Libero cielo

, „ ^,Di Giusto Cervasutti f

Con 1 tavola ( 101Giusto Gervasutti, l' atleta fuori classe, come solo in qualche sport tutta una generazione a volte sa dare, era fornito d' una spiritualità viva e ben aperta alla fascinosa poesia dell' alta Montagna, così com' era fornito delle più solide qualità morali. Senza di queste, è stato giustamente sottolineato dal suo amico e compagno di corda Lucien Dévies, grandi alpinisti, non ne esisterebbero.

Un bagliore di quella Sua spiritualità e di quella Sua forza morale, attraversa questi ultimi frammenti inediti, che alcuni Suoi allievi hanno con devozione raccolto, mentre un' ansia sembra premervi. La stessa ansia dell' alpinista allorché, le mani afferrate al tagliente dell' estrema cresta, s' affaccia dalla vetta su un altro mondo, verso un nuovo libero cielo.A. Biancardi ( Torino ) Al disopra delle luci e delle ombre, di cui s' illuminano e si velano i ricordi alpini, domina sempre quel complesso di sensazioni emotive ed estetiche, che sono alle radici dell' essenza dell' alpinismo e, alla fin fine, la ragion d' essere delle nostre fatiche... Quando il pubblico ci domanda cosa proviamo lassù e perché vi andiamo per vie così scomode, quando altre vie ben più facili potrebbero condurre alla stessa meta, generalmente non sappiamo cosa rispondere, o rispondiamo evasivamente, perché la vera risposta ci sarebbe troppo difficile. Ma in noi, la risposta c' è. Ce l' hanno data quelle poderose rocce a piombo, quei vertiginosi canaloni ghiacciati, quelle creste fumanti di tormenta come criniere al vento di cavalli in sfrenata corsa, laddove abbiamo lottato con tutte le forze per farle nostre, quei cieli, ora azzurro profondo come oasi lacustri, ora solcati da irrequiete nuvole, turgide di tempesta, quei cieli nei quali abbiamo trovato il grande riposo, o il grande incentivo alle estreme battaglie.

Ma il nostro vagabondare di vetta in vetta, è anche un ansioso ricercare noi stessi, nella forma più completa e più armoniosa.

Naturale, che chi è costretto ad agire su un campo sempre più ristretto, sempre più conosciuto, tenda a cercare e a creare personalmente, quell' itinerario sconosciuto che gli dia quelle sensazioni emotive, di cui necessita il suo io. Naturale invece, che chi agisce in località vergini, sconosciute, cerchi la via più facile per raggiungere una vetta. La sua ricerca dell' ignoto è soddisfatta. Anzi, in questa diversa tendenza, è facile rilevare uno degli intimi moventi dell' alpinista. Qui, la via nuova è necessario crearla. Là, è sufficente scegliersi la montagna che è ignota. Logico quindi, come l' alpinista sia, a lungo andare, maggiormente portato verso le regioni inesplorate. Qui, dove tutto è noto, è costretto a sostituire con il palliativo dell' immaginazione, quello che l' ambiente nella realtà gli nega.

L' alpinismo delle masse, è forse un dovere sociale. Ma l' alpinismo vero, resterà sempre un' arte squisitamente individuale.

Nell' ansia di andare, gli uomini seguono soltanto l' occulto richiamo che domina inconscio sulle loro anime. È per essi come proiettare la propria personalità nel! ' infinito. È come voler dissolversi in esso. Dagli oceani sconfinati, essi passano alle foreste impenetrabili, attraversano i deserti e le distese ghiacciate più desolate, dove ogni forma di vita scompare. Si spingono ora, agli estremi vertiginosi vertici della Terra.

So che molti irridono alla manìa di quelli che compiono tutte le primavere gli stessi passaggi, spesso innumerevoli volte, gridando alla degenera-zione sportiva. Sono i contemplativi. Esseri superiori che spaziano liberamente nelle armonie del cosmo ed esercitano la mente durante i lunghi inverni alle dure ascensioni spirituali, che permettono loro di afferrare, dal fondovalle o da qualche facile salita che compiono di solito scoppiati, quelle emozioni estetiche che sfuggono agli altri. So di alcuni infine, che sdegnano apertamente di avvilirsi su piccole montagne — non sono neppure montagne —, e preferiscono affrontare vertiginose guglie o ripidi pendu al disopra dei quattromila, trascinati a viva forza da robuste e ben allenate guide, alle quali chiedono « aita » nei momenti cruciali, con ben modulata voce di testa. Non comprendo né gli uni né gli altri. Ma entrambi, ugualmente ammiro.

Raffaele Carlesso, ripete le vie di Dülfer ancora avvolte nel mistero; il grande amico scomparso Celso Gilberti, aumenta di giorno in giorno il suo ardire; Emilio Comici, vince gli strapiombi delle Tre Sorelle; Renzo Videsott, supera la gran muraglia della Busazza; sulla parete nord del Civetta, Attilio Tissi rivela di colpo le sue qualità di arrampicatore nato. I nomi degli alpinisti italiani, fanno ormai degna corona a quelli degli stranieri.

Eugenio Guido Lammer, rivela nella montagna un nuovo mezzo di indagine introspettiva. Non cerca più come gì' Inglesi, la scoperta della nuova vetta, ma scopre la potenza intcriore. Non è detto che alpinisti a lui antecedenti, non sentissero questa spinta inconscia dentro di loro, ma è il primo a rivelarla. Egli però, manca dell' abilità del grande alpinista, manca di rilevanti imprese. L' artista, ha bisogno di fondere l' interpretazione e la tecnica, per attingere vette elevate 1 La dote migliore che si richiede ad un alpinista? La lealtà!

Non c' è miglior modo di onorare il compagno caduto, che d' intitolare alla sua memoria una nuova via. Un' azione simile, si può paragonare ad una ciclopica scultura: gli antichi Faraoni, si facevano erigere sui loro se-polcri, colossali piramidi. Ma io domando, cosa possa esistere di più colossale ed imperituro, alla memoria d' un alpinista, della traccia ideale ed eterna, sul sasso che da millenni esiste e per millenni esisterà, ricordando anche ali' ultimo uomo, chi nell' audacia ali' uomo fu superiore e si avvicinò ciclo-picamente ad un Dio!

Ora, non più incubo di valanghe, non più sibilo di sassi, ma davanti a noi, il cielo: solo il libero cielo.

Expédition suisse au Mont Everest 1952

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