Raggi di granito Escursione alpina alla Göscheneralp

Un ponte sospeso e una nuova via ferrata hanno attenuato l’inaccessibilità del territorio attorno alla Göscheneralp.

Nell’oscurità delle rocce della valle della Göscheneralp balugina una luce nascosta. Sono millenni che se ne sta annidata in fenditure e crepacci; per stanarla tocca lavorare faticosamente di mazzuolo e scalpello. Dopodiché la luce dei monti si rifrange nei cristalli, ed è come tenere in mano un fiammeggiante pezzetto di notte dei tempi. «Raggi» li chiamano qui, i cristalli. Giù in valle, alla stazione ferroviaria di Göschenen dall’aria sempre più abbandonata, puoi comprarne di piccolini per pochi franchi. Gli esemplari più grandi sono in vendita a cifre astronomiche sui banchi delle grandi fiere di minerali del mondo intero. Eppure le pietre – di regola quarzi affumicati e cristalli di rocca – raccontano poco del territorio da cui si sono affrancate.

Le ripide gole e le cenge a strapiombo, le brulle pietraie, le lisce lastre di granito che i cercatori di minerali affrontano per trasportare a valle il loro bottino. I temporali a ciel sereno, i torrenti che esplodono dalle pareti rocciose. Tutta la natura selvaggia di questa valle. Per viverla, per sentirla, per gustarla, ci vuole tempo. Meglio cinque giorni. Allora si può percorrere avanti e indietro, di capanna in capanna, lungo vie tanto aspre quanto ormai sicure, questa valle un tempo così isolata. È solo da poco che lo si può fare. Ancora dieci anni fa le capanne in alto sopra la Göscheneralp non erano che punti d’appoggio per alpinisti e rocciatori, slegate e separate e disgiunte, isolati avamposti sull’orlo di strapiombi e ghiacciai. Nel frattempo, i custodi delle capanne hanno tracciato nella natura alpina una via fatta di chiodi a espansione, funi metalliche e scale. Il passaggio dal Bergsee alla Voralptal è assicurato, un discusso e controverso ponte sospeso ha schiuso agli escursionisti la regione del Salbit. E dalla scorsa estate una via ferrata porta dalla Chelenalptal su fino alla Dammahütte. Le capanne si sono unite e collegate, e i cinque custodi promuovono ora l’intera escursione con un unico prospetto. Montagna selvaggia di giorno, confort in capanna di notte.

Pietraie e funi metalliche

Il cammino dalla capanna del Salbit a quella di Voralp è spettacolare. Su in alto, sulle creste del Salbitschijen, sono state scritte pagine di storia dell’arrampicata; ancora oggi il crinale a sud è considerato tutt’altro che facile, a causa della sua lunghezza e della sua situazione esposta. Sul versante opposto della Voralptal, il Sustenhorn mostra il suo lato più selvaggio. Ghiacciai sospesi lungo i fianchi, lo sperone della cresta est che s’allunga come un bastione tra rocce e ghiaccio fino alla vetta. In mezzo, un’alpe costellata di rozzi massi e fiori di aconito e di veratro: la Voralp.

Da qui un sentiero, attraversando torrenti e pietraie, conduce a una bocchetta assicurata con funi, dietro la quale stanno prima la Bergseehütte, e poi più in là, dopo un’apparentemente infinita teoria di pietre e massi, la Chelenalphütte. Qui la vista si apre: sul lago della Göscheneralp e sulla valle della Chelenalp, e dunque sulla movimentata storia della vallata. Ancora pochi decenni fa il nevaio della Chelenalp arrivava fino sul fondovalle alle spalle del lago.

Un villaggio sommerso

Dove oggi si produce energia elettrica c’era un tempo un piccolo insediamento abitato: la Göscheneralp, uno dei più alti e isolati del cantone, durante l’inverno spesso tagliato fuori dal resto del mondo, povero, devoto, operoso. Poi il progetto di sommergere l’Urserental con una gigantesca diga andò a monte. L’industria idroelettrica cercò un’alternativa, e la trovò nella povera valle più in alto. Gli abitanti della Gö­scheneralp vendettero le loro terre, le ruspe salirono in quota, e il piccolo villaggio scomparve sotto le acque del bacino artificiale.

Oggi si sta invece consumando un dramma di tutt’altro tipo: il cambiamento climatico globale sta facendo sciogliere a gran velocità i ghiacciai in passato tanto imponenti. Del ghiacciaio della Chelenalp non è rimasto quasi più nulla. Ed è solo una questione di tempo prima che le bianche pendici del Winterberg si trasformino in fragili, friabili pareti color bruno sporco. Il clou dell’escursione è la tappa alla Dammahütte. È situata in alto come una fortezza, su una spalla sotto il Moosstock; da lì la vista si estende sul granito della regione del Salbit e sul nevaio alla fine della valle.

Il cammino verso l’alto si prospetta avventuroso: le marcature conducono in mezzo a pareti rocciose a strapiombo. Ciò nonostante gli escursionisti alpini possono percorrere il sentiero senza correre grandi rischi: da due anni una via ferrata collega la capanna direttamente alla valle di Chelenalp. Dalla terrazza, la vista vaga ancora una volta su un panorama aspro, coi suoi canaloni sassosi, le sue fenditure nascoste ricche di cristalli, gli esposti sentieri dei camosci, poi si scende verso il bacino artificiale e ci si cala nella massa di gitanti intenti a fare il giro del lago quale rapida escursione di un solo giorno. Vicino alla diga l’aria sa di patatine fritte, un negozietto offre in vendita formaggi del posto. E «raggi», cioè cristalli, come souvenir.

Poi arriva un bus giallo, ingoia i gitanti dal variopinto abbigliamento, e lascia che la sommersa Göscheneralp torni alla sua solitudine.

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