La voce della montagna

Di Remo Patocchi.

Implacabile dardeggia il sol di Luglio sul ciclopico ghiacciaio, incuneato fra aspre e scoscese rupi, che lo tengono sospeso sopra l' immane morena, sconvolta e dilaniata. Dagli antri profondi, dai serpeggianti labirinti, sale un tenue mormorio melodico di nenia lontana, che, a poco a poco, si fa più distinto e sembra un dolce colloquio d' amore fra tortorelle.

Sotto il formidabile strapiombo di ghiaccio, il corridoio sventrato apre la sua bocca mostruosa, dalle labbra di acciaio; l' acqua ne esce impetuosa e fremente, balza, scroscia e rimbalza, striscia e si allarga sulla nera lavagna, incalza, spumeggia e s' infrange gemendo nell' incavo sottostante, seminato di pietrame tetro e ferrigno.

La gran fonte perenne procede or lenta, or minacciosa, nel regno sassoso; s' indugia sfiorando i primi muschi gemmati di candidi ranuncoli, si scuote e serpeggia sulle granitiche balze e canta, canta colla sua più bella voce. Raggiunge, scherzando, verdi e vellutati tappeti, dove smaglianti stelle gen-zane contrastano colle delicate soldanelle.

Poco lungi, ai piedi di un maestoso contrafforte, esce zampillante una consorella, con un canto soave come un sospiro, e più in là, una seconda, una terza annunciano susurrando la loro presenza. E tosto avviene il fraterno amplesso, accompagnato da canti sonori, che sembrano gaudiose voci di sirene.

L' irrequieto fiumicello procede ora fra massi potenti, pennellandoli di striscie morbide ed oscure, arrotontandone le forme: è la lotta secolare colle roccie vive della montagna, che non ha tregua. Ad un gran svolto, ai piedi delle nevi eterne, scompare sotto i resti di un' immensa valanga, seminata di pietrame e di terriccio, e, per un pò, la sua canzone tace. All' uscita dalla tortuosa e gelida galleria, il volume delle acque cristalline è sensibilmente aumentato e avanza maestoso verso la prima voragine, nera e profonda, contornata da poggi cespugliati di rododendri in fiore, armonizzanti con graziose arniche dorate, dal lungo e flessibile stelo.

Un torrione roccioso, sporgente sull' abisso, porta una gran croce piegata, con un braccio spezzato: forse ricorda una tragica morte, forse un semplice atto di devozione dei buoni montanari. L' acqua delirando affronta il primo balzo e si rovescia contro un gran masso, incuneato fra le pareti; sprizza altissima a forma di ventaglio e sorpassando con eleganza l' improvviso osta- colo, precipita nel baratro e ne raggiunge spumeggiante il fondo, con un rombo sonoro e fremente; ma subito si rabbonisce e dolcemente s' indugia danzando sotto le volte, tra gli anfratti, e sembra chiamare il silenzio e la pace del fondo di smeraldo, antica dimora di ninfe. In alto, fra le roccie, un solitario cembro incurva i suoi tormentati rami, quasi a respirare il fresco alito e le sue fronde stillano goccioline luminose, che sembrano occhi di perle. Le pareti nere e gocciolanti rendono echi lamentosi e pur dolci: di fronte, la gran pineta selvaggia rabbrividisce al vento glaciale della cascata.

Le acque, calmate, riprendono tosto il loro aspro cammino, or saltellanti di balza in balza, or slabbrando, in forti curve, la' montagna silvestre e anelano il piano. Sboccano infine, con riposante ritmo, attraverso i mugghianti e tintinnanti pascoli, dove una miriade di variopinti fiorellini, dal profumo delicato, predomina sul verde caldo e sereno.

Oh dolci e fresche acque dell' alpe, che ricordate candide e maestose vette, vertiginose guglie foranti il cielo, scintillio vibrante di ghiacciai, por-tate all' umanità che lotta, soffre e spera, il vostro balsamo vivicante, fecondo e la musica del vostro riposante, ieratico canto.

Berichtigungen.

I. Barre des Ecrins und La Meije.

( Aprilheft. ) Der Verfasser teilt nachträglich mit, dass die Bilder zu seinem Aufsatz nicht von Max Mäglin in Basel, sondern von ihm selbst aufgenommen wurden.

II. Zum Matterhornunglück 1865.

( Juniheft. ) Seite 209, Zeile 12 von oben: Col Dolent statt Dolcent.

Seite 210, Zeile 11 von oben: 7. Juli statt 9. Juli.

Seite 217, Anmerkung 3: and statt 3rd.

Seite 219, Zeile 2 von unten: but tant statt buttant.

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