Neve polverosa – in persiano Un viaggio di scoperta nella valle iraniana di Taleqan

La valle di Taleqan è circondata da cime dai versanti ampi e neve simile a velluto bianco. Ciò nonostante, i turisti che visitano questa regione dei Monti Alborz sono pochissimi. Così, un viaggio con intenti sciistici alla presunta fine del mondo porta alle vette più solitarie – e in caldi locali.

Il vecchio guarda Mohammad, la nostra guida, e sorride. «Questo non riesci a farlo», gli dice. E racconta di aver vissuto in questo villaggio nel più profondo della valle di Taleqan sino dalla nascita, e che d’inverno nessuno era mai salito su quelle montagne. Anche Mohammad sorride, e gli mostra i nostri sci da escursione, gli scarponi, le pelli. Quando ci mettiamo in marcia, il vecchio scrolla la testa: «Semmai doveste farcela, ne sarei disilluso», dice ridacchiando a mo’ di congedo, «perché avrei creduto per tutta la mia vita in qualcosa di sbagliato!» Nella valle di Taleqan, con i nostri sci da escursione, noi quattro svizzeri e Mohammad sembriamo sbarcati da una nave spaziale. Perché qui, nel cuore delle montagne, mentre nelle stalle le pecore belano, un paio di annoiati cani da pastore trotterellano per le strade innevate e i pioppi infilano i loro rami spogli nell’aria fredda tra le case variopinte, nei villaggi l’inverno porta solo la quiete. Sino ad ora, praticamente nessun sciescursionista straniero ha visitato questa valle. E questo nonostante si tratti di un paradiso terrestre pieno di montagne sciabili. Non lontano da Teheran, nel mare di vette dell’Alborz, la catena montuosa che si erge tra la capitale iraniana e il Mar Caspio.

All’origine del nostro viaggio c’è tra l’altro stata un’occasione speciale, quasi uno scambio amichevole: un pugno di guide di montagna iraniane avevano pregato il loro collega svizzero Jürg Anderegg di istruirli nelle più recenti conoscenze elvetiche sulle valanghe. In cambio, avrebbero mostrato a lui e ai suoi colleghi le vette di Taleqan: ed eccoci allora nell’Alborz a misurare pendenze e spalare profili, a cercare con tutte le forze congiunte un termine in farsi per tradurre «test del blocco di neve» o a discutere con Mohammad, dottore in matematica, sui fattori di riduzione.

Ogni gita una prima ascensione

Ma nel giorno in cui incontriamo il vecchio signore, il programma prevede un’unica cosa: la prima con gli sci di un tremila. Così ci mettiamo in marcia e, scivolando sugli sci per boschetti di pioppi innevati, seguiamo il corso di un fiume e saliamo gradualmente tra conche e groppe. Fino a quando non raggiungiamo dei versanti aperti, nei quali ci soffia contro un vento tanto gelido che guance e mani si ritrovano ben presto intorpidite.

Qui nell’Alborz, ogni escursione appare come un’avventura. Non soltanto perché il vento è più freddo e i versanti sono più ampi, ma anche perché le vie bisogna cercarsele da sé. È da aggirare a sinistra? O è forse meglio a destra, per il canale? Chi si è lasciato alle spalle le carte sciescursionistiche svizzere con le loro strisce rosse e le pendenze in tonalità rosa riscopre l’alpinismo dei pionieri: per una volta, non ci sono più «itinerari», ma soltanto montagne.

Dopo tre ore eccoci su una vetta, e chiedo a Mohammad quale sia il suo nome. Corruga la fronte e riflette un momento. Poi, raggiante, esclama: «Chiamiamola Mishchal.» E ci congratuliamo l’un l’altro per la prima con gli sci del Mishchal – in italiano più o meno «dosso dei camosci» – per poi lasciar correre l’occhio sulle altre centinaia di vette che ci circondano. Alcune di loro sconosciute, altre giganti persiani come lo Shah Alborz, il re dell’Alborz, con i suoi 4200 metri, o l’Alam Kuh, 4848 metri, la seconda vetta più alta dell’Iran che ricorda un Basòdino sovradimensionato.

Viaggio nell’anima dell’Iran

In questo momento mi sento un po’ come a casa. Solo le valli ricordano che ci troviamo in un’altra regione del mondo. Perché sotto le loro bianche sommità, queste montagne stendono i loro piedi color ocra come radici nel fondo delle vallate, nei cui alvei luccicano qua e là, simili a minuscole macchie di colore, villaggi dai tetti rossi, gialli e azzurri. È in quei villaggi che le escursioni con gli sci cominciano e si concludono. E nei quali ci troviamo a compiere un secondo viaggio di scoperta: un viaggio nell’anima dell’Iran. Ad esempio quando la porta di una casa accanto alla piccola moschea si schiude e una famiglia ci invita nel suo soggiorno. Dove sediamo su cuscini stendendo le gambe sotto un korsí – un basso tavolo coperto con teli che scendono fino al pavimento, sotto il quale arde una stufa – e bevendo tè caldo mentre un bimbo dorme sotto il tavolo e la nonna ci offre pane e formaggio. Oppure quando, nel capoluogo Shahrak, al seguito di Mohammad visitiamo così tanti piccoli negozi da perdere del tutto l’orientamento: a sinistra, dal fornaio, arde il forno in pietra dal quale estrae schiacciate grandi come ombrelli, di rimpetto è possibile acquistare latte, yogurt e feta, tre case più avanti un signore cordiale siede dietro un banco carico di mandorle, noci e confetti e di fronte, due giovani donne in eleganti mantelli invernali e foulard accuratamente drappeggiati vendono miele e frutti essiccati.

Gli sciescursionisti sono uguali in tutto il mondo

Mentre l’ultimo giorno del nostro viaggio si avvicina, saliamo ancora una volta tutti assieme su una montagna: quattro iraniani e quattro svizzeri in marcia assieme, come se fossero compagni di escursioni da anni. E questa volta, la montagna ha anche un nome, e sulla cima del Chorasan Kuh ci scambiamo reciproche congratulazioni, ridiamo e scherziamo e ci godiamo la splendida vista. Sulla piramide del Damavand, con i suoi 5160 metri la vetta più alta dell’Iran, che si erge all’orizzonte, e sul mare di nubi a sud, sotto il quale si celano Teheran e la quotidianità. «Ora siedono nella nebbia e si arrabbiano con il tempo», dice qualcuno con un sorriso birbone. «E noi? Noi siamo quassù e siamo felici.» Gli sciescursionisti sono uguali in tutto il mondo. E così anche noi ce la scialiamo, con la neve polverosa che nella discesa ci avvolge fino alle spalle e voliamo in ampie curve fino a non avere più fiato.

Verso sera, quando nella jeep gialla di Mohammad torniamo verso Shahrak, siamo così stanchi di freddo, vento, neve e gioia della vetta che a rallegrarci rimane una cosa sola: una focaccia fresca e calda di forno, spiedini, pomodori grigliati e tè bollente. Prima, però, facciamo ancora baccano per un’ora lungo una pista innevata. Incontro a un orizzonte luminoso, sul quale è sospesa una sottile falce di luna, mentre le vette incombono come neri forbicicchi dai due versanti della valle. Tacciamo e ascoltiamo una canzone persiana trasmessa dalla radio. E mentre volgo lo sguardo fuori dalla finestra, tra me e me penso: «L’alpinismo è lo stesso in tutto il mondo: rende gli uomini felici.»

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