Lo scopo e il perché

Giuseppe Macchiavello, Rapallo ( Racconto )

Tornato per la prima volta quest' anno s' avvi l' estate - alle montagne, e più precisamente qui nella Val Vera, zona che frequento come alpinista più di ogni altra, ho avuto una sbalorditiva sorpresa.

Appena arrivato quassù a Pianale, sceso di macchina, per prima cosa ovviamente rivolto lo sguardo alle montagne appunto, schierate maestose li davanti, cosa vedo? è successa una cosa inimmaginabile: si sono allontanate.

Allontanate le montagne si sono, diavolo; e di un bel po '. Ma va scemo, mi dico. Guardo meglio, e poi guardo ancora fissando attentissimamente, non riuscendo a capacitarmi. Eppure è così. Non c' è alcun dubbio. Mi caschino gli occhi se non è così.

Allontanate, ma come? Spostate tutte quante intere? Vediamo. Veramente mi sembra che i basamenti, i primi declivi, i contrafforti, inizino negli stessi punti di prima. Le parti sopra allora, alpeggi morene ghiacciai pareti e vette? Ecco, sì.

Come se si fossero accresciute nelle loro regioni superiori le già altissime moli? Ecco, sì. Innalzate. Ma i sospesi pianori, le fiumane gelate e i canaloni, gli scivoli candidi e le muraglie, i vertici, le creste estreme, in qualche modo sono anche arre-trati, si sono fatti in là. ( E mi pare inoltre di rilevare: l' irradiazione di lassù, splendore, gloria di magnificenza e di intangibile isolamento, non è forse come attutita, di qualche tono indefinibil-mente smorzata ?) Il mio disorientamento comportava un' ur di sincerarmi, di darmi una spiegazione. Cerchiamo di restar nella logica, mi ripetevo. Illusione ottica effetto della mia protratta permanenza in pianura, falsa impressione perché disabi-tuato ad avere di fronte gli aspetti dei rilievi montani ( e questi per di più son così imponenti ). Eppure no, sicuramente no. Trovatomi nella stessa situazione chissà quant' altre volte, non si è mai verificato nulla di simile. In questo posto poi. Non è assolutamente pensabile. Sono monti che conosco e rammento troppo bene...

E neanche dipende dalle condizioni atmosferiche. Lo so bene cosa avviene. Una foschia anche tenue, sfumando, sfocando le immagini dell' alta, le trasferisce automaticamente nel piano del vagheggiamento, le spinge nell' hima dell' immaginazione, con meccanismo strettamente conseguente alla già straordinaria fantasia e irrealtà di forme del mondo alpestre. Le fitte nebbie, le gonfie e cupe cortine della tempesta, oltre che drammatizzare il portamento di severità e distacco delle somme solitudini, le recingono addirittura in una dimensione inaccessibile fisicamente. Ogni nevicata conferisce alle elevazioni modeste effimera investitura di importanza; e le maggiori masse montuose, può ingigantirle al punto di svincolarne temporaneamente del tutto da questa terra le aeree sommità trasognate. Ma niente di tutto ciò: è bel tempo, bellissimo. Una giornata limpida, il cielo è terso, forbito da briose correnti d' aria settentrionali, un mattino a lente di cannocchiale, di quelli che favoriscono la visuale e semmai li avvicinano, i paesaggi. Chissà come mai, lo noto di nuovo, a dispetto di ciò poco brillio, scarsa forza nella carica di atmosfera delle eccelse eminenze? Ma nettissimi i contorni, spiccatamente distinti i dettagli delle forme. E allora, cosa pensare?

Ero al punto di prima. Le vette fattesi più distanti in misura evidente, e sarebbe stato abbastanza per meravigliarmi oltre ogni dire ( anche se già un po' cominciavo ad accettarlo, perché ho sempre creduto le montagne capaci di magia ). Il come e il quando dell' accaduto, a me ignoti. Ma soprattutto la ragione, di ciò, mi premeva capire. E c' era dell' altro ancora che mi stupiva. La gente, quelli che passavano, si comportavano come se niente fosse. Il fatto pareva non toccarli, o chissà, non se n' erano neppure accorti ( possibile ?!), o forse avevano avuto il tempo per abituarsi. Ma a una novità simile!

Io, con tutto che ho sempre ritenuto di essere piuttosto vicino al senso delle montagne, abbastanza in confidenza con esse, e in particolare di saper concepire l' esistenza di certe loro illimitate facoltà, ebbene, intanto mi sentivo totalmente confuso, sbigottito. Una faccenda troppo grossa.

Così sono risalito in auto e, ridisceso per un tratto dal capoluogo verso la frazione Sant' Orso, ho svoltato a sinistra e preso su per i tornanti che conducono a La Frangia. Avevo deciso di recarmi da Angelo.

Da Angelo Armand, la guida alpina. La fama di rocciatore e ghiacciatore di primissimo rango che si fece da giovane è tuttora ben viva; ma egli anche ha una caratteristica che siamo in meno a conoscere: quella di sapere tutto sulle montagne.

Mentre una svolta dopo l' altra guadagnavo quota sulle pendici in pieno sole ( e di fronte, di là dei due convergenti valloni di Contro e delle Col-me, le altitudini, nonostante ch' io salissi, non si ridimensionavano affatto, anzi ) ci pensavo. Angelo da l' impressione di dialogarci, con le montagne, e in un modo specialissimo, estremamente intimo e familiare quanto solenne profondo e rispettoso. È per questo che lo si considera una specie di mago delle altezze. Con lui prima che con chiunque altro, mi ero detto, devo parlare di questa strabiliante trasformazione dei monti. Se qualcuno poteva darmi una spiegazione, lui. Siamo anche grandi amici.

C' era. L' ho scorto subito, fuori nello spiazzo davanti al suo chalet: osservava la grande catena delle Scale stagliata là dirimpetto, tranquillo, imperturbabile come sempre, quasi che niente fosse mai successo, niente cambiato, la situazione si presentasse normalissima.

Mi si è fatto incontro col consueto calore. Siamo entrati in casa e ha fatto un ottimo cafiè. S' è parlato un po' del più e meno, quindi mi sono deciso ad accennare che ero da lui per un motivo preciso, per chiedergli di spiegarmi « ccos' è novità delle tue montagne », così gli ho detto. Ma, con mia nuova sorpresa, mi ha guardato con espressione così normale e calma che ho dovuto render-mi conto che non aveva realizzato, e probabilmente pensa va ch' io progettassi qualche salita e deside-rassi indicazioni e consigli, o, come molte altrevol-te, intendessi chiedergli di compierla insieme. Ma, che non capisse, come poteva darsi? Forse, va a vedere perche motivo, si nascondeva, dissimulava. Se vuole sa essere imperscrutabile; e anche malizioso.

« Intanto andiamo a fare due passi », mi fa.

Siamo usciti ed eccoci incamminati lentamente per la radura in leggera ascesa, dolce d' erba trapunta di fiori già molto alta. Questa prateria ogni volta che la ho vista m' è parsa più bella, la classica « schiarita » incastonata come scrigno di gioia l' abetaia fittissima, nera e misteriosa. In quest' oc invece, non so, la sua serenità mi sorride meno, né la circostante selva da leggende mi da quel certo gradevole turbamento.

« Allora come va, scrittore? » dice, è il suo modo di adularmi benevolmente. Ma io non intendevo tergiversare e ho affrontato l' argomento.

« Senti... Cos' è stato? » Mi ha guardato serio e interrogativo. Troppo serio perché fosse finzione. « Ma dai » ho insistito « non mi dirai che proprio tu non ti sei accorto, diavolo, che non hai visto e non vedi. Ce le hai qui di fronte! » Mi accaloravo, ansioso.

Ha dimostrato ancor più interesse: cioè, s' è messo addirittura a stuzzicarsi con le dita la barba, in un particolare modo che gli conosco e che può significare persino sconcerto. « Per favore dimmi chiaramente », e mi ha battuto su una spalla.

GliePho detto. Gli ho detto tutto, anche se nel farlo mi sentivo ormai un matto visionario. Durante il non breve discorso, ho sempre tenuto gli occhi al sentiero e alle sue sponde verdi e fiorite, a due metri dalle mie scarpe, non ho guardato mai il suo viso. Per il timore di vederlo fissarmi ironicamente, o peggio, mettersi a ridere. Invece, quando infine mi sono volto verso di lui, era concentrato e come preoccupato. Dopo pochi attimi stava già rispondendomi.

« Prima di tutto voglio dirti una cosa, ed è questa: m' è sempre piaciuto il tuo modo di intendere la montagna. Anche perché è affine al mio... Chiamarlo fede è usare una parola grossa: ed è proprio perciò » - qui sì che ha ridacchiato, il suo riso breve, come di autoderisione, compensativo, delle rare volte in cui lascia vedere di star prendendo sé stesso sul serio - « è proprio perciò che lo definisco così. Una fede, per quanto strana, ecco cos' è, so che sei d' accordo. Strana fede nella pietra e nella neve, non meno che nella salita e nell' al. Tutti questi elementi infatti noi non li disgiungiamo mai. Qualcosa di simile l' ho letto proprio scritto da te. Se l' attrazione è unicamente quella dell' asprezza della parete, della sfida della vetta, si tratta solo d' orgoglio, per quanto in una forma sublime. Invece noi, tu, io, altri, siamo anche certi che la materia apparentemente inerte di lassù sia tutt' altro che inanimata. È convinzione che assumiamo dalla varietà e dal simboli-smo senza eguali delle sue forme, dall' eccitazione, strana anch' essa, che danno i suoi spazi e volumi, dalla sua più che sostanziale purezza, dall' ecce intensità espressiva delle sue innumerevoli trasfigurazioni, dal mordente che sull' animo non meno che sul fisico esercita l' aria stessa di cui essa si circonda, dai sottili e affilati turbamenti che ogni dove tra le montagne proviamo. Tutt' altro che inanimata! Al contrario, guardiamo, a volte senza manco rendercene conto, alle grandi cime come a coscenti entità superiori, d' una sfera soprannaturale. Il loro è un regno portentoso, non è così?, esse vi compiono incantesimi, cose favolose, certune a noi inimmaginabili, di inconcepibile bellezza. Noi le saliamo in cerca almeno dei riflessi di tutto ciò, ambiziosi di doni; e ne riceviamo altroché, ma contenti non siamo mai, la prossima speranza è sempre quella di un accadimento maggiore, di quelli che valgono davvero tutta una vita. Comunque, sappiamo che le montagne tutto possono. Qui intanto volevo arrivare. Tu le trovi oggi che ostentano maggiore stacco e concedono minor fulgore: te ne stupisci assai ma infine non lo trovi inverosimile, assurdo. Ci credi. Ed io dico che è giusto, perché si tratta senz' altro di un evento reale. È tutto vero. Senonchè credo che sia vero soltanto per te, che solo te riguardi. » « Ah !? Questo pensi? E i motivi? Quali sarebbero i motivi? » « I motivi restano da vedere. Ma cerchiamo di arrivare anche a quelli. » Ci siamo girati entrambi, contemporaneamente, verso le grandiose architetture di rupi e di nevi, intervallate dagli alvei dei calmi o tormentati corsi glaciali. Diavolo, dal fondo alle vette, ora, per me, che spropositata distanza. Da qui lo constatavo ancor meglio. E come un pallore nei giganti, nell' interno dei loro consueti colori e bagliori.

Angelo all' improvviso: « Anzitutto, scusa un po ', giovanotto quanti anni hai? ».

« Trenta ».

« Bé, non molti ancora; sai, stavo riflettendo se per te non fosse accaduto semplicemente ciò che capita a ciascun alpinista quando deve cominciare a tener conto della sua età. Da quel momento, è naturale, le cime cominciano fatalmente a ritirarsi, sempre più in alto e lontano, sebbene a poco a poco, in proporzione a ciò cui egli deve rinunciare. Sinché il giorno viene, dopo tanto tempo, se si campa abbastanza, che rientrano del tutto, chiudendovisi di nuovo e definitivamente, nel mondo fiabesco, proibito, irraggiungibile, che rappresentavano quando si era bambini, ricordi? A te, in merito a qualche salita impegnativa che ti stia a cuore, t' è ancora capitato di dirti,ormai non me la sentirei più ', o qualcosa di simile?

« No, grazie a Dio. Non mi sento meno in gamba, ad esempio, dello scorso anno. » « E ti riferisci alla sud della Due Castelli, in particolare. La più difficile scalata, ritengo, che abbiam fatto insieme. Due giorni duri, con un bivacco gramo. Rammenti quanto ghiaccio sulle placche del pilastro? E il temporale sotto la vetta, quei fulmini, brrr, così vicino, e la fiumana di grandine che scorreva sul fondo del canalone e per poco non ci ha spazzati via... E che improvvisa pace totale subito dopo la buriana, e che bello essere aldilà della disavventura, vivi e sani. Eh !? Va là, ti sei battuto bene anche tu quella volta. Se sarai nella stessa forma di allora, appena possibile propongo di andare alla diagonale' della Spina Grande. E altrettanto salata, e magari anche di più. Dopotutto, scusa: se queste vette ti risultano più alte, meglio! Avrai maggior soddisfazione ad arrivarci! ».

« Maggior soddisfazione potrebbe essere, ma a condizione, diavolo, che mi resti la voglia di andarci, che senta convinzione.Vedi, invece questo aumento di dimensioni e di statura non mi alletta affatto. » Angelo, con occhi diventati penetranti, indagatori, per qualche attimo ha frugato nei miei. Mi sono sentito a disagio. S' era zittito, e da lì avremo fatto buoni cento metri senza dir parola. Ambedue guardavamo lo scivolare lieve, sul prato, delle ombre di certe nubi candide, ricciute e gaie ( for-tunate loro ), che isolatamente ora transitavano, altissime.

Poi mi ha chiesto, di punto in bianco: « E i tuoi racconti di montagna, come vanno? » « Ah ecco, a proposito, non chiamarmi più ,scrittore ', per piacere. Non ne ho più scritti. Non scrivo più. » « Come sarebbe, ,non scrivo più '? » « Proprio così. Basta. Ho chiuso. » « Ma va che ci credo. Spiegati. » « Ho smesso. Quanto lo scrivere mi appassio-nasse lo sai. All' inizio, credevo di aver dentro un' infinità di cose da dire, tutte molto belle, e di poter riuscire a renderle con la penna piuttosto bene. Così ci ho provato, con entusiasmo e insistenza. Senonchè, non mi hanno mai gran che soddisfatto, i miei racconti. Anzi, via via mi son costati sempre maggior fatica, diavolo, e mi son piaciuti sempre meno. Consensi, poi, non che sia andato a cercarli, ma ne ho avuti proprio pochini... Una progressiva delusione. Finché mi sono convinto che non valeva proprio la pena. Ho piantato lì, dall' anno scorso non ho più scritto una riga, né ho intenzione di farlo. » « Ma... Senti, non ti pare d' esser stato un po' troppo severo con te stesso, e un po' troppo dra-stico? I ne avevo letti, di tuoi racconti, e non mi sono dispiaciuti, te lo assicuro. » « Grazie, sei gentile. Ma le cose stanno come ti ho detto. » « E dai. E Nada, cosa ha detto? Come l' ha presa? Non dirmi che lei non ti ammirava, per quel che scrivevi !» « Nada... Non ce l' ho più. Non ci vediamo più. Ci siamo lasciati alcuni mesi fa. » « Lasciati?... Ma non è possibile, dai !» « Ti dico di sì. » « O santo cielo. Ma cosa ti è successo ancora? Ma ti sei reso ben conto? Scusami sai, non sono affari miei, ma... tu e Nada! Tu, un tipo che avevo sempre visto chiuso, problematico, musone, con lei eri diventato un altro, eri sempre allegro, eri felice! » « Ebbene, è andata a finire così. » Dopo di ciò siamo avanzati per un altro tratto in silenzio, entrando nella foresta. Le colossali, spettacolose punte dall' altra parte del solco trasversale sotto di noi, han preso, ora queste ora quelle - il Gran Mantello, il Monte Sperone, la Scala Bianca e la Nera, la Cima Due Castelli, la Cima delle Varazze, la Punta d' Ombralunga, l' Uia dei Gias, l' Uia del Ponton e le altre: le pas-savo lentamente e amaramente in rassegna — a sparire dietro gli alberi e riapparire, alternamente celarsi e scoprirsi, come illusioni o tentazioni magnifiche che si spegnessero e tenacemente tornassero a rinascere e poi cadessero ancora. Anche Angelo le contemplava ad ogni loro ripresentarsi, assorto.

È stato nuovamente lui a riprendere il discorso.

« Ora, vedi, siehe so cosa pensare. Perdona se parto da lontano. È necessario. Perché si affrontano volontariamente certi cimenti? Spirito di avventura, necessità di evasione, interna spinta verso un certo tipo di sensazioni, e via dicendo. Ma c' è una formuletta che, almeno nella maggior parte dei casi, può compendiare tutto ciò e anche altro: accrescere se stessi. La solita aspirazione umana ad ingrandire il proprio io, ai nostri occhi medesimi e per la considerazione dagli altri. Il rischio è cosa affascinante e regale. Accompa-gnarsi al pericolo fa sentire — e sembrare, e forse essere - grandi, anche se magari in quel mentre si ha indosso una gran fifa. Noi abbiam scelto lo scalare le montagne: è rischio; ma anche altro. Lo consideriamo il non plus ultra, proprio per questo ,altro '. E un concentrato di avventura ma, abbiam detto, in tanti casi anche di fede, e in un teatro dove la natura ha forza nobiltà e stile senza pari. Richiede il perseguimento e l' esercizio di varie doti fisiche e psichiche, per poter misurarsi con un ambiente difficile dove non sono ammessi errori e combattere la paura, la stanchezza il freddo e gli altri disagi. E soprattutto, l' altamon presenta, a chi sia alpinista nel senso ampio della parola e non soltanto un duellante con le asperità, una disponibilità infinita di bellezza. Bellezza tanta da essere probabilmente irreperi-bile in confrontabile quantità in un altro dove. Se ne può raccogliere e mettersene dentro quanta se ne vuole. Tu m' insegni in quante espressioni si manifesti: il ghiaccio e la roccia in una varietà impareggiabile di modellature e di aspetti, tutti mirabili; il cielo che rivela nuove profondità, mette a contatto con l' occulto delle sue nuvole, ti avvicina le costellazioni; la profusione di prodigi scenici del sole e del plenilunio; la plastica perfe- zione della neve, la luce immensa che rapisce il sentimento, la mistica quiete, il silenzio che la voce non scalfisce, rumori a volte nei precipizi ma sono fiati d' eternità allo stato puro, e gli echi li raccolgono e custodiscono; e il grande vento con le sue note ultraterrene e le sue abbacinanti creazioni nevose, le scatenate tormente; il vuoto che s' inabissa e quello che ascende, entrambi ebbrezza; il miracolo degli itinerari nitidi e preziosi che costruiamo a forza di miserie come le fatiche e i timori; e la solennità stessa delle montagne, e la fissità loro che pure ha un linguaggio, ermetico ma avvincente, che cercheremo sino all' ultimo di svelare. Intensissime seduzioni, attrazioni irresistibili. Suggestioni? Miraggi? E se anche, che importa?

Si va lassù, quindi, alla conquista di qualcosa da portare con noi al ritorno: senso di maggior ricchezza intcriore, d' essersi resi migliori, più valenti, di saper lottare, di farcela.

Ma anche, ed è un elemento importantissimo, per un ricambio di entusiasmo, o direi quasi esaltazione, con cui alimentare i sogni della nostra vita.

Ora, se ti conosco bene, ciò che di meglio si può ottenere dalle nostre ascensioni, tempra del carattere, affinamento estetico e dello spirito, fierezza dell' avventura vissuta e della vetta raggiunta, dotazione di goduta bellezza rigenerante, tu in massima parte lo filtravi per rifletterlo nella ricerca di un paio di risultati che consideravi essenziali, nucleo e vertice della tua esistenza: cor-reggimi se sbaglio: riuscita nell' arte dello scrivere, identificazione nell' amore di una donna. » Non ho avuto da esitare: « Sì, hai fatto centro, mi hai fotografato. » « Bene, rifletti un momento. Perdona, sono crudo. Dal momento che questi due obiettivi, i tuoi massimi, capitali, tu per ora — e voglio sperare solo per ora - li hai lasciati, perduti entrambi... » « E cosa vuoi che ci faccia? Ma diavolo, scusa, dove vuoi arrivare? » « Piuttosto evidente, non credi?... Ma non inal-berarti. Concludo, allora. Tu oggi, davanti alle cime, pensi: lassù, andarci o non andarci? Dopotutto, cosa ci vado a fare? Così ragioni, perché le ricchezze intcriori che da là si possono recare, più non ti interessano, almeno a primo istinto. Non hai più da usarle, a chi rivolgerle. Resterebbero serrate, sepolte in te, e tu sei fatto in modo che ciò non ti basta. Peggio, ti tormenta. Orbene, i monti, suppongo, non potevano che comportarsi di conseguenza. Le cime si sono ritratte, han preso maschere scoraggianti, si sono scostate, nei tuoi confronti, nella misura in cui tu le desideri meno e le hai smitizzate. Sei smagato, disincantato. Ma almeno un pò » - mi si è messo di fronte fermando-mi, con durezza e dolcezza affrontandomi — « con-tinui, spero, a desiderarle? Guardale, che meraviglia, le montagne !» Riflettevo. Come aveva pienamente ragione in tutto quanto aveva detto! E nel mentre le ho guardate di nuovo infatti, le montagne. Le note montagne non conoscibili, arcane struggenti solitàrie supreme impossedibili mie. Abbagliante, smisurata idea impenetrabile, indecifrabile, scolpita contro il cielo in strutture immani che non mutano, imminente orizzonte incalcolabilmente remoto, dal fascino senza alcun antidoto. Ebbene, sì, sorprendentemente ancora, poco o tanto chissà, le desideravo. In modo inesplicabile, per una loro segreta via ( forse semplicemente il ricordo dei passati sogni grandi da esse propiziati ?), anche così lontananti continuano a raggiungere il mio cuore. O non è forse ch' io ormai le esamini, le apprezzi soltanto come fa con un gioiello di fenomenale valore riconosciuto un freddo intenditore?

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