Spedizione all'Api 1954

Di P. Ghiglione

Con 3 tavole ( 108-110 Milano ) Già parecchi anni innanzi avevo iniziato l' organizzazione d' una spedizione al Trisul ( 7020 m ) nel Garhwal, che volevamo salire per via nuova. Infrattanto le difficoltà di passare la cosidetta « Inner Line » o Linea di demarcazione, introdotta in questi ultimi anni dal Governo indiano, volsero le mie idee anche alla regione nord-ovest del limitrofo Nepal, ove la triade Api-Nampa-Saipal restava tuttora vergine malgrado le precedenti spedizioni Heim-Gansser 1936 e Tyson-Murray 1953. Feci dunque delle pratiche per ottenere dal Governo nepalese il relativo permesso di accedere a quella zona.

Avevo nel frattempo trovato dei compagni, il Dott. Roberto Bignami, Fing. Giuseppe Barenghi e negli ultimi giorni il Dott. veterinario Giorgio Rosenkrantz. Lasciammo Roma in aereo il 13 aprile per Delhi, qui ( con l' aiuto del noto orientalista prof. Giuseppe Tucci ) mi giunse il permesso per il Nepal. Alla fine aprile col cap. Puri ( raccomandatoci dal Governo indiano ) si partiva da Delhi in ferrovia per Tanakpur, piccola città a circa 750 m ai piedi delle colline prehimalayane. Con noi erano pure il sirdar Gyaltzen Norbu e i due sherpa Tashi Kiron e Cheden Phanzo, raccomandatimi da Tenzing Norgya, il vincitore dell' Everest.

Die Alpen - 1955 - Les Alpes14 Da Tanakpur con un servizio di autobus si giunse in dodici ore, su strada con molte serpentine, che costeggia le rive della Chalti, a Pithoragarh, pittoresco capoluogo a circa duemila metri. Con molta fatica si ottenne una trentina di coolies. Il 29 aprile si lasciava questo ultimo punto di civiltà per la prima tappa pedibus calcantibus, 23 chilometri attraverso colline ben coltivate a terrazze ( frumento, grano, orzo, avena secondo l' altitudine ) sino a Jhulaghat ( circa 650 m ), l' ultimo villaggio alla frontiera col Nepal.

Senza alcuna formalità passammo l' indomani alle 6 del mattino l' alto ponte metallico sulle vorticose acque della biancastra Kali. Era mia intenzione di risalire la valle Chamlia, che nessun europeo aveva ancora percorsa: era il cammino più corto per giungere ai piedi sud dell' Api, 7140 m. Noi seguimmo per circa dieci giorni dei piccoli sentieri quasi sempre scoscesi o difficili piste in una lunga valle ora arida ora verdeggiante, salendo e ridiscendendo ogni giorno per oltre mille metri. Pochi villaggi, miseri, ove non c' era neppur mezzo di acquistare viveri per i portatori; salvo, in assai piccole quantità, riso e farina.

I primi giorni il caldo ( 45 gradi ) era quasi insopportabile. Noi passammo Chaubato a circa 800 m, ancora nella parte piana della valle, Chaubisho a 1700 m, su di una serie di dolci pendu, assai fertili, accuratamente coltivati. Da Chaubisho devesi ridiscendere di circa 600 m nelle gole della Chamlia e risalire poi a Ghusa, circa 2200 m. Noi eravamo i primi bianchi che questi indigeni vedevano; il lambardar ( sindaco ) del villaggio volle poi accompagnarci per qualche giorno nella foresta vergine ai piedi sud dell' Api, sia per curiosità, sia per cacciare qualche bharal, la tipica pecora a larghe corna. Egli era tuttavia armato di un così antico archibugio che le promesse di successo erano ben scarse.

Passammo ancora Shibti, piccolo villaggio a circa 2400 m e Bhattar, due capannucce, poco più in basso, ultimo abitato. Di là bisogna per qualche giorno ancora risalire la Chamlia, quasi nascosta in una « giungla » impenetrabile, con alberi imponenti. Bisogna traversare più volte il fiume, assai impetuoso, su ponticelli precari, consistenti spesso in due-tre tronchi d' albero, sui quali è d' uopo porre ogni attenzione nel passare, dato che si tratta di legni rotondi, viscidi per l' acqua che sovente vi passa sopra e non posati sicuri alle sponde.

Alfine il 9 maggio si intrawidero attraverso la densa foresta i ghiacciai luccicanti dell' Api e l' indomani si pose il campo-base sopra un vasto ripiano ai piedi della montagna, a circa 4000 metri. Questo versante sud dell' Api non è altro che un' immensa parete quasi verticale per circa 3000 m, con piccoli ghiacciai pensili, aggrappati alle scoscese rocce. Avevo subito compreso che il monte da questo lato era inespugnabile, ma i miei compagni vollero indugiare per bene assicurarsene. Si ascese dapprima un picco dirimpetto all' Api ( che deno-minammo S. Ambrogio a ricordo di un parente di Bignami ) per ottenere una visione completa del massiccio. Nei giorni seguenti si compirono delle ricognizioni nelle valli limitrofe, si precisò il punto di sorgente della Chamlia e si stabili un primo campo alto a 5050 m quasi al fondo del vallone sud-ovest, poiché dal picco a 5300 m s' eran visti due colli molto elevati in quella direzione, che davano speranza che di là avremmo potuto passare sul versante nord della catena dell' Api: cosa per noi della massima importanza.

Pervenuti ( 16 maggio ) al primo colle ( 5600 m ), si constatò che la discesa sull' altro lato non era possibile con coolies carichi; l' indomani dall' altro colletto ( 5850 m ) si potè avere una schiarita brevissima, che tuttavia permise di vedere la parte superiore del versante nord dell' Api e questa risultò possibile a scalarsi. Di ritorno al campo base si decise di contornare per il versante ovest tutta la catena dell' Api, valicando tre alti colli sui 4200-4500 m, per portarci poi sul versante nord e salire di là il monte. Si ridiscese per tal modo la parte superiore della Chamlia sino a Ghusa.

Fu appunto nel traversare uno degli ultimi ponti formati di tronchi che il nostro compagno Bignami perdette ali' improvviso l' equilibrio cadendo nelle vorticose acque del fiume. Ancora ricordo quei terribili momenti. Tutti i nostri sforzi per salvare il compagno furono inutili; ricercammo poscia il suo corpo per quasi due giorni, pure senza risultato. La perdita del nostro caro compagno fu un colpo capitale per la nostra spedizione.

Da Ghusa superando i tre valichi suddetti si giunse in diversi giorni di faticose marce a Rapla, circa 2400 m, piccolo villaggio quasi sperduto fra gole montane e che ricevette allora la prima visita di uomini bianchi. Con nuova traversata ci portammo sulle rive della Kali. Di là una piccola parte della nostra carovana con Rosenkrantz e Puri si diresse a Garbyang per ottenere il permesso di tornare alla fine della spedizione a Pithoragarh seguendo il lato indiano della Kali onde evitare per tal modo i penosissimi sentieri nepalesi. L' altra parte con Barenghi, due sherpas ed io continuò per circa una settimana sul lato nepalese seguendo piste terribili, esposte e pericolose ( spesso non esistevano ) sino a giungere in faccia al paesino di Budhi. Da quel punto si raggiunse alfine la stretta valle dell' Api Khola e nella sua parte superiore a circa 4000 m si installò il campo-base nord.

Risalendo il grande ghiacciaio nord-ovest dell' Api effettuammo l' indomani ( 9 giugno ) una lunga esplorazione per cercare la miglior via alle vette dell' Api, via che si dimostrò la più razionale seguendo dapprima dei pendu molto ripidi, in parte erbosi e poi morenici, sul nord diretto dell' Api, sino a raggiungere un ghiacciaio superiore, sempre sul versante nord, che si allacciava a quello che toccava l' ultima parete glaciale del monte con le sue tre vette.

La sera giunse al campo-base Rosenkrantz; egli ci dichiarò che avrebbe rinunciato all' Api, ridiscendendo a Garbyang e facendo una breve corsa ( 5-6 giorni ) nell' attiguo Tibet, anche per studiarvi lo yak. Ci si sarebbe poi, dopo la nostra scalata dell' Api, riuniti tutti a Garbyang per ritornare insieme a Delhi al più presto, dovendo egli trovarsi a Torino per esami a fine giugno. Questa nuova mi giunse in verità improvvisa; dissi a Rosenkrantz che per l' Api necessitavano almeno 8-10 giorni. L' indomani mattina quando l' Api uscì dalle nebbie, maestoso oltre ogni dire, Rosenkrantz l' osservò col cannocchiale e d' un tratto decise di venire con noi!

Preparammo comunque in quel giorno tutto il necessario, risalimmo il ghiacciaio nord-ovest sino in fondo ( campo 1° ), per una definitiva ricognizione ( 11 giugno ) che confermò la mia via come la migliore, benché Barenghi dapprima volesse tentare di risalire la grande cascata di seracchi sul lato nord-ovest. Si ritornò quindi alquanto sul basso del ghiacciaio, stabilendovi il campo 1° bls; da qui si risali l' indomani ( 12 giugno ) il vicino ripido canalone erboso, per portare con sherpas e coolies molto materiale al disopra delle morene superiori, sino a 5400 m. La sera si ridiscese al campo 1° bls e il mattino seguente si risali di nuovo con altro materiale a quell' altitudine per stabilirvi il campo 2°.

Nello stesso pomeriggio si tracciaron gradini sul pendio assai erto del gran couloir di ghiaccio dell' attiguo ghiacciaio ( superiore ), che si doveva poi traversare per portarci alle falde ultime dell' Api. Il 14 giugno si risalì e attraversò detto ghiacciaio ( superiore ), molto crepacciato, fissando bandierine che per fortuna avevo portato meco, su ramoscelli fatti raccogliere al campo base. Lassù in un piccolo ripiano fra due crepacci si pose il campo 3°, 6150 m. Il cap. Puri ( molto carico ) ci accompagnò con due sherpa, Tashi e Cheden. La mia idea era di mettere l' indomani un altro campo ( 4° ) più in alto, ma Rosenkrantz aveva molta fretta e riteneva, partendo a mezzanotte, di poter raggiungere la vetta dell' Api in giornata e tornare non solo al campo 3°, bensì anche al 2°.

Per tal modo egli e Barenghi dissero ai due sherpas ( Tashi e Cheden ) di risalire l' indo al campo 3° per smontarlo. A mezzanotte il tempo era scuro, si potè partire solo al mattino alle 6. Il cielo era sereno allo zenit, ma l' orizzonte si presentava ben nero. Feci osservare ciò ai compagni, che eran ansiosi di partire e non presero neppure qualcosa di caldo. Ma io fermai Gyaltzen e insieme ci rifocillammo. Poi risalii con lui la cresta soprastante, di ghiaccio; e, forse 50 m oltre, mi slegai dicendo a Gyaltzen di raggiungere al più presto i due compagni. Io avrei proseguito da solo.

Il ghiacciaio era abbastanza crepacciato e bisognava far molta attenzione. Per qualche ora marciai su per il ghiacciaio e vidi più volte i tre uomini insieme e più tardi sulla parete finale; intanto il tempo s' era guastato definitivamente, a mio pensiero; un vento assai forte si levò. Giunto a circa 6600 m, presso al colle ( nord-est ) poco distante da un isolotto roccioso, mi ricordai che i due sherpas dovevan fra poco giungere al campo 3° per smontarlo. Questa ragione e il cattivo tempo ormai sopravvenuto mi decisero a tornare al campo 3°. Pensavo anche che i compagni sarebbero presto pure ritornati. La nebbia nella gran conca glaciale prima del campo mi avviluppò in pieno e a gran fatica, dopo avere due volte perso le tracce, potei raggiungerlo.

Poco dopo arrivavano i due fedeli sherpas e ci recammo sulla cresta soprastante per osservare insieme le vette dell' Api. Ci parve di intrawedere un istante, fra le nebbie vaganti, tre puntini ai piedi della punta est. Poi più nulla. Dopo aver preso qualcosa di caldo, inviai i due sherpa con qualche provvista incontro ai compagni, per ogni caso. Ma il nebbione aveva tutto invaso ed io dissi ai due uomini di essere comunque prudenti. Più tardi risalii anch' io la cresta sopra al campo: il tempo era tuttavia tale che presto feci ritorno. Mi assopii alquanto e risalii poi ancora sulla lunga cresta, benché non vedessi nulla e le piste fossero quasi invisibili.

Tardi verso sera ormai tornarono i due sherpas, che già ero in pensiero pure per essi: nulla avevano visto o udito malgrado avessero lanciato richiami. La sera e la notte passarono nella attesa febbrile dei compagni. La notte nevicò. L' indomani un costante nebbione impedì assai le nostre continue ricerche. Il mattino seguente il tempo alquanto sereno, si rabbuiò presto; intanto le provviste nostre eran ormai terminate e mi urgeva anche cercare nella valle nord-ovest, sul lato ove Barenghi avrebbe voluto salire ( per la gran seraccata ), sperando che la comitiva fosse discesa direttamente di là.

La nebbia ci sorprese fra i crepacci della via al campo 2°; per fortuna alcune bandierine rosse qua e là erano ancora visibili! Dal campo 2° al campo 1° bls si ebbe nebbia e nevischio. L' indomani mattina verso le 6 apparve d' un tratto al campo Gyaltzen estenuato, quasi cieco, irriconoscibile! Dopo averlo soccorso e che egli si fu rimesso ( un giorno e mezzo; infrattanto poco alla volta avevamo potuto sapere da lui che Rosenkrantz era morto e Barenghi era sparito in vetta all' Api ), si discese al campo-base. Dò qui, più sotto, il rapporto che Gyaltzen fece poi per iscritto a me e Puri.

Feci tuttavia ricognizioni sul gran ghiacciaio ovest, ma senza risultato; d' altra parte, non era ormai più da pensare che una persona sola fosse discesa per la seraccata, coi suoi diversi salti. È col più vivo rammarico che penso che se Barenghi non si fosse fatto slegare e fosse subito disceso a soccorrere Rosenkrantz ai primi richiami di Gyaltzen, come tornò questi, sarebbe tornato anche lui; e probabilmente si sarebbero salvati tutti e tre.

La perdita dei compagni aveva portato nuovi problemi, specialmente logistici; incerto rimaneva il lungo ritorno, se dal lato nepalese o indiano. Poi, per i buoni uffici di Puri, si potè tornare dal lato indiano e cosi ci riportammo, via Garbyang, a Pithoragarh.

Ecco la relazione Gyaltzen:

« II 14 giugno salii con l' ing. Ghiglione, Fing. Barenghi e il Dott. Rosenkrantz all' altezza di 6150 m, esigua conca presso due grandi crepacci, esposta a tutti i venti. Lì ponemmo il campo 3°, due piccole tende. Il cap. Puri dell' esercito indiano venne pure colà coni due sherpas Tashi e Cheden; questi tre uomini scesero poi al campo 2° ( 5400 m ) ed io rimasi al campo 3° tutta la notte.

Il 15 giugno alle 6 del mattino dopo una brutta notte il tempo migliorò ma non era dappertutto chiaro e i signori Barenghi e Rosenkrantz decisero improvvisamente di partire per la cima dell' Api. Mi preparai qualcosa di caldo insieme con l' ing. Ghiglione, poi partit io pure con l' ing. Ghiglione per la cima dell' Api. Ma subito dopo l' ing. Ghiglione mi disse di raggiungere gli altri due signori, il che io feci mentre l' ing. Ghiglione saliva da solo. Io poi raggiunsi celermente l' ing. Barenghi e il Dott. Rosenkrantz. Ci legammo insieme e salimmo verso la punta dell' Api.

Al giungere proprio sotto la vetta il dottore accusò malesseri ( forti giramenti di testa e perdita di sangue dal naso ), il secondo signore allora parlò in italiano con il dottore e l' ing. Barenghi mi disse che il dottore doveva essere slegato e avrebbe colà atteso il ritorno dalla vetta. Cosi io slegai il dottore e noi continuammo. Quando raggiungemmo la cima massima ( mediana ) vedemmo che c' era un' altra punta più bassa un poco più lontano. Guardando in basso vidi che il dottore cercava di salire a quattro mani. Richiamai l' atten dell' ing. Barenghi su ciò, egli mi disse di scendere e di tornare con il dottore, mentre egli continuava verso la cima minore ( ovest ). Allora slegai l' ing. Barenghi e scesi dal dottore. Capu che l' aiuto di un altro uomo era necessario, cosi gridai ali' ing. Barenghi di ritornare, ma pare che egli non mi udisse e continuò il cammino, anzi subito dopo, investito da un terribile colpo di vento, disparve alla mia vista.

Io continuai verso il basso con il dottore. Egli stava ormai molto male e la sua mente vaneggiava. Cercava di tiranni in direzione dei crepacci più pericolosi. Comunque, io lo trascinai giù; c' era molta nebbia e i nostri movimenti erano molto lenti. La notte si approssi-mava mentre eravamo ancora a settemila metri. Restammo una notte in un piccolo crepaccio e io continuai a massaggiare le membra del dottore e le mie. Continuammo il giorno dopo e quando venne un po' di luce cominciai a perdere la vista, avendo smarrito gli occhiali. Raggiungemmo alfine una roccia a 6600 m e 11 passammo la notte. Faceva molto freddo e il dottore aveva ormai completamente perso le sue facoltà mentali. Continuai a massag-giarlo, ma verso le tre del mattino spirò. Lo adagiai nel fondo della roccia e coprii il suo capo con il cappuccio di piumino. Quando il giorno sorse partit per discendere con il sacco del dottore oltre al mio, ma lo perdetti nel cadere in un crepaccio. » Firmato: Gyaltzen Norbu

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