La nord del Cervino

DI FRANCESCO CAVAZZANI, MILANO

Con 2 illustrazioni ( 15, 16 ) Chi abbia la disgrazia ( o la fortuna ) di avere i capelli almeno in parte bianchi, ricorda la profonda impressione destata dalla notizia due giovani, giunti in bicicletta dalla lontana Monaco di Baviera a Zermatt, avevano piantato una tenda sopra a Staffel Alp; ne erano poi ripartiti assaltando decisi la parete nord del Cervino, avevano trascorso una notte gelida e interminabile a 4150 metri, poi avevano ripreso la lotta e nel pomeriggio erano sbucati sulla vetta tra l' infuriare del temporale, bianchi fantocci impastati di neve, accolti da lampi, tuoni, fulmini in una tregenda di fuoco degna di essere sovrumani. Quei due giovani erano i fratelli Toni e Franz Schmid e ciò avveniva trent' anni fa: il 30 luglio 1931.

Il mondo alpinistico rimase attonito, stupefatto, quasi incredulo. Non l' ascensione, ma soltanto il concepirla sembrava assurdo, pazzesco, forsennato. L' epoca delle pareti nord era appena iniziata e si sapeva benissimo quanta repulsione ispirasse un ambiente gelido, dove il sole non fa quasi mai capolino e dove neve e ghiaccio predominano sovrani.

Luigi Carrel ( il piccolo ) ha inciso il suo nome vittorioso sulle pareti sud ed est; ha tracciato anche una « direttissima » sulla parete ovest, mai però si è diretto alla nord. Dietro a lui premevano le nuove generazioni e tuttavia nessun Italiano mostrava desiderio e volontà di affrontare questa parete. Ricordo, come fosse ieri, le lunghe, amichevoli discussioni dirette a convincere Ettore Zapparoli che un' impresa del genere era fatta apposta per lui. Per lui che, sul prediletto M. Rosa, era abituato a superare dislivelli fortissimi; per lui abituato all' uso dei ramponi su pendu misti di roccia, neve, vetrato. Per di più egli aveva il vantaggio di una maggiore velocità derivante dall' andarsene solo. Ma non c' era niente da fare; artista capriccioso, Zapparoli amava soltanto una montagna e precisamente quel M. Rosa sul quale aveva condotto a termine solitàrie ascensioni disperate, quel M. Rosa che alla fine doveva cingerlo d' un abbraccio mortale e ne conserva ancora oggi, in qualche sconosciuto anfratto, le spoglie.

Il 30 agosto si creava a Cervinia un clima di eccitazione e di attesa: Jean Bich, fortissima guida, era stato veduto a mezzogiorno ben alto sulla parete nord da altre guide che stavano percorrendo la cresta svizzera. Si diceva che, legato alla sua corda, ci fosse un alpinista americano; secondo altri con Jean c' era invece la guida Pierino Pession. Ventiquattro ore più tardi, verso mezzogiorno, tre uomini scivolavano silenziosamente tra le case del paese e scomparivano entro una di esse. Li avevano scambiati per una cordata reduce da una normale ascensione, tanto erano freschi, sorridenti, ordinati.

Ma poi la voce si sparse e nel pomeriggio i tre reduci si trovarono attorniati da alpinisti e guide che volevano festeggiarli ed ascoltare dalla loro voce i particolari della grande impresa. Il progetto era nato durante la spedizione Guido Monzino nella Patagonia. Fin da allora Piero Nava aveva confidato a Jean Bich le sue aspirazioni sulla nord del Cervino e la guida aveva risposto accet-tando. Per alcuni anni non se n' era fatto nulla; i due avevano partecipato ad un' altra spedizione Monzino al Kanjut Sar, brillantemente conquistato da Camillo Pellissier. Nel 1960 Bich fu di nuovo assente, trovandosi in Groenlandia con Monzino; in Groenlandia era ritornato ancora nel 1961, ma il 12 agosto era già a casa. Proprio pochi giorni dopo aveva inizio un periodo di caldo e di bel tempo che in breve metteva la parete in condizioni favorevoli. Nava telefonava a Jean e l' intesa era raggiunta.

Bich, Nava e Pierino Pession si mettono in cammino nel pomeriggio del giorno 29 e pernottano all' alberghetto dell' Hörnli. Partiti all' una, hanno la spiacevole sorpresa di trovare la parete in piena oscurità perché la luna, che pure splende piena nel cielo, non la illumina affatto. La ricerca del punto d' attacco diventa difficile e li fa tribolare a lungo.

Soltanto alle tre iniziano a salire lo scivolo di ghiaccio che adduce a rocce bianco-nere e quasi verticali. Queste rocce escono dal ghiaccio come costoloni, hanno una struttura liscia e sono ricoperte da neve, ghiaccio e vetrato. La montagna sembra quieta e tranquilla, ma poi cominciano a cadere pietre. Non è piacevole quel sibilo rabbioso sulla testa, non è piacevole quel colpo sordo quando battono sulle rocce e si frantumano in miriadi di schegge. Proprio alla traversata verso destra del canale ghiacciato - un punto cruciale del percorso - Jean si vede precipitare addosso un blocco enorme ed istintivamente si appiattisce sotto una sporgenza contro la quale il blocco urta sparpagliando all' intorno una mitragliata di polvere e proiettili. Soltanto più tardi è possibile rendersi conto dell' origine di queste scariche; sono provocate da un' altra cordata, più alta, formata da due Inglesi. Che tale cordata li avesse preceduti i nostri sapevano; non sapevano che avessero bivaccato e che ancora si trovassero in parete.

Gridano il loro avvertimento sperando che quelli facciano maggiore attenzione, ma gli Inglesi o non li intendono o non li capiscono. Fortunatamento poco dopo sbagliano strada e gli Italiani, attraversando verso destra, si sottraggono alla linea della caduta delle pietre.

Le ore trascorrono una dopo l' altra, le difficoltà si susseguono incessanti e non si trova un posto dove i tre possano riunirsi per una sosta o per rifocillarsi. La nostra cordata ha trovato le tracce del bivacco degl' Inglesi; costoro hanno trascorso la notte seduti su uno spazio largo una spanna, i piedi nel vuoto con i soli talloni appoggiati ad un minuscolo gradino ricavato nel ghiaccio. Unico alimento usato da Bich, Pession e Nava è lo zabaione; però estrarre dal sacco la borraccia rappresenta un serio problema per l' equilibrio sempre precario sui minuscoli appigli e per il gran freddo che penetra nella schiena ( malgrado la giornata sia caldadiventa perfino piacevole riprendere il peso sulle spalle.

Gl' Inglesi, accortisi d' aver sbagliato itinerario, piegano a loro volta per raggiungere e seguire quello aperto da Jean. Le parti ora si invertono ed alle altre preoccupazioni si aggiunge quella di non muovere pietre che vadano a colpirli. Sulla parte terminale della parete, dove la roccia predomina, Pierino infila la piccozza tra il sacco e la schiena per avere libere tutte le due mani; ma quando toglie il sacco la piccozza spicca un volo e va decisamente ad atterrare novecento metri più in basso sul sottostante ghiacciaio. La parete è veramente formidabile, non lascia un momento di sosta o di tranquillità, sempre richiede attenzione estrema; se uno scivolasse, sarebbe estremamente improbabile arrestarne la caduta. Ciò implica uno sforzo psichico incessante e la tensione nervosa viene aumentata dalla tristezza incombente sulla parete, tetra e deprimente. L' ambiente si manifesta recisamente contrario all' uomo che osa penetrarvi; lunghe colate di ghiaccio si stendono come lenzuoli funebri tra rocce disgregate e pronte a muoversi non appena tócche. Rébuffat, che ha scalato le tre massime pareti nord delle Alpi, giudica questa del Cervino la più impegnativa, non per difficoltà tecniche, ma per la lunghezza ( 1100 m di dislivello ) e per la tensione nervosa continua.

Alle 17 i tre sbucano proprio sulla croce, a pochi passi dalla vetta italiana. Una breve sosta per rifocillarsi e scattare qualche foto, indi si mettono giù per la via normale italiana. Alle 19 vedono arrivare in vetta i due Inglesi che dovranno certamente affrontare un secondo bivacco. La nostra cordata raggiunge invece il rifugio Luigi Amedeo, vi pernotta ed il giorno seguente discende a Cervinia.

A trent' anni dalla sua conquista si può trarre un bilancio su questa parete.

1° La prima difficoltà da considerare è quella della lunghezza dell' ascensione. Finora poche cordate - perché velocissime - hanno evitato il bivacco.

2° Non esistono difficoltà tecniche estreme; grave invece il pericolo rappresentato da ciò che cade dall' alto, specialmente nel tratto inferiore della parete. Anche le pietre rimosse dalle comitive che percorrono la via normale ( Hörnli ) vanno a finire sulla nord.

3° La disgregazione delle rocce costituisce un' insidia continua. Per questo la parete non può essere affrontata quando sia molto asciutta; occorre che un minimo di ghiaccio e neve ne cementi la mal-salda costruzione. Gradinare non è facile: occorre evitare che la crosta gelata si stacchi dalla roccia pur ricavando un appoggio sufficiente per i ramponi. La cordata italiana ha usato i ramponi fin sulla vetta, ad eccezione di Jean Bich che li ha tolti nella parte terminale.

Questi particolari spiegano perché la nord del Cervino in un periodo di trent' anni sia stata scalata soltanto 15 volte.Varie di queste salite si sono effettuate nello stesso anno, anzi a distanza di pochi giorni una dall' altra; valida conferma che per questa ascensione occorre attendere il periodo favorevole, periodo di brevissima durata che si presenta soltanto a distanza di anni.

4° Una via di uscita esiste a circa 4000 m dove si può deviare a sinistra raggiungendo la capanna Solvay. È l' itinerario seguito da Horeschowsky e Piekielko nel 1923; dagli Italiani Piero Nessi e Giuseppe Andreani nel loro tentativo dell' agosto 1961.

Un' altra via di uscita sotto alla testa consente raggiungere o la cresta di Zmutt o quella dell' Hörnli ( itinerario di Carrel Luigi con Deffeyes e Maquignaz nel 1941 ). Dallo Zmutt lungo la galleria Carrel si può raggiungere il colle Félicité, dalla cresta dell' Hörnli si può scendere alla Solvay. Ove però una cordata sia giunta a questa altezza, le si porrà il problema se proseguire fino alla vetta ( ormai vicina ) o affrontare la traversata della parete con minori possibilità di assicurazione. Per salire alla vetta o per attraversare occorre circa lo stesso tempo; in caso di ripiegamento per cattivo tempo il raggiungere lo Zmutt o ( meglio ) la cresta dell' Hörnli significa affrettare la discesa.

5° La salita invernale non è stata ancora effettuata per quanto alpinisti di prim' ordine l' abbiano tentata. D' inverno vengono in gioco la brevità delle giornate ed il freddo intensissimo ( varie decine di gradi sotto zero ). Il bivacco dovrebbe effettuarsi in condizioni di estremo disagio, senza l' ausilio di un terrazzino ed a contatto di neve e ghiaccio. Se queste difficoltà appaiono superabili alla luce delle ultime esperienze, restano però le difficoltà tecniche: trovare in condizioni buone l' intera parete è molto improbabile. Se la parte inferiore non sia ricoperta da una coltre troppo alta di neve polverosa e presenti una superficie dura, la scalata diventerà estremamente impegnativa nella

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