Punta Maria Cristina da nord

DI FRANCESCO CAVAZZANI, MILANO

Cenerentola: trascurata, umile, anzi addirittura dimenticata a confronto delle sorelle certamente più importanti e più graziose di lei. Da quando esiste ( millenni e millenni son trascorsi ) sempre è rimasta là, statica ed immutevole, con un più bianco candore dopo ogni nevicata; per la sua struttura glaciale neppure i corvi vi si posano volentieri, mentre quegli strani bipedi che di tanto in tanto appaiono sulle creste sempre sono frettolosamente diretti alle sorelle vicine. Le quali si innalzano con più spiccate caratteristiche ed hanno un nome: la Maquignaz e la Carrel ricordano le due guide più forti e più celebri che la Valtornenza aveva nell' epoca dei pionieri; la terza è stata chiamata Bianca per il candido cappuccio di cui, vezzosa e civettuola, si adorna anche durante l' estate.

Normalmente si dice « le tre punte » perché vengono prese d' infilata una dopo l' altra nel corso di un' unica traversata dal Cervino al Dente d' Hérens. Raramente una o l' altra costituisce la meta da raggiungere di per sé sola.

La quarta, di cui stiamo parlando, gli alpinisti manco sanno che esista; senza degnarla di uno sguardo tagliano il sottostante pendio, la traversata è molto lunga, a che serve salire sulla Cenerentola senza nome?

Un giorno però alcune voci risuonano su un versante inconsueto; guarda, è proprio vero, degli uomini laggiù in basso stanno innalzandosi lungo la cresta nord. Un fremito vago corre lungo l' ossatura rocciosa di Cenerentola, il suo gran giorno è venuto. Rivolge al sole una preghiera: se gli uomini taglieranno la cornice della vetta, che una accecante esplosione di luce li accolga come un inno trionfale.

Cerchiamo di raccontare, iniziando dal principio, com' è andata questa storia. Non è cominciata in modo diverso dal solito poiché le sempre più rarefatte possibilità di rintracciare sulle Alpi qualche via non percorsa ne rendono la ricerca difficile e paziente. Leonardo ha segnalato uno spigolo assai ripido e ben delimitato che dal ghiacciaio di Tiefmatten prende quota e s' innalza con magnifico slancio fino a quando si perde in una breve parete sottostante alla cresta spartiacque tra il Colle Tornenza ed il Colle Maquignaz in prossimità di quest' ultimo.

Poiché questo colle è innominato tanto sulla carta svizzera quanto su quella italiana, spiego che si tratta della profonda breccia situata ad est e immediatamente al di sotto della Punta Maquignaz; una breccia che il collega Voillat vorrebbe chiamare Guido Rey a ricordo del primo alpinista che la valicò e del grande poeta 1.

La proposta è delicata e gentile: tuttavia mi sembra più giusta la denominazione da me già adottata di « Colle Maquignaz » non soltanto perché in tal modo diventa facile identificarlo ( data la immediata vicinanza della Punta omonima ), ma anche perché il primo a raggiungere il colle non è stato Guido Rey, bensì Antoine Maquignaz quando nel 1893 guidò il Mackenzie alla conquista delle vergini punte del Dente d' Hérens 2.

Il nome di Guido Rey può essere più utilmente e più giustamente imposto al canalone glaciale che, partendo dal Colle Maquignaz ( quotato 3637 m sulla carta IGM ), scende sul ghiacciaio di Chérillon. Questo canalone è stato risalito per la prima volta dal Rey durante il tentativo alla Punta Bianca del 1897 3.

Ritorniamo al nostro spigolo: ben individuato lo si scorge benissimo dalla capanna Schönbühl e da tutto quel lato del vallone di Z' Mutt percorso dal sentiero che scende a Zermatt. La segnalazione mi aveva fatto nascere un vivo desiderio, malgrado non avessi avuto la possibilità di valutare natura e difficoltà della scalata; poi, come spesso capita, il maltempo s' era messo di mezzo e per qualche anno il progetto era rimasto allo stato di... progetto. L' intero mese di agosto del 1957 è stato burrascoso; or bene vuoi per il trasferimento alla Schönbühl dalla quale si deve poi marciare all' attacco, vuoi per lasciare assettare la montagna ed evitare il rischio ( non essendo visibile quel versante dal Breuil ) di trovare la via sbarrata da condizioni proibitive, era indispensabile incocciare alcuni giorni consecutivi di bel tempo; ciò si verificò soltanto ai primi di settembre.

I non desiderati rinvii permisero per altro di studiare meglio il problema e l' organizzazione. Ci accorgemmo che, partendo dalla Schönbühl, era assai dubbio raggiungere in giornata il bivacco Benedetti al Col Tornenza: troppo lungo l' itinerario ed ignote le difficoltà da superare. Confermò questo dubbio un' apposita gita affettuata al Col Tornenza con un duplice obbiettivo: scattare 1 Adrien Voillat, « Les Alpes » 1948, p. 447 e segg.

2 F. Cavazzani, Uomini del Cervino, volume 1°, ed. Olimpia, Firenze, pag. 181.

3 F. Cavazzani, Uomini del Cervino, volume 2°, ed. Ceschina, 1956, pag. 14-15; pag. 286 e segg.

alcune foto che permettessero studiare al tavolino il problema e, in secondo luogo, constatare le condizioni della neve in alta quota sul versante svizzero. Fiasco completo. Al posto delle sperate fotografie ritornai al basso con molta acqua negli indumenti inzuppati da un violento temporale che, togliendo ogni visibilità, permise soltanto due sommarie constatazioni: la prima che l' attacco su roccia si presentava molto ripido e quindi assai difficile, la seconda che la parte terminale del percorso avrebbe offerto sensibili difficoltà a causa di un pendio glaciale talmente erto da esser incerta la possibilità di superarlo.

Il rinvio dagli anni precedenti al 1957 consentì un' altra realizzazione imprevista e cioè l' ag alla nostra comitiva di papa Luigi. Dopo aver trascorso sulle Alpi tante ore liete con questo mio fedele e caro capocordata ed aver ottenuto un esito felice in molte spedizioni \ avevo dovuto rassegnarmi e rinunciare alla sua opera preziosa essendosi egli ritirato a... vita contemplativa. Il suo posto era stato preso dal figlio Leonardo che io sono lieto di aver tenuto a battesimo sui monti quando non era neppure portatore, avendone intuito da allora le magnifiche qualità e possibilità che poi dovevano rifulgere alla vetta e alle torri del Paine in Patagonia con la spedizione Monzino Quest' anno Luigi non solo si è dichiarato pronto a percorrere le usate strade sui monti, quanto ha manifestato un insopprimibile desiderio di partecipare alla nostra impresa. Come dirgli di no? E come negare a me stesso il piacere di averlo ancora una volta vicino in un' ascensione non banale?

Eccoci dunque in quattro, al posto di tre: padre e figlio Carrel, nonché Pierino Pession portatore, già esperimentato nella salita alla nord dei Jumeaux 2. Del resto non erano quattro anche i... tre moschettieri?

Quattro sono le persone in marcia verso il Colle del Furggen dal quale scendono poi sul ghiacciaio omonimo e, ammirando l' alta e meravigliosa parete est del Cervino, passano tra Hörnli e Schwarzsee, toccano Staffelalp dove riscuotono a buon mercato lodi sperticate dai turisti i quali, appresa la provenienza dal Breuil, li ammirano come... grandi alpinisti!

Il vallone di Z' mutt rappresentava una volta la parte meno simpatica e più noiosa di questo itinerario; da Staffelalp si discendeva e si risaliva in un' altalena interminabile su e giù per le sporche morene alla ricerca dei ponticelli gettati sulle acque gialle e tumultuose; e ce ne voleva, di tempo e fatica, per raggiungere la sponda opposta. Ma dove non arriva il progresso? Anche qui è tutto un fervore di opere e di cantieri per la costruzione di una diga gigantesca. Una strada rotabile snoda le sue serpentine tra le grigie morene ed allo sguardo incredulo appare perfino una teleferica alla quale ci affidiamo per trovarci depositati nello spazio di pochi minuti sull' altra sponda. Da qui alla capanna è questione di un' ora; noi impieghiamo maggior tempo perché frequenti sono le soste onde osservare il nostro spigolo e scambiare le nostre impressioni. A vederlo così bianco di neve dal primo terzo in su si resta perplessi; qualche imprecazione poco ortodossa di Leonardo ci rende edotti che un mese fa era tutt' altra cosa, lo spigolo era quasi completamente nero salvo la fascia glaciale terminale. Ma da allora ad oggi rare sono state le giornate di sole; evidentemente la neve caduta è andata accumulandosi senza più sciogliere.

Beh! domani ci porteremo all' attacco, spediremo indi Leonardo e Pierino in avanscoperta; se le condizioni della neve saranno possibili, pianteremo la tenda sul ghiacciaio ed il giorno seguente attaccheremo. In caso contrario rientreremo al Breuil attraverso il Col Tornenza, tanto per confondere le idee a chi volesse scoprire le nostre segrete intenzioni.

1 Francesco Cavazzani, Uomini del Cervino, volume 2°, pag. 155 e segg.

2 Vedi Francesco Cavazzani, Parete nord dei Jumeaux, in Riv. Mens. 1956, pag. 13. Anche Pierino Pession si è messo in luce tra i migliori nella spedizione Monzino alla Patagonia.

Tale essendo l' irrevocabile programma, il giorno dopo ci alziamo con tutto comodo. Delle due donne addette alla capanna, una s' è accesa come un razzo all' arrivo di Luigi ed ha cercato di risvegliare qualche ricordo. Eh questo Luigi! Malgrado gli anni trascorsi non siano pochi, nulla è mutato; dovunque arriva lo risconoscono e lo festeggiano. L' altra donna, più giovane e più esperta in... lingua francese, ha invece già mangiato la foglia e va indagando, sotto sotto, il recondito significato di tre guide con un unico alpinista e quali prave intenzioni nutra questa sospetta comitiva. Autorizzo i miei amici a dipingermi come un... pioniere ( la mia anzianità è visibile e lavo-rando un po' di fantasia ci si può arrivaread inventare una qualsiasi mèta, al posto quella reale. Ne vien fuori un progetto alquanto nebuloso dal quale risulta che se non andremo alla nord del Dente d' Hérens per la via Finch o per la via Weizenbach, se non andremo al Cervino per lo Z' mutt, rientreremo sicuramente a casa per il Col Tornenza.

Come non dimostrarsi soddisfatti di fronte a spiegazioni tanto cortesi e precise? Certo le due curiose restano sbalordite quando ci vedono far colazione alle 7.30 ed incamminarci alle 8. Questi non son certo orari per una nord al Dente d' Hérens o per uno Z' mutt.

In poco più di due ore siamo all' attacco e qui capitano due novità. La prima: i compagni comunicano la loro decisione di salire tutti assieme rinunciando all' irrevocabile programma di una esplorazione preventiva. La seconda: il cielo va coprendosi rapidamente ed in breve il Monte Rosa e la Dent Blanche mettono il cappello. Il Cervino non vuoi essere da meno, lui, il signore della zona, e quindi li imita. Che diavolo succede? Non vogliamo farci pescare come novellini e trovarci in serie difficoltà per il ritorno. Salvataggi sulle Alpi quest' anno ve ne sono stati in numero sbalor-ditivo; non essendo necessario aggravare il lavoro delle stazioni di soccorso, pare opportuno attendere. Le ore volano ma il tempo rimane incerto, né si riesce a comprendere se stia evoluendo in senso buono oppure in senso cattivo.

Un genio malignetto ci suggerisce un ragionamento paradossale. Attaccando subito potremo forse arrivare in vetta con il buio; una volta forzato il passaggio, poco importerà se un' ulteriore nevicata, aumentando le difficoltà attuali, renderà impossibile l' ascensione. Si tratta soltanto di precedere l' eventuale maltempo; se questo sarà più rapido di noi ritorneremo su nostri passi. Dubito assai dell' esattezza ( dal punto di vista della logica ) di un simile sofisma che potrebbe portare conseguenze affatto piacevoli...; tuttavia in quel momento ci conveniva lasciarci convincere e così ci lanciammo lungo il cono di ghiaccio, alla sinistra dello spigolo il quale affonda nel ghiacciaio una parete di roccia biancastra insuperabile. Oltrepassata con delicatezza l' insidiosa crepaccia terminale, ci portiamo sulla roccia dove una serie di passaggi impegnativi ci costringe a togliere i ramponi e ci consente di prendere lo spigolo. Da qui ci innalziamo per un centinaio di metri abbastanza facili che conducono ad uno spuntone nero-rossastro il quale dal basso appare come la prima distinta particolarità dello spigolo, quasi una vetta piatta sulla quale credevamo possibile piantare la nostra tendina. Illusione ottica e dunque conviene proseguire sempre per rocce nere e rossastre le quali presentano una serie incessante di difficoltà le quali aumentano notevolmente quando, un poco più su, comincia ad apparire sugli appigli neve abbondante.

Il cielo si mantiene incerto ed io non voglio neppure pensare all' eventualità che il maltempo ci costringa a retrocedere ed a superare in discesa queste medesime difficoltà: forse in tal caso converrebbe ancora forzare il passaggio in alto. A distrarmi da queste preoccupazioni arriva tempestivamente qualche passo delicato su crestine di neve e ghiaccio, superate le quali si ritorna alla roccia nerastra. Generalmente nelle ascensioni i tratti difficili si alternano con altri più facili lungo i quali si riposa fisicamente e si allenta anche la tensione nervosa: più o meno questo mi è capitato in tutte le vie nuove da me percorse. Qui invece non vi sono passaggi di difficoltà estrema, ma le difficoltà notevoli non danno un attimo di tregua e sottopongono l' alpinista ad un logorio incessante. Occorre una buona resistenza per durare.

Un piccolo aereo, un Piper che potrebbe essere pilotato da Geiger, deve averci scorti e viene a curiosare sulle nostre teste; ma io sono talmente impegnato da non potermi distrarre né per fare segnali, né per osservare quegli eventuali degli aviatori.

Incomincia ad imbrunire ed ecco i compagni mi dicono di attendere perché hanno trovato un luogo adatto a trascorrere la notte. Una quinta di roccia mi impedisce vederli, sento tuttavia i rumori del lavoro per spianare una piazzola e già pregusto un sibaritico bivacco nel calduccio della tendina, con un fornello ronzante che ci appronterà una ristoratrice e bollente minestra. Insomma un bivacco di lusso in confronto a quelli effettuati prima d' ora. Ma quando raggiungo gli altri la situazione si presenta assai diversa; nella parte bassa di una breve « cheminée » ripiena di neve e ghiaccio è stato ricavato alla meglio un pianerottolo inclinato nel quale potremo, è vero, raccoglierci tutti e quattro, a patto però di tenerci ripiegati come coltelli a serramanico e accuratamente compressi gli uni contro gli altri.

Il cielo fin' ora non è stato inclemente, tuttavia è sempre coperto da strati di nubi che sembrano ancor più nere perché il sole al tramonto spinge una lama rossastra tra i vari cumuli. Secondo l' altimetro siamo all' altezza del Col Tornenza: in circa sette ore abbiamo superato dunque appena 580 m di dislivello. Poiché in testa c' era la cordata « rapida » formata da Leonardo e da Luigi, poiché non s' è perso tempo, vuoi dire che le difficoltà sono state notevoli.

Per far sciogliere la neve necessaria a preparare il té, per ristorarci, per le indispensabili sicurezze onde premunirci da notturne ed involontarie scivolate se ne vanno alcune ore: del resto abbiamo tutti una voglia matta di cantare ed ognuno si produce in « a solo » impressionanti... Per fortuna anche i corvi dormono a quest' ora... E poi si chiacchera e qualcuno osserva che, di fronte a noi, sulla poderosa ed elegante Dent Blanche esiste una via battezzata dei « quatre ânes »; propone perciò di chiamare la nostra via dei « quatre fous ». Alla Schönbühl stamane c' era una guida svizzera e se questa ci ha visto attaccare a mezzogiorno e con quel tempo incerto, avrà fer-reamente e logicamente concluso che noi siamo « quatre fous ». Dobbiamo dargli ragione.

E' notte fonda quando stendiamo a mo' di telo sulle nostre teste la tendina che doveva invece ospitarci. Questo accorgimento, suggeritomi dal bravo Compagnoni, rende assai caldo il bivacco e poiché il cielo si è completamente rasserenato possiamo riposare senza preoccupazioni per il domani. Sappiamo che il sole arriva sullo spigolo verso le 7.30 e questo presso a poco sarà l' orario della nostra partenza onde lasciarci prima crogiolare dal caldo.

La roccia ci ripara dal vento del nord e, protetti anche dalla tendina, la notte trascorre tranquilla. Al mattino, dopo aver ammirato la formidabile parete ovest del Cervino e dopo aver depositato sul luogo del bivacco un biglietto con i nomi, siamo di nuovo in marcia e tosto incontriamo le previste maggiori difficoltà. Superato un dislivello di circa 80 metri su rocce veramente delicate e con l' ausilio di qualche chiodo di sicurezza, eccoci al pendio glaciale che si arriccia e si rialza come la cresta di un' onda marina. Calziamo i ramponi. Dapprima un' esile crestina di ghiaccio costringe all' intaglio di gradini sul fianco orientale; scavalcata poi la cresta ( chiodo ) si risale lungo il versante occidentale.

Durante le lunghe soste alle quali siamo costretti guardiamo la nostra mèta constatando che non siamo diretti ad un punto qualunque della cresta spartiacque; questa cresta si innalza invece a formare una punta ben delimitata e precisa. Interpretando il pensiero di tutti, dice Luigi: - Ma questa è una vetta! Possibile non abbia nome?

Quando gli rispondo che niente è segnato sulle carte, scuote la testa per nulla convinto. Leonardo intanto ha proseguito ed ora non è se non un ragnetto attaccato al pendìo sul quale ha costruito un' aerea scaletta per tutta la lunghezza della corda ( 50 m ). Riteniamo prudente fermare Luigi lasciando la precedenza a Pierino ed a me; saliremo uno alla volta tenendo impugnata la fune di Leonardo ( assicurata ad un chiodo ) quale corda fissa. Una volta raggiunto Leonardo, sia per guadagnar tempo quanto per mancanza di spazio, Pierino parte sostituendolo nel faticoso lavoro del tagliare: lo vedo procedere molto, molto lentamente in traversata diretto ali' ormai prossimo punto della cresta ( a destra della vetta ) dove la cornice è più piccola. Giudico Pierino meno veloce di Leonardo, ma quando parto a mia volta constato le serie difficoltà opposte da quest' ultimo tratto in traversata; vedo gli ampi gradini e gli appigli per le mani, i due chiodi piantati per assicurare la cordata e concludo che meglio e più presto non si poteva fare. Un ultimo passo e, scavalcata la breccia aperta da Pierino sulla cornice, eccomi con un piede sul versante del Breuil investito da un sole cocente. La punta sovrasta di appena qualche metro, pochi passi e ci siamo.

Dice Luigi:

- Vedete che avevo ragione; questa è una punta vera e propria, non so perché sia stata dimenticata. Non è giusto: bisogna darle un nome.

E propone quello di mia moglie: Maria Cristina.

Dice Cenerentola: finalmente è venuto il mio giorno. Non intendo usurpare nulla che non sia mio, ma non è giusto considerarmi soltanto la quota più alta della costiera compresa fra il Colle Tornenzaedil Colle Maquignaz. Io sono una vera punta perché da me si dipartono tre creste: a est verso il Cervino, ad ovest verso il Dente d' Hérens, a nord verso il ghiacciaio di Tiefmatten. Del resto il Kurz mi da ragione perché descrivendo la costiera tra il Colle Tornenza e il Dente d' Hérens dice: « elle monte rapidement et devient rocheuse,forme une première tête(3674 CI ) peu caractéristique et court sans s' élever beaucoup jusqu' à une seconde tête ( 3710 CI ) ».

Cenerentola non ha torto. Anche Adrien Voillat 1 dice di essere pervenuto, provenendo dal Colle Tornenza, « sur le premier grand ressaut anonyme Pointe 3710 ».

Quando il Voillat passò di qui nel 1944 vide fumare la pianura italiana per gli incendi provocati dai bombardamenti aerei. A noi è risparmiata questa tristezza; gli uomini per il momento hanno cessato di impugnare le armi e di massacrarsi a vicenda. Nella gran vampa del sole la cerimonia del battesimo si svolge sbrigativa e rapida. Non abbiamo la tradizionale bottiglia di spumante anche perché non ci siamo accorti di essere diretti ad una « punta » se non dopo aver superato oltre metà dello spigolo. Sarebbe stato troppo lungo il cammino per scendere a rifornirci di questo liquido.

Un bicchiere di semplice vino rosso sostituisce lo spumante; ma la stretta di mano reciproca è cordiale e robusta come non mai, essa esprime il sentimento che tutti ci ha preso alla gola e ci ha portato ancora più su della piccola cima bianca.

Nella discesa onde abbreviare il cammino intendevamo ripetere la via da noi già percorsa tanti anni addietro al ritorno dalla Punta Bianca, ma con quel sole la parete scaricava. Dovemmo 1 A. Voillat - loc. cit.

forzatamente raggiungere il Col Tornenza con un giro tanto lungo da arrivare a casa quando già era buio.

Il giorno dopo al canocchiale la nostra Punta Maria Cristina appariva scintillante e gaia. A sinistra occhieggiava un buco nero a V: era la breccia da noi aperta nella cornice, unico e labile segno del nostro passaggio.

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