La parete nord della Cima di Vazzeda

Di Giovanni De-Simoni.

Forse nessun' altra parete nel Bacino del Forno ha saputo incutere rispetto e tener lontani gli alpinisti quale la Nord della Vazzeda, balzo di rupi sconvolte e informi Ball' aspetto repellente, placcate di ghiaccio, luccicanti di vetrato e percosse da incessante mitraglia di pietre cadenti.

La rupe poi è un miscuglio di ogni sorta di rocce.Vi si trova del soli-dissimo granito bruno e della bionda dolomia sfatta, delle chiazze bianche quarzose, delle fascie verdognole di roccia che si sbriciola al solo toccarla e un caos di sfasciumi su tutte le cengie. E un versante in via di transizione fra lo stato in cui si trovava una ventina d' anni fa, per molte parti ricoperto da sdruccioli di ghiaccio, e quello futuro in cui, scoparsa ogni traccia di neve, anche la roccia si spolvererà di dosso tutto l' attuale sfasciume e si presen-terà asciutta, solida e attraente.

Sono 450-500 metri di dislivello di cui le prime diecine si guadagnano per ripido ma facile pendio di ghiaccio. Attaccate a stento le rocce leviga-tissime dell' attacco, ad occidente della lingua di ghiaccio, procediamo poi per un centinaio di metri su rocce rotte con facilità, ma con estrema cautela. La scalata si svolge quasi interamente sulla faccia NW dello sperone centrale della parete, ora quasi sul filo di detto sperone, ora prossima al fondo del canale-colatoio di destra. Meglio precisando: attraversiamo per una trentina di metri verso destra sino ad una placca ghiacciata, vicina al fondo del canale-colatoio. Saliamo quindi diagonalmente verso sinistra per lungo tratto su rocce solide, ma difficili. Ad una caratteristica placca bianca, attra- 1 ) Prima ascensione assoluta: Agostino Parrà vicini, Luigi Gazzaniga, Antonio Citterio e Giovanni De-Simoni, il 23 luglio 1935.

Die Alpen — 1936 — Les Alpes.36 versiamo decisamente verso destra ( difficilissimo ) e proseguiamo per una serie di lastroni spioventi verso destra sul canale, sino ad imboccare un camino con massi accatastati. Qualche metro di fianco, nel canale, v' è un posto di riposo.

Al termine del canale, ci portiamo sotto un' erta paretina vetrata che superiamo direttamente con gravissime difficoltà ( chiodo lasciato ). Qui ci troviamo sbarrata la via da una formidabile fascia di strapiombi, che dobbiamo aggirare scendendo verso sinistra su liscissime placche sino a raggiungere, in fuori sullo sperone, l' imboccatura d' un diedro espostissimo e oltremodo difficile ( altro chiodo lasciato ), che ci permetterà di raggiungere un' ampia terrazza sopra gli strapiombi.

Estenuati dalla continua tensione nervosa per le pietre che incessantemente fischiano sul capo e per la fatica di un' arrampicata che ormai dura da parecchie ore, ci eravamo su quella terrazza illusi di poter riposare! Una paurosa caduta di sassi, vicinissima, ci fece intendere il chiaro ammonimento e dovemmo subito ripartire.

Superiamo, piegando lievemente verso sinistra, una settantina di metri di rocce difficili, sino ad uno spuntone dello sperone che marca il centro parete. Perdura l' esposizione ai sassi. Per il filo dello sperone su rocce bianche, infide e mai elementari, guadagnamo circa un centinaio di metri, quanti ci separano dalla vetta.

Da un punto di vista esclusivamente tecnico è, nel complesso, ascensione che raggiungerebbe solo in alcuni tratti il quinto grado. Ma è lecito considerare l' ascensione dalla pura difficoltà tecnica? Abbiamo dovuto arrampicare non soltanto con gli scarponi ai piedi, ma con sacco e piccozza sulle spalle. Assicuro che i lunghi tratti di quarto e quinto grado diventano, in tali condizioni, qualche cosa di più!

La vittoria ci costò ben undici ore ( dato anche il numero dei componenti la cordata ) ed impiegammo per assicurazione dodici chiodi.

Sul primo tratto di parete ci accompagnò il vociare e l' acclamare incuriosito di un numeroso gruppo di alpinisti della Bergschule della Capanna del Forno, che si erano portati al Passo Vazzeda.

Quando, verso sera, stavamo superando l' ultimo tratto, scorgemmo, compagni di lotta, due alpinisti probabilmente elvetici che procedevano sulla vertiginosa parete di ghiaccio della Cima di Rosso, impegnati in una delle poche ripetizioni della sua parete NE.

Quella sera, fra le calde luminosità di un calmo tramonto che tutto vestiva — rupi e ghiacciai, valli e casolari lontani — di irreale e di sogno, ci affondammo, lieti, nella Val Malenco e, toccati i più alti pascoli, in un misero baitello, arcadicamente passammo la sera e, più o meno confortevolmente, vi pernottammo. All' indomani... altri sogni da realizzare, altre sensazioni da vivere, altre memorie da collezionare per il proprio patrimonio interiore.

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