Misterioso Sikkim

Sikkim

Alessandra Meniconzi, PezzoloTI

Ai piedi della Dimora dei Cinque Tesori Le colline sono segnate dalle onnipresenti terrazze con le coltivazioni di riso Zusammenfassung Im Glanz seiner von der aufgehenden Sonne in rosenfarbenes Licht getauchten schneebedeckten Höhen leuchtet der mächtige Kangchenjunga ( die fünf Schatzkammern des Grossen Schnees ), der mit 8597 m dritthöchste Berg der Welt. Den Bewohnern gilt er als Schutzgottheit, als der Gott, der dem ganzen Land Sikkim Frieden und Gedeihen sichert. Dieses südöstlich an Nepal grenzende Land von der Grösse des Kantons Graubünden wurde 1975 der 22. Staat der Indischen Union.

Aber der Kangchenjunga ist nicht das einzige Wunder der Natur in Sikkim. Das Land schiebt sich wie ein Pfropfen zwischen den östlichen und den zentralen Himalaya. Die mächtigen Ausläufer des Singalila-Massivs trennen es von Nepal, im Norden und Osten bildet die Chola-Kette die Grenze zu Tibet und Bhutan, im Süden dagegen ist es durch den halb tropischen Dschungel von West-Bengalen geschützt.

Die Geschichte des kleinen Landes ist reich an Kriegen und Eroberungszügen, zunächst der benachbarten Völkerschaften aus Tibet, Nepal, Assam und Bhutan, danach des British Empire. Die Folge waren Grenzveränderungen und Gebietsverluste: Das Chumbi-Tal kam an Tibet, Darjeeling gehört heute dem indischen Staat West-Ben-galen an, die ursprünglichen Bewohner des Landes, die Lepcha - die sich selber Rongpa, ( Bewohner der Gipfel ), nennen -zogen sich in die nordwestliche Region zurück.

Im Sommer erhält der Süden von Sikkim in reichem Mass Monsunregen, mehr als 2500 mm. Im Lauf der Jahrhunderte haben diese Niederschläge tiefe Täler in das weiche Gestein ( Schiefer ) gegraben und auch zu dem ausserordentlichen Reichtum an Pflanzen und vielfarbigen Blumen beigetragen, der grösser ist als in jedem andern Teil des Himalaya: Ende des 19. Jahrhunderts hat der englische Naturforscher Dr. Joseph Hooker 4000 Pflanzenspezies, darunter 600 Orchideenarten, gesammelt, katalogisiert und beschrieben.

Im äusserten Norden ist die Landschaft strenger und karger, die Luft klarer, ein Zeichen der Nähe der tibetischen Hochebene.

Dieses Reich der Natur beherbergt eine vielfältige Fauna: Der kleine Muntjakhirsch, der Schneeleopard, der grosse Himalayabär und der kleinere Panda sind nur einige der zahlreichen dort lebenden Tiere, dazu kommen etwa 500 Vogelarten. Allerdings sind mehrere Tierarten vom Aussterben bedroht.

Die Bevölkerung lebt noch überwiegend von Viehzucht und Ackerbau. Auf den an riesige Treppen erinnernden Terrassen der steilen Hänge werden Reis, Mais, Weizen, Gerste und vor allem Kardamom, das Hauptaus-fuhrprodukt ( 60% ), kultiviert. Da und dort beleben reich mit saftigen Früchten behangene Orangenbäume die grüne Landschaft.

Der Bau einer asphaltierten Strasse und die Öffnung des Landes haben zu den unvermeidlichen Veränderungen geführt. Schon bei der Ankunft in der Hauptstadt Gangtok fallen die materiellen und kulturellen Neuerungen ins Auge: Jeeps, Autos, Busse und Lastwagen verstopfen die Strassen. Scheussliche Paläste aus armiertem Beton wachsen regellos wie Pilze in der dichten Vegetation in die Höhe, und man spürt überall die -Gier. Die explosionsartige Geschwindigkeit, mit der sich der abendländische Wohlstand mit seinen Vor- und Nachteilen durchsetzt, birgt die Gefahr, das empfindliche Gleichgewicht der Region zu zerstören und den Verlust der wertvollen Kultur mit sich zu bringen.

Hinduismus, Buddhismus und animistische Glaubensformen leben Seite an Seite; ihre bedeutenden Tempel und Klöster bieten Gelegenheit, mit dem religiösen Leben dieser Bergbevölkerung in Kontakt zu kommen. Den Buddhismus, der wesentliche Bedeutung im Land hat, führte im 17. Jahrhundert der tibetische Lama Lhatsun Chenpo,

Aus dem Französischen übersetzt von Roswitha Beyer, Bern Verso la valle segreta del riso Lasciamo l' affascinante Darjeeling ( 2134 m ) con gli incredibili bus della S.N.T. ( Sikkim National Transport ) stracarichi di persone, bambini, galline, sacchi di riso e cereali. Seguiamo una tortuosa e sconnessa strada che si snoda come un lungo serpente attraverso le famose piantagioni del té più consumato nel mondo. La vista spazia su di un' immensa e sconfinata distesa di piccoli cespugli, che con il loro verde acceso ricoprono, formando fantastici disegni astratti, le impervie e ripidissime colline.

Più avanti, i monti, rivestiti da impenetrabili foreste intervallate dalle colture terrazzate, ci scortano fino a Gangtok, capoluogo del Sikkim.

Questa minuta regione, grande poco più del Cantone Grigioni, è divenuta nel maggio 1975, dopo numerosi disordini fra le diverse etnie, il 22 mo Stato dell' Unione Indiana.

« I Cinque Forzieri della Grande Neve » I duemilacinquecento chilometri di montagne, di ghiacciai eterni, di flora e di fauna ricchissima della « Dimora delle Nevi » ( Ima Laya, in tibetano ), formatasi 50 milioni di anni orsono dall' immane collisione tra la zolla indiana e quella euroasiatica, non sono solo formati da paesaggi fantastici, ma sono anche la culla di culture, di religioni, di miti e di antiche leggende che per-durano indisturbate fino ai nostri giorni.

II Kanchenjunga o Yul-Lha ( Protettore del Paese ), che con i suoi 8597 metri è la terza vetta della Terra, svetta con i suoi dirupi ghiacciati di un bianco scintillante come una sorta di schiacciante totem agli dei. Venerato dai Lepcha, dai Bothia e dai nepalesi è considerato più che una montagna: è una deità protettrice, un Dio locale che vigila, assicurando pace e prosperità, sull' in regione. Il potente spirito che lo rappresenta viene raffigurato in rosso, con in mano una lancia piumata come arma e in groppa a un bianco leone delle nevi. Secondo una leggenda Lepcha è a partire dai picchi e dai ghiacciai della « Dimora delle Nevi » che furono creati il primo uomo e la prima donna.

Dalle alte e lussureggianti colline del Sikkim basta alzare lo sguardo per incontrare l' imponente muraglia innevata del Kanchenjunga ( i « Cinque Forzieri della Grande Neve » ), che più che una vetta è una catena. Basti sapere che la cima più occidentale, lo Yalung Kang ( 8393 m ), dista chilometri dalla vetta principale. I cinque picchi che compongono il massiccio vengono associati dai buddhisti ai cinque elementi che costituiscono il cosmo e che sono aria, fuoco, acqua, terra ed etere; ai cinque materiali che rappresentavano la ricchezza dei popoli del Sikkim il sale, le pietre preziose, le piante medicinali, l' orzo e il riso; e infine ai cinque animali sacri alla religione Buddhista, la tigre, il leone, l' elefante, il cavallo e il Garuda ( essere mitico con il corpo d' uomo e la testa d' uccello ).

Situato a Nord-Ovest del Sikkim, alla frontiera con il Nepal, la sacra montagna non è l' unica meraviglia naturale del Sikkim. Il massiccio trattiene le nubi cariche di pioggia monsonica proveniente dal Mar Arabico e dal golfo del Bengala così che il paese è una delle regioni più umide e più ricche di flora dell' Himalaya orientale. Quattromila tra piante, fiori e arbusti furono raccolte, catalogate e descritte negli inventari del naturalista inglese Dr. Joseph Hooker alla fine dell' 800.

Nelle valli del Sikkim vive la leggenda dello Yeti ( ye=roccia, teh=animale ). Nell' au del 1962 venne avvistato nei pressi del Gompa di Pemayangtse dallo studioso e cercatore di orchidee Tse Ten-Tashi. Viene descritto come un grande essere dall' a di scimmia dalla testa appuntita. Ha pelame rado tra il nero e il marrone fulvo, è alto più di due metri e vive tra i 3000 e i 3500 metri. Scende solo per nutrirsi del musco salato delle morene. I Lepcha lo chiamano Lomung ( Spirito della montagna ) o Chumung ( Spirito delle nevi ) e viene venerato come Dio della caccia e dei cervi.

Il Kanchenjunga fu conquistato tardi, dopo una lunga serie di tentativi falliti che ebbero inizio nel 1905. Nel 1955 la piccola spedizione inglese comandata da Charles Ewans ebbe successo. Ma per mantenere la promessa fatta agli abitanti del Sikkim, di non disturbare le deità che avevano sede sulla sacra vetta ammantata di neve, si fermarono a pochi metri dalla cima. Per motivi politici, fino al 1973, non furono più con-cessi permessi per l' ascesa del « Demone dell' Inaccessibile » e solo nel 1978 una spedizione indiana tentò la salita. Nel 1982 fu conquistato, durante « la carrellata sulle 14 vette più elevate della Terra », da Reinhold Messner insieme a Friedl Mutschlechner e allo sherpa Ang Dorje.

Una grande delusione Alle prime luci dell' alba, dopo un' umida e fredda notte, usciamo dal nostro caldo sacco a pelo per gustarci il tanto sognato panorama del misterioso Sikkim. Nome che ha evocato in noi magiche visioni, nate sulle pagine degli atlanti per la sua fama di meta poco nota al turismo di massa, forse più scomoda e perciò più autentica e affascinante. I vapori della notte si sollevano da ogni dove, rendendo molto suggestivo lo scenario delle rotonde colline; la stagione invernale è uno di quei rari periodi in cui le Nepal Tibet Bhutan India La superficie scintillante del Kanchenjunga riempe con la sua bellezza il panorama di Darjeeling nuvole non coprono il paesaggio del Sikkim. Uno sguardo in su ed eccolo lì, a circa cinquanta chilometri in linea d' aria, la sagoma audace del Kanchenjunga, intenta a montare la guardia alla sterminata foresta di verdi e morbidi monti che si inseguono silenziosamente fino a scomparire nel nulla. Poi gettiamo uno sguardo ai nostri piedi. Lì giace immersa nella sua quotidiana caoti-cità, la ridente e ricca cittadina di Gangtok ( 1547 m ). Per secoli, la città è stata un punto nodale dei traffici tra le pianure gangetiche e il Tibet, attraverso i passi del Natu La ( 4310 m ) e del Jelep La ( 4374 m ). La delusione alla vista della città è grande: « Le case strane aggrappate alla montagna che sembrano uscite da una fiaba... » si celano dietro orribili palazzi di cemento armato, sorti senza alcun piano urbanistico come funghi nella rigogliosa vegetazione. L' assordante suono dei clacson, il girare incessante dei motori di jeeps, di auto, di bus e di camion si diffonde nell' aria, frantumando il mito della famosa Shangri-la, la leggendaria valle di pace ed eterna giovinezza, nata dai racconti del giovane professore di storia inglese John Hilton, nel romanzo « Orizzonte perduto ».

Unico fascino del capoluogo è lo stupefacente caleidoscopio di gente che lo anima: costumi, ornamenti e acconciature differenziano le diverse etnie. E non si potrà dire di aver conosciuto Gangtok se non si è vissuto il ritmo frenetico che imperversa nel mercato, un arcobaleno di varietà, colori e odori. Nei minuscoli negozietti, vicinissimi l' uno all' altro, vi è posto per una sola persona. I banchi stracolmi di ogni genere di mercé: dai saporiti e piccanti peperoncini rossi o verdi, alla mescolanza di aromi che esce dalle grandi ceste delle spezie, alla dolce fragranza della frutta e alla grande varietà delle fresche verdure. Gli abili sarti indiani sono intenti a confezionare i tradizionali abiti rosso-mattone di lana grezza ( Chuba ) dei tibetani, i lunghi e scintillanti sari di seta delle donne indiane e le tipiche coperte a strisce colorate ( Pagi ) dei Lepcha. Decine di calzolai sono affaccendati a tacco-nare, risolare, rattoppare le scalcagnate calzature dei contadini o a lustrare le eleganti scarpe dei danarosi commercianti. Robusti nepalesi, curvi sotto pesanti brandelli di carne ancora sanguinante, a passo ritmato e in fila indiana riempono i banconi dei macellai.

Nel piazzale adiacente al mercato, abili ed astuti giovanotti a bordo dei loro taxi, a suon di musiche occidentali, aspettano i turisti indiani che vogliono visitare i monasteri nelle vicinanze o il museo delle orchidee oppure qualche punto panoramico con vista sul maestoso Kanchenjunga o più semplicemente che vogliono essere riportati in albergo.

Attraverso le colline ondulate del Sikkim I viaggi nel Sikkim sono rigidamente con-trollati dalle autorità ( anche, se con un po' di furbizia, si riescono a evitare i numerosi controlli ) e i turisti non possono uscire, per conto loro, dall' itinerario prestabilito dal visto, a meno che non si faccia parte un gruppo quattro persone e ci si affidi a una delle agenzie locali - pagando cifre esor-bitanti, per un tour cinque giorni al massimo.

Tentiamo a più riprese e senza successo di raggiungere le zone non elencate dal nostro visto, come il confine proibito con il Tibet, dove le verdi colline lasciano il posto ai paesaggi monocromi dell' altopiano tibetano e le terre dei Lepcha. Ci rimane l' unica possibilità di visitare l' Ovest del Sikkim.

Di buon mattino, accompagnati dall' aria frizzante dell' alba, partiamo. La strada si srotola seguendo le sinuose curve delle montagne. Le risaie sono dappertutto e spiccano sui ripidi e impervi pendu come enormi scalinate. Le pendici dei monti, ricoperte di una fitta vegetazione, sono state disboscate e terrazzate con colture di riso, mais, frumento, orzo, miglio, cardomono ( il 60% l' esportazione ), e arance.

Nell' Alto Sikkim buona parte della popolazione pratica l' allevamento di yak e capre. In estate il bestiame viene portato ai pascoli che si trovano a più di 4000 metri.

Le distanze nel Sikkim vanno misurate in tempo e non in chilometri. Il nostro viaggio si presenta più lungo di quanto ci aspettavamo e le mille curve a cavatappi sfidano senza lasciarci un attimo di tregua il nostro debole stomaco. Il paesaggio, a mano a mano che avanziamo verso Pemayangtse, diventa più erto. Le profonde valli sono ora circondate da alti e selvaggi monti, i cui pendu sono ricoperti di una fitta vegetazione arborea e dove penetrarvi significa entrare nel regno della penombra. La profusione degli aranci, colmi dei succulenti frutti, regala una nota di colore al paesaggio incu-pito dalla stagione invernale. La luce del giorno filtra tra i tetti in lamiera ondulata delle abitazioni di legno degli agricoltori, che, sparse lungo i terrazzamenti, ci segna-lano l' arrivo nell' Ovest del Sikkim. I nuovi materiali per la costruzione delle abitazioni vanno sempre più alterando la fisionomia originaria della regione.

Saliamo sino a Gezing da dove decidiamo di percorrere a piedi l' agevole strada che collega i diversi villaggi. Una lussureggiante vegetazione orla i bordi della strada. Il profumo della foresta di pini inebria l' aria, mentre gagliarde folate di vento sollevano dal suolo interminabili mulinelli di polvere. Il traffico motorizzato è ridotto ai pochi bus locali e a qualche rara jeep. La profonda pace che regna in questa parte del Sikkim è interrotta solo dallo scricchiolio della ghiaia, prodotto dai passi cadenzati degli affaccendati contadini che, chini sotto enormi fasci di legna e altri prodotti, si dirigono verso le proprie abitazioni.

Immersi in un lembo di foresta contempliamo in silenzio lo splendore del monumentale Kanchenjunga. La vicinanza da proporzioni ancora più maestose alla montagna, con le sue grandi scarpate rocciose e i suoi dirupi corrugati, venati dai ghiacciai perenni che si estendono con le loro increspature simili a seta damascata.

Vicino ai villaggi, nei campi terrazzati e presso i monasteri, i bianchi stendardi scintillano nella luce del sole. Il fruscio dei drappi libera nell' aria le invocazioni dei sikki-mesi di fede buddhista. Sulle ali dei « Cavalli del Vento », disegni impressi mediante stampi di legno, le preghiere giungeranno sino alle Celesti Dimore degli Dei, proteg-gendo così il luogo dagli spiriti maligni. Il Buddhismo venne introdotto in Sikkim nel XVII secolo dal Lama tibetano Lhatsun Chen-npo « il Divino che non teme il cielo » ( chiamato così per i suoi poteri di volare ). Egli Le danze non sono semplici recitazioni, ma il monaco si identifica con la deità che egli stesso impersona diventando la divinità stessa apparteneva alla Scuola dei Nyngma-Pa « quella degli Antichi ( insegnamenti ) », seguaci dello yogi indiano Padmasambhava ( Guru Rimpoche ).

Il primo incontro col misticismo buddhista l' abbiamo avuto poco distante da Gangtok durante la visita al Gompa di Enchey ( Luogo della Solitudine ), appartenente alla Scuola non riformata dei Berretti Rossi ( Nyngma-Pa ). Poi nella città monastica di Rumtek, perfetta replica del Monastero di Tsurphu in Tibet, dove nel 1988 morì l' ul Karmapa, il Lama dal Berretto Nero, Le sgargianti maschere, raffiguranti dee, deità, animali, demoni, scolpite in legno leggero della pianta parassita chiamata « Zar », vengono in seguito dipinte, laccate e ornate capo spirituale delle Scuole Rosse ( Kargyu, Nyngma e Karma ). Ed ancora al Monastero di Pemayangtse « Lotus Sublime », uno dei più antichi del Sikkim ( 1705 ). Infine nel Gompa di Tashiding, edificato nel 1716, dove vengono conservate e venerate le orme di Padmasambhava. Molti altri monasteri tra cui Sinon, Namchi, Lachen, Lachung sono di difficile accesso a causa delle restrizioni imposte ai turisti.

I vividi colori, le architravi arabescate, i meticolosi dipinti raffiguranti le diverse divinità che abitano i muri, i soffiti, i pilastri, le lampade alimentate dal burro sciolto che rischiarano gli interni dei Gompa in un' atmo mistica, sono le bellezze artistiche che si incontrano visitando un qualsiasi Gompa.

II pubblico osserva attento i danzatori Durante la visita del monastero di Rumtek abbiamo la fortuna ( o sfortuna !) di assistere al rifacimento delle pitture. Restiamo sconcertati della facilità con la quale i monaci cancellano antichi dipinti per sostituirli con dei nuovi. Un giovane Lama ci spiega che per la religione Buddhista non è il bello estetico che viene comunicato attraverso lo splendore di un simbolo visivo, ma il puro insegnamento metafisico e morale. Perciò i monasteri non sono ritenuti interessanti per la loro bellezza artistica e architettonica, ma bensì per la sacralità del luogo dove sono edificati.

Enchey Chaam Nell' oscurità residua della notte udiamo una musica lontana, fluttuante, riecheggiare lungo le morbide colline. Poi si fa più forte e vibrante. Tanto penetrante da infiltrarsi da tutte le parti e divenire il rumore dominante nella debole aurora. La voce delle lunghe trombe telescopiche e il suono degli strumenti d' ottone colmano l' aria e annunciano l' inizio dell' importante festa religiosa dan-zata ( Chaam ) che si protrarrà per tre lunghi giorni nel monastero di Enchey.

I tibetani giungono da ogni dove salmo-diando i « Mantra ». Pure nepalesi, indiani e qualche raro turista occidentale si accalcano fra la marea di gente che affolla il cortile del monastero, trasformato per l' occasione in palcoscenico. Le elaborate danze, interpre-tate dai monaci del monastero nel corso della festa, mettono in scena l' eterno duali-smo fra il Bene e il Male con il trionfo del Bene. L' intenso brusio dei pellegrini, interve-nuti alla celebrazione, cessa di colpo quando, terminate le preghiere dei monaci all' interno del Dukhang, fa la sua apparizione l' orchestra monastica segnando così l' inizio del Chaam. Il mormorio cavernoso dei monaci salmodianti si diffonde nell' aria, le lunghe trombe telescopiche dal suono grave gemono, i piatti squillano e l' enorme tamburo segna il ritmo lento e preciso dei passi dei danzatori.

Nel cortile del monastero si è formato un ampio cerchio di donne, uomini, bambini, giovani ed anziani. All' interno di esso i monaci compongono la ricca e variegata scenografia del pantheon buddhista. Sono sontuosamente rivestiti con gli splendidi costumi di broccato di seta dagli elaborati disegni e con le terrificanti maschere, ricavate dal legno duro e leggero della gigante pianta parassita chiamata « Zar », pitturate, laccate, ornate e fissate con una fascia intorno alla testa. Le danze non sono semplici recitazioni, ma un' identificazione del monaco mascherato con la deità che egli stesso personifica. Ogni passo, ogni movimento ha un significato rituale accuratamente codificato e coreografato dagli antichi testi buddhisti. Una fra le più affasci- nanti è la danza dei Cappelli Neri. I monaci, in voluminose vesti dalle ampie maniche e con larghi cappelli, piroettano nella corte rievocando una drammatica vicenda del passato: la vittoria del Bene sul Male.

La folla è indescrivibile: Le donne, incari-cate di servire agli spettatori la birra locale ( Tongba ), un decotto di miglio su cui si versa più volte dell' acqua bollente, arrivano a fatica a riempire le enormi tazze di bambù. Tre giovani monaci mascherati da buffoni ( « atsara » rappresentazione degli antichi maestri della filosofia indiana ) e armati di enormi ortiche, oltre a tenere ordine nella turbolenta ressa, che oggi sembra più scatenata che mai, portano del grottesco nel corso della cerimonia, inseguendosi e scambiandosi ogni sorta di dispetti.

Oggi è un giorno importante. La massa indecifrabile di spettatori, con gli abiti per le grandi occasioni, osserva in raccoglimento e con profonda devozione i monaci attori interpretare la danza del Giudizio dei Morti e l' uccisione finale del demone. Il Maestro dei Morti, raffigurato da una terrificante I giovani monaci giocano, lavorano, si incontrano e meditano maschera rossa sormontata da cinque ridenti teschi, accompagnato da un Dio bianco e da un demonio nero ( testimoni delle azioni compiute dalle persone nella vita terrena ), assisterà alle danze individuali dei monaci mascherati con effigi di animali dall' aria feroce. Con passi soavi e ripetitivi, con dinamici e agili volteggi essi esibiranno le buone azioni ( bianche ) e le cattive ( nere ) compiute da ogni essere vivente che si presenta nel Bardo ( stato intermedio, il passaggio fra la morte e la rinascita ). Il Maestro dei Morti, a rappresentazione terminata, emet-terà il verdetto finale, ossia se accogliere o no il terrestre fra gli esseri celesti.

Il Chaam terminerà solo dopo la grande processione in cui verrà definitivamente debellato il demone. Al suono delle trombe, il corteo, con in testa i monaci e seguiti a breve distanza dai numerosi fedeli accorsi alla cerimonia, si dirigerà all' entrata del monastero. Qui, fra uno schioppettio e l' al dei micidiali petardi e alla fine di elaborati rituali, l' abate infliggerà l' ultimo colpo mortale all' immagine d' argilla che simboleggia il demone. Sconfitto il Male, i pellegrini, appagati, rilassati e purificati dalle tossine della vita quotidiana, sotto la calda luce del tramonto lasciano il tranquillo e solitario Gompa di Enchey, che per tre giorni ha illuminato la colorita scenografia di devozione che caratterizza la vita religiosa della « Valle nascosta del riso ».

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