La «Montagna di cristallo» nel ruggito del drago Pellegrinaggio attorno a una montagna sacra del Nepal

Per gli abitanti del Dolpo è la più sacra tra tutte: la «montagna di ­cristallo» di Shey. Quando nel calendario tibetano scorre l’anno del dragone, migliaia di pellegrini le girano attorno. Sono buddisti, ma anche adepti dell’antica religione bön.

I cavalli sono pronti e l’equipaggiamento è caricato. Al monastero di Thasung Tsholing, a Phoksumdo, prendiamo ­congedo dal superiore, che ci fa dono di amuleti protettivi benedetti e ci augura buon viaggio. Lungo sentieri esposti percorriamo il lago azzurro turchese, alla cui estremità già ci attende una tenda con del tè al burro fresco e un buon pasto.

Facciamo parte di un trekking di due settimane nella regione del Dolpo. Qui, di affascinante non ci sono solo le montagne selvagge, ma anche le storie scolpite nel paesaggio. Nel Dolpo sono ancora vive delle tradizioni vecchie di secoli. E qui si pratica ancora la religione bön, che era caratteristica del Tibet in epoca prebuddista. Il Dolpo è una delle poche regioni nelle quali queste tradizioni hanno seguitato a essere praticate senza alcuna interruzione. Murati in vecchi monasteri, antichi e importanti testi sacri sono qui sfuggiti alle azioni distruttive degli occupanti cinesi del Tibet. Entrambe le tradizioni religiose perseguono uno «stato del budda», cioè l’illuminazione. I paesaggi montani sono percepiti come dotati di spirito proprio, e dimora di numerosissime divinità. I luoghi sacri recano testimonianza delle storie religiose del passato, e coloro che li visitano possono accumulare meriti religiosi e migliorare così il proprio karma. Ciò che i turisti vedono come un ambiente crudo e selvaggio, per le popolazioni locali è un paesaggio vivente, nel quale è immediatamente percepibile la loro storia, la loro religione e la loro stessa identità.

Dopo due giorni e mezzo attraverso rocce, vallate inondate e un passo a 5000 metri di altitudine, per la prima volta allo sguardo si schiude l’ampia valle di Shey Sumdo, che deve il proprio nome ai tre fiumi che qui confluiscono. Giù, sul fondovalle, luccica rosso-bruno un piccolo monastero, composto di un tempio e di una dozzina di edifici più piccoli. Fu fondato nel tardo XVII secolo dal lama Tenzin Repa, seguace della scuola buddista kagyu. Più ci avviciniamo, più la vivace attività della valle si palesa con evidenza. Gente che scarica i propri animali da soma e pianta le tende, pellegrini che compiono il giro del tempio per poi entrarvi e attendere alle cerimonie religiose di preparazione, iniziate ormai da diversi giorni. Fuori, lunghe code umane fiancheggiano la via verso il monastero. Cosa dovrebbe significare tutto questo? Gli sguardi sono tutti rivolti al cielo. Ora lo sentiamo anche noi: il rumore del rotore di un elicottero si avvicina, anche se nel cielo coperto ancora non si vede nulla. Un pastore ci spiega che oggi arriva in volo l’onorevole Shechen Rabjam Rinpoche, il grande ospite d’onore delle festività di Shey.

L’eccitazione cresce, ma il rumore si allontana nuovamente, portando con sé l’atteso ospite. Dopo un’altra ora di attesa, per oggi la speranza viene sospesa, e le file di gente si sciolgono per affluire nella tendopoli.

Il nostro piccolo gruppo di pellegrini si dedica all’allestimento delle tende, alla cura degli animali e riserva posti per gli altri pellegrini provenienti da Phoksumdo. Grazie a una catena di informazioni abbiamo appreso che arriveranno in ritardo: forti precipitazioni hanno gonfiato i fiumi e bloccato le carovane di yak in provenienza dal Tibet. Perciò aspettiamo. In una tenda ci deliziamo con dei momo, i ravioli al vapore tibetani. E alla fine possiamo distendere le gambe. Il viaggio è stato lungo.

Il Dolpo: con i suoi 7889 chilometri quadrati è il più grande e discosto distretto del Nepal e, al tempo stesso, quello meno densamente popolato. Qui vivono solo circa 37 000 persone. Il Dolpo appartiene al Nepal solo da quando, alla fine del XVIII secolo, la dinastia Shah assunse il potere nella vallata di Katmandu ponendo sotto il proprio controllo il regno di Jumla. In precedenza, il Dolpo era dominato dai regni del Tibet occidentale e in seguito da quelli di Jumla e Lo (Mustang).

Il Dopo: una regione discosta

A nord, il distretto confina con il Tibet, e la sua popolazione parla i dialetti tibetani. Vivono di agricoltura, allevamento e commercio, e sono per la gran parte buddisti – oppure adepti della religione bön. Nonostante le due religioni abbiano diversi fondatori e si tramandino conoscenze e tradizioni proprie, i paralleli sono numerosi, in particolare nelle tradizioni più frequentemente incontrate nel Dolpo: la nyingma e la kagyu.

I pellegrini si radunano nelle rispettive tende e si rinfrescano. Tutt’intorno ci si lava i capelli nella fredda acqua del fiume e si indossano gli abiti migliori. Coperte tessute e tinte a mano vengono gettate sulle spalle a mo’ di mantelli e fissate con tradizionali fibbie in argento.

I conoscitori sono in grado di stabilire il villaggio di provenienza delle loro indossatrici dallo stile della tessitura.

Rifocillati con po’ di cha, il tè al burro tibetano, e tsampa, un impasto di farina di orzo tostato, socializziamo con la moltitudine. I pellegrini fanno nuovamente ala ormai da tempo: Shechen Rabjam Rinpoche non si farà più attendere a lungo. Infine il cielo si rischiara – anche se solo per poco – e l’elicottero può atterrare. Sua santità Shechen Rabjam Rinpoche viene accolto festosamente. Attraversa al cavallo la folla che lo saluta con fiocchi augurali bianchi. L’accensione di una lanterna alimentata con burro inaugura il festival di Shey: la sua luce dà pace al mondo.

Dal 1984 la montagna sacra non riveste un’importanza unicamente religiosa: costituisce anche il più vasto parco nazionale del Nepal, che porta il suo nome: Shey Phoksumdo National Park. Qui i turisti possono arrivare solo con un permesso di trekking, e le autorità distinguono tra Alto Dolpo a nord e Basso Dolpo a sud. La zona non è tuttavia sommersa dal turismo: lontana dalla rete stradale, questa regione situata tra i 1225 e i 7625 metri di altitudine può essere raggiunta solo con piccoli aerei ed elicotteri. Oppure a piedi, come abbiamo fatto noi.

Le festività sono iniziate. Ai lunghi discorsi di saluto delle guide politiche e religiose fanno seguito le prime danze, che si protrarranno per giorni. Monaci mascherati danzano in atteggiamento meditativo rappresentando le massime divinità che ora incarnano. Scacciano le emozioni negative per far posto a quelle positive. Al loro seguito, i danzatori del «cappello nero», il cui intento è di eliminare gli ostacoli, che nella raffigurazione buddista causano il dolore.

Oggi è luna piena, un giorno fortunato per compiere il giro della montagna di cristallo. Già alle due del mattino, i primi pellegrini passano davanti alla nostra tenda alla luce delle lampade tascabili. Assieme a un gruppo svizzero ci avventuriamo nella pioggia un po’ più tardi.

Lungo la kora, il circuito della montagna sacra, i pellegrini accumulano meriti religiosi. Di questi fanno parte esercizi del corpo, della parola e dello spirito, i tre livelli dai quali vanno eliminate le impurità. Con il corpo si visitano luoghi energetici sacri, fonti di benedizione oppure luogo di meditazione di grandi maestri, con la parola si recitano sillabe sacre e preghiere, mentre lo spirito deve assumere una disposizione improntata alla fiducia e alla consapevolezza. Chi raggiunge un’attitudine corretta può rafforzare la fede e realizzare dei desideri.

Alle prime luci dell’alba raggiungiamo l’«ingresso» con il suo santuario. Buddisti e adepti della tradizione bön aggirano la montagna in senso orario. Per entrambe le tradizioni, questo luogo un tempo spaventoso e infestato da divinità selvagge fu domato da un maestro della religione, che tramutò i demoni in divinità protettrici e rese con questo la regione percorribile ai suoi primi abitanti. Le tracce di questo addomesticamento sono rappresentate da una parte dei luoghi sacri disseminati lungo il percorso del pellegrinaggio.

Per i seguaci del bön, fu il maestro Treton Nyima Senge, di Pugmo, a cavalcare un drago fino a Shey per aver ragione dei selvaggi dei locali – con la forza della sua meditazione… e il ruggito del suo spaventoso drago. Per loro, quindi, il pellegrinaggio conduce alla «montagna di cristallo nel ruggito del drago». Secondo i buddisti, il pellegrinaggio fu invece aperto da Druptop Senge Yeshe, un importante maestro della scuola drikung kagyu: anch’egli sottomise dei e demoni locali, ma invece di un drago cavalcava un leone delle nevi.

Oggi, a rendere difficile lo sviluppo della regione non sono le selvagge divinità locali, bensì l’isolamento. La maggior parte dei villaggi del Dolpo settentrionale non hanno elettricità né acqua corrente e poca copertura telefonica. Per i trekker più consumati, tuttavia, proprio per questo rimane l’ultima, autentica Shangri-La.

Nella salita ai circa 5000 metri del passo si incontrano diversi luoghi sacri: impronte lasciate dal grande maestro nella roccia, rupi animate da dei e dee, adornate con offerte sottoforma di minuscoli cristalli. Attraverso detriti grigiastri, il ripido itinerario porta a una parete rocciosa, da dove il sentiero prosegue fino alla sorgente benedetta e al «buco dei peccati», attraverso il quale si sputa per espellere le proprie colpe. Per strada ci imbattiamo in una raffigurazione in pietra del Kailash, la montagna sacra dell’altopiano tibetano.

Il Shey Riwo Drukta è descritto come il fratello minore di questa vetta. Tenzin Dargye, un pellegrino ultrasettantenne, mi spiega che sta compiendo il giro della montagna per la tredicesima volta, equivalente a un giro del Kailash e a particolari meriti religiosi. Nella nebbia raggiungiamo infine il «piano degli dei», disseminato di piccoli cristalli bianchi e delle sillabe sacre dei pellegrini, come il suono om. I cristalli bianchi si riferiscono nuovamente al nome del pellegrinaggio: in tibetano, shey significa appunto cristallo.

Poco prima dei 5000 metri del passo si trova il cosiddetto «cimitero», un luogo nel quale si depositano oggetti appartenuti a famigliari defunti o gravemente ammalati al fine di richiederne la rinascita.

Sul passo garriscono al vento variopinte bandiere di preghiera, e ovunque risuona il richiamo dei pellegrini: Kiki soso Lha Gyalo, «possano gli dei essere vittoriosi!» Ritorando a Shey visitiamo gli eremitaggi di Gomoche e Tsakhang Gompa, dove si trova la sede dell’attualeShey Tulku, una reincarnazione dell linea Kagyü. Quando infine arriviamo alla tendopoli, un arcobaleno foriero di fortuna abbraccia la vallata. Per i pellegrini è chiaro: la kora odierna si è svolta sotto una buona stella.

Rituali, danze mascherate, corse di cavalli e gare di tiro con l’arco si susseguono tutto il giorno, poi la festa raggiunge il suo culmine religioso con la benedizione di tutti i presenti. Insegnamenti tesi a rafforzare la fede e la prassi religiosa ne costituiscono l’introduzione. Quindi, le guide religiose delle diverse tradizioni distribuiscono ritualmente ai pellegrini polpettine e biscotti benedetti, spruzzano acqua benedetta e donano nastri dotati di forza, i chinlab. In tutte le tende, il successo del pellegrinaggio viene celebrato sino a notte fonda.

Il mattino presto risaliamo il passo di Ngadra-La leggermente innevato assieme agli abitanti di Phoksumdo, poi la via si insinua nella ripida gola rocciosa. Nell’ultimo tratto prima del lago, donne e uomini ingaggiano una grande corsa di cavalli. A vincerla sono le donne, poiché gli uomini cadono dalle cavalcature o non riescono a tenere il ritmo a causa del generoso consumo di alcol. Al villaggio si festeggia un’ultima volta. Solo allora, rafforzati dai meriti religiosi accumulati nel pellegrinaggio, tutti tornano alle rispettive quotidianità.

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