Nel paradiso bianco del Cristallina

Con una illustrazione ( 111Di Guido Bustelli

( Lugano ) Ore 1200 del 26 dicembre 1944!

Mi sono scrollato da dosso la molta neve che s' è appiccicata agli abiti con una tenacità degna di miglior causa e sono entrato nell' accogliente capanna del Cristallina, dove regna sovrana l' allegria ed il baccano della gente contenta.

Un gruppetto ha già tutto sistemato per il pranzo e sta lottando, senza odio e senza rancore, ma con una fame decisa e convinta, con l' appetitoso viatico. Forse ieri, mentre arrancava lungo l' erta salita, nel bosco dove la pista s' inoltra quasi subito dopo che si è abbandonata la strada, sotto alle cascine dell' Alpe Cristallina e sulle montagne russe create dalle valanghe, avrà sovente imprecato per l' eccessivo peso del sacco: oggi, sorride com- piaciuto alla presenza di qualche buon bocconcino. Altri ed altre ( giacché non mancano le rappresentanti del sesso gentile, graziose anche se in pantaloni ) sono in faccende nella cucina, che fa miracoli di capienza e dove la cosiddetta « economica » consuma il più lauto pasto di legna cantando, nel tubo e su per il camino, la più ardente, focosa canzona. Ci sono poi quei simpatici tipi di alpinisti che non mancano mai nelle brigate allegre: si fanno in cento per essere utili, in un modo qualsiasi, ai compagni di gita, oppure a qualsiasi altra persona con la quale vengono a contatto, ma riescono solamente a creare confusione ed a trovarsi sempre sul passaggio altrui. Sono quei tipi che, allorquando la conversazione, le risa, il baccano aumentano d' intensità ( perché ormai l' appetito è scomparso di pari passo con la scomparsa delle vi-vande ), si vedono vagare ancora alla ricerca di un posticino, o del proprio sacco, o di qualche cosa che neppure loro sanno e finiscono col lamentarsi di non avere avuto il tempo, né trovato il posto per consumare il loro pasto.

Guardo un po' dappertutto: ricambio saluti e sorrisi, ma non riesco a decidere ciò che farò. Ho fame, ma non ho voglia di unirmi a chi mangia; sento il bisogno di stendere un po' le gambe per sciogliere i muscoli induriti nella discesa, ma non desidero sedermi; ho sete, ma non voglio aumentare il calore che mi sento addosso e non ho l' abitudine di smorzarlo con bevande fredde. Eppure vedo con piacere tutta quella gente allegra e sento che mi unirò presto a loro per cantare le nostre belle canzoni. Non sono annoiato, non sento nessun desiderio, nessun bisogno di solitudine.

Ora, lo so!

Sono le mille sensazioni provate nel corso della magnifica sciata mattutina che ancora turbano dolcemente l' anima e la mantengono sotto l' imperio del piacere che da loro emana.

M' avvicino ad una finestrella e guardo: guardo quel vasto anfiteatro bianco, quella cresta frastagliata che dalla cima ovest del Cristallina volge verso la Forcla, coi suoi pinnacoli scuri, simili ad una muta, solinga processione di penitenti; lo sperone della Bassa, l' intaglio della Forcla, la mole maestosa della rocce che fan da altare al Gallarescio e rivivo l' escursione di stamattina...

Dopo molti richiami, Titta ha perso la pazienza e s' è avviato, seguito dai più disciplinati, sulla pista della Forcla. Ma l' ha abbandonata quasi subito per scendere nella conca dove inizia la Val Torta e risalire l' opposto pendio. L' ultimo a partire sono stato proprio io, per colpa delle pelli di foca. Quando inizio la breve discesa nella conca, la fila dei compagni di gita appare come una striscia nera, già molto in alto, che appare e scompare secondo le accidentalità del terreno, solcato da numerosi avvallamenti. La fila non è però compatta ed anzi qualcuno è molto staccato dal grosso. Mi lascio riprendre da una mia vecchia mania e mi sforzo di accelerare il passo. Dopo un pò, alzo gli occhi e controllo: la solitària che mi precede è ora individuabile e noto che si ferma spesso. Infine la raggiungo e l' aiuto a sistemare le pelli di foca, motivo anche per lei del ritardo, e procediamo insieme, decisi a raggiungere gli altri sul tratto pianeggiante del ghiacciaio di Val Torta, che non dev' essere più molto lontano. Il sole conquista a poco a poco il versante dal quale già si stagliano il Pizzo Folcra e la crestina che unisce questo al Campanile ed al Gallarescio, liberatisi ormai dai veli delle ombre e che i raggi vanno animando col loro colore e col loro calore. Nel cielo, non una nube e così, nei brevi attimi di sosta, quando la ripidezza del pendìo impone la virata, ammiro, attraverso la finestra aperta sopra la Val Cristallina, le montagne del San Gottardo, col Lucendro in primo piano: a destra, il Madone mi ricorda un' altra bellissima giornata di sole dello scorso inverno e la cresta che sale a sud del Passo di Narèt mi fa pensare alla magnifica gara militare degli alpinisti di un nostro reggimento, in un giorno di vento e di bufera. I nostri compagni si sono fermati: ne approfittiamo per raggiungerli e terminare con loro la sosta, necessaria per superare in buone condizioni di forza il bastione che ci separa dal ghiacciaio del Cristallina. Si canta! Il nostro coro è afferrato dalle rocce e dagli anfratti che racchiudono il ghiacciaio di Val Torta: ma l' eco subito lo riprende e ce lo rimanda, o lo lancia verso il cielo.

Poi, di nuovo quel silenzio che lo sforzo della salita impone. Ad ogni viraggio si guarda verso l' alto e sembra che la meta salga con noi. Ma la brutta illusione finisce e, dopo un ultimo faticoso passo, col nostro grido di gioia svanirà ogni senso di stanchezza. Il Pizzo Cristallina è ancora lontano ed in alto: ma che importa? Ora non è più nascosto dietro l' erto bastione della « Diavolezza del Cristallina »: lo possiamo guardare, gli possiamo lanciare la nostra sfida: sulla tua vetta, su quella più alta, poseremo il nostro piede! Sarebbe pure bello rimanere qui, ora che il sole ci obbliga a levare qualcuno degl' indumenti che la frizzante aria mattutina ci aveva fatto vestire. Ma Titta non la intende così: ha controllato, ha visto che non manca nessuno, ci consente di dare un ultimo sguardo al cammino percorso e poi riprende il cammino.

Bello, bellissimo procedere nell' ampia conca del ghiacciaio quasi senza fatica: si parla, si ride e nelle parole e nel riso si presente la soddisfazione vicina per la meta raggiunta. Sotto di noi, dalla Forcla, sale un' altra comitiva: anche questo fa piacere, perché si pensa alla fatica che gli altri dovranno compiere ancora per raggiungerci. Ma non ci si indugia in questi pensieri: si riprende a guardare in alto, perché lassù ci attende una gioia più grande. Un breve tratto ancora ali' ombra delle roccie e poi siamo sulla cresta. Le-viamo gli sci: in un attimo, guardiamo davanti a noi, a destra, a sinistra, in alto, lontano, giù nei pianori, entro le valli e quasi ci scordiamo di avere voluto salire sul punto più alto. Ce lo ricorda però subito Titta che, saltellando, s' avvia verso la vetta. Il breve tratto che ce ne separa è superato da tutti quasi di corsa, malgrado si affondi fino alla cintola nella neve altissima. Infine, la meta è raggiunta! Ora, con più calma, con minore affanno e desiderio, cerchiamo di individuare le bellezze del quadro che si offre alla nostra vista.

Ma, vale la pena di elencare tutte le cime ( ammesso pure che, unendo le conoscenze d' ognuno ci si possa riuscire )? Sta forse in questo, nel dare un nome a tutto quanto vedono gli occhi, la soddisfazione dell' alpinista che si stacca dal piano per andare in alto, sempre più in alto, sospinto dalla sua ardente passione? No, non è questa la gioia più grande che alberga nell' animo dell' alpinista. Di certo fa piacere guardare una vetta lontana e sentire, neu' attimo stesso in cui l' occhio la scorge, aprirsi una celluletta della nostra memoria ed uscirne il nome. Fa piacere, perché questa conoscenza da anche la sensazione del possesso, di una specie di muta intesa di amicizia, che ci lega a quei solinghi altari lontani. Ma la gioia vera, il vero piacere dell' alpinista non è fatto di nomi. Il suo sguardo vaga alla ricerca di tutto e di niente.Vor-rebbe fissare nell' animo tutte le meraviglie del panorama, ma si perde nella ricerca dei motivi più belli, non riuscendo mai a stabilire definitivamente a quale darà la preferenza. Così, dalla vetta del Cristallina può essere indotto a decidere se darà la precedenza alla piramide del Finsteraarhorn, oppure a quella dello Schreckhorn; se trova più attraente l' itinerario che la sua mente traccia sui fianchi del Basòdino, oppure quello che rivive guardando la vetta del Blindenhorn; se desidera fare la prossima gita al Marchhorn, o limitarsi ad una passeggiata fino alla Cima di Lago; se sarà migliore la scivolata verso il Lago di Narèt ( per poi raggiungere il Passo, scendere in Val Torta e risalire alla capanna ) oppure quella verso la Forcla, nell' ampio Cadino del ghiacciaio del Cristallina, proseguendo poi verso la capanna per piste a lui ben note, ma che promettono e danno sempre nuove soddisfazioni.

Ma le vette, le conche, i passi, non hanno nome in questa disamina: hanno forme, avvolte nei ricordi o velate dai desideri, perché queste sensazioni dell' alpinista nascono da una passione: quella della montagna, umana come tutte le passioni, coi suoi pregi ed i suoi difetti, coi suoi esaltatori ed i suoi detrattori, coi suoi dominatori e le sue vittime.

Mi ero quasi dimenticato di non esser solo. I miei compagni appaiono tutti contenti, se debbo giudicare dagli scoppi di risa, dal tono della voce di molti, dai silenzi eloquenti di altri. Ma quasi tutti hanno lo stesso desiderio, lo stesso bisogno di esprimere ciò che provano « dentro »! E nulla è più idoneo allo scopo di una bella canzone, lanciata dall' alto verso l' altissimo, l' infinito. Intanto, i non cantori continuano ad ammirare il panorama: ma la gioia canta anche nella loro anima.

Titta incomincia a diventare impaziente e, alla fine del canto, ci toglie dalla nostra estasi spirituale richiamandoci alla realtà: in capanna, il pranzo attende e dopo... Al dopo è meglio non pensare e godere senza ombre questi attimi di felicità. Raggiungiamo il punto dove avevamo lasciato gli sci, li calziamo e poi, via. La neve è buona ed i viraggi riescono facilmente anche ai meno provetti. E' una danza fantastica nel grembo materno del ghiacciaio del Cristallina. Gli « assi » sollevano nuvole lunghissime di polvere bianca, che il sole fa d' argento; gli altri, alternano i tratti di volata con le fermate obbligate, scrivendo sull' immenso lenzuolo un interminabile telegramma: tratto, punto, tratto, punto, punto... Ma non occorre nessun radiotele-grafista per leggerlo! Dice: sono tanto contento: anche se le mie volate sono interrotte da qualche capitombolo; anche se, dove cado, non c' è sempre e solo neve soffice; anche se, talvolta, il groviglio formato dalle gambe e dalle braccia, dagli sci e dai bastoni, assomiglia ad un intricatissimo rebus. Giù alla Forcla, i primi sono arrivati: in alto, ci sono altri sciatori. Scendo abbastanza rapidamente anch' io, ma la manìa di essere coi più veloci è rimasta al di là del valico dei miei trentanni. Quando i miei sci obbediscono al ri- chiamo per l' ultimo viraggio sul piano della Forcla, sosto un pò a guardare gli arabeschi disegnati nella discesa ed a seguire le volate di chi ancora s' in sul pendio. Poi... giù! Alla ricerca di quella voluttà che ogni sciatore si sforza di strappare, in misura sempre più grande, fin nell' ultimo tratto della discesa. Una breve salita: una piccola discesa ed eccoci davanti alla capanna...

Ora, sono entrati anche i meno veloci e finisco per unirmi a loro nell' assalto al sacco che s' affloscia, a poco a poco, sempre ridendo dall' ampia bocca spalancata. Debbo ridire gli argomenti delle conversazioni? E chi, anche fra i non sciatori, non li immagina? Il modesto, ma apprezzatissimo pranzo è finito. Mentre vado riordinando il mio equipaggiamento incomincia ad infiltrarsi nell' animo un leggero senso di tristezza, di disagio. Cerco di fugarlo pensando che m' attende ancora una lunga discesa, ma non ci riesco. Nemmeno il canto serve a ridarmi la serenità che c' era in me stamattina. Meglio partire subito!

La neve non è più così buona; scomparso il sole, l' aria gelida l' ha fatta dura, spesso ghiacciata. Non sento più il desiderio di abbandonarmi alla velocità. Lasciamo a destra le cascine di Val Torta, non senza aver lanciato un ultimo saluto al Passo di Naret e, sempre cercando nuove piste, senza incidenti raggiungiamo quelle dell' Alpe Cristallina. Dopo una breve sosta, riprendiamo la discesa, ben presto salutati dai primi rari alberi, quasi completamente sepolti sotto la neve. Più sotto ci accoglie il bosco, nel quale entriamo a respirare quell' aria di mistero che sempre vi alita anche quando il vento non tenta piegare le cime degli abeti, né scuoterne i rami. Usciti dal bosco, ci troviamo sopra le case di Ossasco, ma, invece di scendere, seguiamo la pista che volge ad est e che ci porterà alle Tre Croci; poi a Fontana, dove metteremo la parola fine alla nostra escursione nel paradiso bianco del Cristallina.

Feedback