Ricordi valdostani

Di Giuseppe Ritter

Con 1 tavola ( 35Chiasso ) Ritornando da Courmayeur il 28 agosto 1949 per salire a Breuil, scesi a Châtillon alle ore 12.50. La corriera, in perfetto orario ed in coincidenza coi treni dalla Lombardia, era già partita 30 minuti prima e la prossima avrei dovuto attendere per ben 8 ore. Decisi quindi di occupare il tempo altrimenti e di salire ali' eremo di S. Evanzio a quota 1669 sullo spartiacque fra la Val Marmore e la Val Grande.

Appena 100 metri dalla piazza grande di Châtillon deviai a sinistra e — di non facile orientamento — incontrai un sentiero che s' inalza ripidissimo fino ad incontrare un gruppo di cascine su un ripiano a quota 1057. Di là, voltando recisamente verso sud, raggiunsi — già nella zona del pinastro ( pinus silvestrisun magnifico promontorio, coronato da una cappella, ora in via di restauro. Mentre pochi sguardi bastarono per stimare l' ampiezza della vista sulla Val Grande, non potei scorgere l' immensa distesa di vette, picchi e guglie che va dal Bianco al Gran Paradiso ed alle prealpi di Valsesia, perché una muraglia di nuvole nere nascose l' imperioso panorama. Infatti, suir altra sponda della Val Grande un violento temporale stava già scaricando acqua e grandine. Senza perdere un minuto, mi voltai verso nord e proseguendo cercai di intuire con somma fatica il sentiero reale fra le numerose piste, sulle quali i boscaioli fecero scendere a valle i tronchi abbattuti. Commisi l' errore di non salire direttamente sulla cresta, dotata d' un sentiero assai commodo e che ne segue tutte le gibbosità. Salü invece un pendio ripido di 1 Nicolaus Cusanus.

rocce nude, giustificando questo diversivo col ragionamento d' essere venuto in questa regione da alpinista e non da escursionista ( nel gergo dei rocciatori = pianista )!

Rintracciai il sentiero sullo spartiacque poco prima d' arrivare ai piedi del magnifico promontorio di S. Evanzio. Contrastato da vento furioso, salii gli ultimi cento metri, correndo pericolo d' essere portato dallo spigolo. E quando raggiunsi l' eremo, le prime gocce cominciarono a cadere.

Quantunque sfortunato per l' inclemenza del tempo, potei non di meno constatare che S. Evanzio è indubbiamente uno dei migliori punti panoramici della media Valle d' Aosta. Come mi si disse a Torgnon, si vedono da questo elevato pulpito ben 23 comuni valdostani.

Nella rivista del CAI Le Alpi ( N° 5/7 1942 ) Carlo Passerin d' Entrèves riferisce, che nell' alto medioevo, come tante altre località ora abbandonate, S. Evanzio era abitato tutto l' anno: è tradizione vi sorgesse verso il 1200 un villaggio di poche case e presso la cappella un piccolo convento di suore l' ordine di S. Agostino cacciate da Loèche nel Vallese, che avevano riparato in Valle d' Aosta attravèrso il Colle del S. Teodulo. Difatti, provvedendo nel 1855 ai restauri dell' attuale cappella, si scoprirono le celle che avevano albergato le poche monache di quella minuscola comunità.

Da S. Evanzio, procedendo sempre verso nord, raggiunsi in meno di un' ora la cappelletta di S. Pantaleone, dove decisi di attendere il rallentamento delle piogge torrenziali. Nel frattempo ammirai l' amena conca di Torgnon, grosso comune circondato da pittoreschi frazioni, ora allacciato al fondovalle da una nuova carrozzabile. Numerosi campetti, poco più grandi d' un lenzuolo, sono sparsi sulle vaste praterie dei dossi tondeggianti. Tutto l' assieme è dominato dalla Punta Cian che si alza a 3320 metri e porta sul versante nord alcuni ghiacciai.

Scendendo al villaggio, incontrai i primi vallerani in una posa tipica per quella regione. L' uomo comodamente seduto sul mulo e la donna aggrappata alla coda del somaro, una zappa sulla spalla. Ebbi poi campo di constatare che lassù si fa più largo uso delle bestie da soma che non altrove nelle Alpi, ad eccezione forse di certe regioni del Vallese, da dove, in tempi remoti, emigrò questa brava gente.

Il primo uomo che mi permise di guardare nell' anima del popolo, era l' oste dell' albergo Belvedere, un ometto del tipico aspetto francese, amputato dell' avambraccio destro. Parlava l' italiano stentatamente e con evidente fatica. Quando intuiva il mio interesse per la storia ed i costumi valdostani, mi procurò subito un vasto lavoro illustrato, in due volumi, dal quale potei rilevare tante cose.

Dai tempi lontani dei Salassi, Celti e Liguri, dalla dominazione romana e dalla penetrazione va^llesana fino ad oggi, quelle benedette terre videro molte peripezie. Il colpo più duro lo vissero indubbiamente negli anni che pre-cedettero immediatamente la seconda guerra mondiale.

Com' è noto, in Valle d' Aosta si parla un dialetto franco-provenzale, e fino a pochi anni addietro si usava il francese negli atti pubblici. Coli' avvento del fascismo, il quale si mise con zelo a sopprimere tutte le particularité etniche e linguistiche, si procedette anche alla completa italianizzazione di quella regione. La favella di Dante fu messa al posto di quella di Molière, dapprima negli atti ufficiali e poi anche nel culto, il quale era considerato un' imprendibile roccaforte del francese.

Durante la loro breve straordinaria gestione, molti Commissari Prefettizi credettero opportuno di cambiare il nome del capoluogo affidato alla loro temporanea amministrazione. Nel 1938 venne prospettata l' opportunità di farne in blocco la versione in lingua italiana dei rimanenti 38 comuni. Tuttavia si tentò di conservare l' assonanza della pronuncia locale, affinchè, la nuova denominazione non riuscisse soverchiamente ostica ali' orecchio della gente del luogo. In tal modo Torgnon subi solamente l' aggiunta d' un -e. Perché non si mise Tornione, come in un primo tempo era stato proposto? Non lo si fece, perché nella fonologia romanza vige una norma, secondo la quale, allorché in latino la consonante -n è seguita da un dittongo iambico ie, ia, io, il fonema da nasale diventa palatale e si fa precedere la -n dalla consonante -g. L' i viene eliso e si ha -gn.

D' altra parte, mentre Valtournanche ( parrocchia distaccata nel 1420 da quella più antica di Torgnon ) fu italianizzato in Valtornenza ( e non Val-tornea ), si converti Valsavaranche in Valsavara. Ora, i suffissi -anca,inca, prettamente liguri, romanizzati in -anche integrano il senso estensivo del tema originale; la versione italiana avrebbe dovuto comprendere, oltre al prefisso e alla radicale, anche il suffisso, senza il quale la denominazione rimane amputata d' un elemento essenziale.

Sebbene tante cose ci sarebbero da dire attorno a questo problema lin-guistico, desisto perché gli avvenimenti politici hanno proceduto alla ristabiliz-zazione dello « status quo ante ». Una volta di più i fatti hanno provato, che ciò che si è sviluppato durante millenni resiste sempre agli oppressori. Le favelle si formano, si sviluppano, si propagano, stagnano, cadono in agonia e muoiono, ma tutto in base ad una legge propria, ad influenze che non sono preponderantemente politiche. Ed oggi, dopo una peripezia di lunghi 25 anni, l' alpinista che scende dah " arco alpino verso sud, resta commosso dalla constatazione, che il tedesco vallesano ( a Macugnaga e Gressoney ) ed il francese provenzale ( nelle rimanenti zone valdostane ) hanno perdurato anche questa minaccia di sterminio.

Essendo già in tema di linguistica valdostana, non vorrei chiudere questo saggio senza ricordare l' opera dell' abate Henry di Vapelline, il quale, con un sistema tutto suo, ha valorosamente contribuito a rendere meno oscura e sibillina la toponomastica delle Alpi valdostane. Diffidando della tradizione scritta, percorreva tutti i villaggi dei Comuni, facendosi pronunciare e ripro-nunciare dai vecchi i nomi oscuri finché il loro significato appariva chiaro e comprensibile.

Nelle liste di toponomi, raggruppati per classi ( nomi di acque, di piante, di rocce, di animali, ecc ), pubblicate col titolo « Vieux noms patois de localités Valdôtaines », il Henry seguiva lo spirito della gente di montagna, che attribuisce alle diverse località nomi che rispecchiano caratteristiche più salienti di esse.

II rendimento di questo metodo è provato dal fatto, che mai nessuno ha dato la spiegazione di tanti nomi come il parroco di Valpellina, il quale, alla intuizione del filologo, seppe anche unire la scienza dello storico. Infatti, l' opera più importante che compose negli ultimi anni della sua vita, porta il titolo: L' histoire de la Vallée d' Aoste.

D' altra parte il Henry non era solamente uomo di lettere, ma anche uomo d' azione. Per fornire agli Italiani l' evidente prova, che chiunque può salire una vetta di quattromila metri, condusse un mulo sul Gran Paradiso ( m. 4061 ), incordandolo e precedendolo con un sacco di avena.

Di carattere inflessibile, il Henry non rispettò il divieto fascista di predicare ai suoi parrocchiani in lingua francese. Dato la straordinaria popolarità di questo prete, il governo di allora non osò prendere misure coercitive.

Questo grande montanaro morì il 27 novembre 1947 ( ved. Le Alpi 1948, parte varia, pagine 37-40 e 59-61 ).

Chiudendo questo breve saggio, mi si permetta di aggiungere questi miei pensieri:

Alla distanza di soli 6 mesi ebbi campo di conoscere da vicino vaste zone di due regioni alpine assai lontane l' una dall' altra: l' alto Adige e la Valle d' Aosta. Ho dovuto convincermi che le Dolomiti non sono il Gran Paradiso e che l' uomo tirolese non è quello valdostano. Ma al di sopra delle particolarità inconfondibili, immutabili ed incancellabili, vi è la stessa fiamma che divampa nei cuori ad est e ad ovest: quella dell' assoluta libertà. I montanari non vogliono più sottostare alle leggi create e dettate dall' uomo delle pianure ed intente a plasmare la psiche regionale secondo un indirizzo uni-tario. L' uomo alpino vuoi nuovamente ridiventare lui stesso. Ed anzitutto vuole parlare l' idioma che gli antenati portarono da lontane terre quando varcarono i colli per emigrare verso sud. Idiomi che — pur subendo una data evoluzione — corrispondono ancora meglio alle esigenze della vita montanara, alle particolarità dell' ambiente ed alla mentalità della gente.

Fra tutte le assurdità, commesse dal defunto regime totalitario, quella più grossa era di ledere e sopprimere il particolarismo delle contrade alpine. Ma ciò che è cresciuto fra rupi e guglie non si lascia annientare tanto facilmente. Ed oggi, dopo la riconquista d' una certa autonomia, l' anima montanara sfoga le sue più belle qualità. Speriamo che le tendenze reazionarie non abbiano più a minacciare quelle superbe comunità patriarcali, che non abbiano più a costringere i montanari a nascondere la loro vera faccia, che è quella di semplicione umile, retto ed onesto, ma fermamente attaccato alla sua fede, ai suoi costumi, alla sua favella.

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