egli si sente infinitamente piccolo. Non altrimenti il filosofo Biaise Pascal, compiuta nel suo corpo infermo una meravigliosa ascensione spirituale, si vedeva sospeso tra due abissi, quello del Tutto e quello del Nulla.

La montagna è dunque una scuola di elevazione che agisce sull' anima per il tramite del corpo. L' esaltazione ch' essa suscita neh " uomo non deve tuttavia essere confusa con quella puramente spirituale, che ha come fine esclusivo la contemplazione della Divinità. E però indiscutibile che esista un' analogia profonda tra l' esperienza dell' asceta e quella dell' uomo che compie, senz' altro fine che quello di entrare in regioni stupende e pure, l' ascen di una vetta.

Quest' analogia è puramente simbolica.

Se noi leggiamo gli scritti dei mistici, osserviamo che questi, per narrarci e loro battaglie e le loro estasi spirituali, ricorrono ad immagini sensibili ( i simboli ), le quali ci lasciano intuire le meraviglie di un mondo etereo. E ciò si spiega quando si pensi che l' uomo ha due nature: quella spirituale e quella corporea, le quali si influenzano reciprocamente. Gesù non si è forse servito d' immagini simboliche, le parabole, per rivelare all' uomo la Verità? Egli ci ha però avvertiti che non basta rispettare la lettera della Legge, per progredire: ci vuole amore, umiltà di cuore, sincerità profonda nell' imitazione dell' atto posto ad esempio. Solo a questa condizione, le azioni umane rivestono il loro valore assoluto. Tutto l' uomo infatti deve protendersi verso il bene: anima e corpo. Per questo diciamo che la montagna può elevare. Se sapessimo adattare il nostro spirito al ritmo dell' ascensione corporea; se questa lotta che ci conduce dal basso all' alto, noi la vivessimo in tutti i momenti della nostra vita, se comprendendo il senso che Dio ha dato alla natura muovessimo incessantemente la nostra anima verso sfere più sublimi, non ci sarebbe valle, né città, né prigione che potrebbero impedirci di salire, e saremmo allora gli alpinisti della più bella e della più alta Montagna.

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