Poesia dell'inizio

ARMANDO BIANCARDI, TORINO

Con 2 illustrazioni ( 121, 122 ) Vorrei tornare indietro nel tempo.

Vorrei tornare a riafferrare, profonda come un intenerimento del sangue, l' emozione della prima volta che mi sono legato.

Era una corda comune, ed altro non comportava che un nodo. Eppure...

Ora che il legarmi è diventata cosa d' ogni giorno, non saprei più dire. Ma dentro di me, quella prima volta, credo, di gioia, di gioia sola, avrei forse pianto.

Intuivo di aver trovato finalmente il mio vero mondo. Quello indispensabile, essenziale all' anima assetata, senza il quale essa non avrebbe potuto inebriarsi e volare, nemmeno nelle giornate di vento. Avevo trovato allora il mio primo compagno - quanti, quanti anni sono ormai passati! -. Ed avevo scoperto, chiaro e netto, un sentimento di solidarietà, di dedizione, di altruismo, che accettavo entusiasta, sin dall' inizio, come un legame capace di portarmi, fiero e sereno, tutto d' un pezzo, sino alle frontiere della vita.

Vorrei tornare indietro nel tempo. Ma come è mai possibile?

Vorrei tornare a riafferrare i primi appigli, le dita a nozze con la roccia, risentirmi librare per la prima volta sul vuoto, e, nonostante le incertezze ed i tentennamenti, le ansie e le paure -irragionevoli ed incontrollabili - salire, meravigliosamente salire.

Tornare con verginità in quel mondo dove non valgono le finzioni.

Dove chi non s' è pulito i calzari, chi non s' è scosso la polvere di dosso, e non ha sgombrato l' anima ai liberi orizzonti ed alle gioie dell' incognito, dell' avventuroso, dell' imprevedibile, con il dovuto tirocinio, viene respinto. Inesorabilmente respinto.

Dove occorre vincere sé stessi, ed il brivido della propria anima, prima ancora del vuoto, prima ancora delle difficoltà.

Vorrei tornare indietro nel tempo. O sarebbe meglio non delirare?

Vorrei tornare ad afferrare quell' ebbrezza, intensa come un' esaltazione, colta nella sua integrità la prima volta che ho arrampicato, al puro, allo struggente tintinnio dei chiodi alla cintola.

Altro non erano che pezzi di ferro. Eppure...

I chiodi, i moschettoni, il martello, la corda stessa, tutto un equipaggiamento dissueto, come segni inconfondibili d' una attesa investitura, ci rendeva cavalieri di intuibili altezze. Ci promuoveva di colpo novizi d' una necessaria religione in cui credere ed osare. In cui conoscerci, in cui valo-rizzarci.

Mentre ci lasciavamo alle spalle ciò che rinnegavamo, iniziavamo nuove esperienze e nuova vita.

Vorrei tornare indietro nel tempo. Oziosa, inutile, irrazionale aspirazione!

Vorrei tornare ai vent' anni. Perché la montagna è dei giovanissimi. Dei giovani sani nel corpo e nello spirito. Dagli entusiasmi senza calcolo, dalle generosità senza contropartita, dalla vita senza infrollimento. Dei giovani. E solo di essi. Perché essi soli hanno il coraggio, la forza, il cuore, la purezza, la volontà necessari, indispensabili per entrare nel mondo delle altezze. E salire!

La montagna, vent' anni, salire!

Ma indietro, no, non si torna!

Non abbastanza vecchio, ma già abbastanza logoro, rimango ora a guardare le montagne con sgomento. Le loro pareti, per me, non sono più un richiamo alla lotta. Mi incutono rispetto, mi fanno paura. Mi disarmano e mi paralizzano.

Tuttavia, quando guardo le mie mani, divenute magiche, le trovo ricolme della vastità dei deli, dell' urlo del vento, dello schianto della folgore, dei silenzi alti e solenni, della vertigine del verticale, dell' ansito della lotta, degli incanti e dei miracoli d' una natura solare - proprio quella del pianeta nel quale viviamo e che ci è sembrato, proprio attraverso la montagna, di scoprire - in cui il bello ha concertato la sua più travolgente sinfonia.

Una strana e precoce vecchiaia con incurabili malanni può bussare ormai in me. Poco importa. Ormai più d' ogni altro io mi sento grato alla vita, perché mi ha concesso di conoscere ed intuire quali altezze potesse attingere. Grato per il più bel dono che essa potesse offrire.

Cosicché, se anche in te riecheggierà la voce delle altezze che chiama ogni predestinato, lascerai anche tu alle spalle le bassezze, le umiliazioni, le scontentezze. Ed innalzandoti verso il cielo ti sentirai pilota d' un nuovo meraviglioso destino, e diverrai poeta. Perché la montagna è una nuda poesia.

Ma occorrerà prepararsi.

Muscoli, tecnica, stile, cuore, volontà, abnegazione, passione, non si creano e non si temprano dall' oggi al domani. Occorre ispirarsi, tentare, insistere, perfezionarsi.

E lungo il cammino, che potrebbe portare a deviazioni, occorrerà anche non ignorare un po' d. E comprendere allora che l' alpinismo agonistico - affatto utile ed affatto indispensabile - darà forse soddisfazioni, ma, né più né meno come qualsiasi altra attività sportiva. Mentre se vorrai trovare nell' alpinismo - quest' arte magnifica, integrale, ineguagliabile, di scalare le montagne di difficile accesso - ed in te stesso, qualcosa di migliore, occorrerà allora dedicarsi, sì, necessariamente con i muscoli, ma anche e soprarttutto con lo spirito.

Troverai allora che la montagna è bella, splendida, quasi un dono divino, ed il contatto con la natura - e la lotta per la quale l' uomo è nato - un rapporto essenziale con il mondo in cui vive, lontano dall' effimero, dal vano, dall' esibizionistico.

Vorrei tornare indietro nel tempo, accanto a te, alla tua giovinezza, ora che inizi. Vorrei dirti come possegga veramente la vita solo chi, con accortezza e con prudenza, la rischi. Vorrei dirti come solo i generosi vivano. E vorrei soltanto ripeterti le parole del grande amico caduto sulla montagna per la quale soltanto aveva vissuto e s' era sentito vivere: « osa, osa sempre nella vita, e sarai simile ad un dio! »

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