Spedizione italiana alla Sosbun Valley (Karakorum)

Paolo Vitali, Lecco

Contrariamente a quanto ci era stato detto, i portatori balti sono persone simpatiche, oneste e socievoli Verso l' avventura: primo impatto col Pakistani Sabato 6 agosto 1988: dopo una foratura al pneumatico ed un po' di suspense per un guasto all' acceleratore ( il tutto nel tragitto Corno-Milano !) sospiriamo di sollievo sulle poltrone dell' aereo, che speriamo sia in condizioni migliori della nostra automobile...

Il primo impatto col Pakistan è scioccante: 45 gradi, un' umidità spaventosa, sporcizia, odori strani e... camera d' albergo senza aria condizionata. Iniziamo subito a galoppare tra uffici e negozi per le formalità, l' aquisto dei viveri e la ricerca di un mezzo di trasporto; ogni' Spedizione patrocinata dalla sezione del cai di Lecco e dal Gruppo Ragni Della Grignetta.

La Sosbun Valley: sogno e progetto II mitico numero « 8000 » magnetizza le speranze ed ambizioni di centinaia di alpinisti, ca-lamitandoli sugli scintillanti pendu dei giganti di Karakorum ed Himalaya, mentre rimangono ancora da esplorare settori che racchiudono montagne di sogno, eleganti e vertiginose.

Ho in mano qualche bella foto in bianco e nero, una cartina schizzata a biro ed una lettera con informazioni stringate: è la documentazione fornitaci generosamente dagli alpinisti polacchi di ritorno da un tentativo alpinistico ad una meravigliosa torre granitica in Pakistan. Le foto parlano da sole, e subito inizio a fantasticare su questa valle pressoché sconosciuta, anche se così vicina alla pista sul Bai-toro per i campi base dei vari K2, Broad Peak, ecc: la Sosbun Valley.

Non bisogna dimenticare poi che organizzare una salita su queste cime è relativamente semplice rispetto alle spedizioni verso le « grandi » montagne: nel nostro caso non serve neppure il permesso per raggiungere la cima, dato che la torre che vogliamo salire non supera i 6000 metri.

Poco materiale, pochi portatori, obiettivi « moderni » che, invece di lunghe marce in quota, imponderabili pericoli oggettivi e le decine di milioni di budget, offrono la possibilità di arrampicate gratificanti come nelle nostre Alpi, ma su dimensioni e quote « maggiorate », e con costi abbastanza accessibili.

Al sogno segue il progetto. Coinvolti alcuni amici, entusiasti dell' idea, finalmente Sonja Brambati, Adriano Carnati, Tita Gianola, Daniele Bosisio ed io ci ritroviamo col biglietto Milano-lslamabad in mano!

cento metri ci tuffiamo nell' aria umida di un bar per berci una Coca-Cola, che ci evapora dalla pelle nei successivi cinque minuti.

Lunedì partiamo sul « nostro » minibus sti-pato di materiale ed alpinisti molto sudati alla volta di Skardu, che raggiungiamo completamente sconvolti dopo 24 ore di viaggio ininterrotto.

A Skardu abbiamo poco tempo per fare i turisti: bisogna ingaggiare i portatori, organizzare il trasporto a Dasso e provvedere agli ultimi rifornimenti di viveri e combustibile; intanto il tremendo « Pakistan Food », un cocktail vulcanico di cibi conditi con spezie ultrapic-canti e peperoncini assortiti, contribuisce al nostro degrado intestinale.

Paese che vai... Qui donne non se ne vedono, a parte qualche fuggevole apparizione velata a bordo di malconci furgoncini; le gambe di Sonja sono molto « gettonate »; ma come si fa con questo caldo a non indossare i pantaloncini corti? In compenso si incontrano coppie unisex di maschioni locali mano nella mano... con le unghie smaltate di rosso!

Una brutta sorpresa all' Hotel K2: troviamo la cartolina di una spedizione austriaca guidata da Heinz Zak, raffigurante le torri della Sosbun Valley, partita a maggio col nostro Vista sulla piana di Skardu all' alba stesso obiettivo. Non riusciamo tuttavia a sapere nulla sull' esito del loro tentativo.

Cerchiamo così di accelerare i tempi, e venerdì 12 partiamo sotto la pioggia con i nostri sacconi da 25 kg per l' ultima tappa motoriz-zata. A Dasso riuniamo i nostri otto portatori, che non ci consentono però una comoda marcia d' avvicinamento con macchina fotografica a tracolla; è previsto infatti che anche noi cammineremo con la nostra soma di 25 kg. Gli accordi sono semplici: assicurazione e 130 rupie al giorno per ogni portatore che dovrà pre-occuparsi personalmente di vitto e abbigliamento. Le nostre paure per il gruppo di Zak vengono dissolte da una spedizione tedesca diretta alle torri del Trango, composta da 8 persone tra le quali emergono le figure atle-tiche di Wolfgang Gullich e Kurt Albert i quali ci assicurano che gli austriaci sono dovuti rientrare a mani vuote a causa del maltempo...; non dovremo così cambiare obiettivo, anzi: il fatto che anche nell' ambiente dei forti si conoscano queste torri ci stimola ulteriormente.

In marcia verso la Sosbun Valley: presa di contatto Sabato 13: inizia l' avvicinamento a piedi in un paesaggio selvaggio e maestoso, ma la mancanza d' acqua ci mette a dura prova; ne troviamo solo al campo serale, e per non bere quella che scorre dal villaggio, ci rassegnamo ad usare quella del torrente: è marrone come caffelatte, satura di particene terrose in sospensione. « Non ci credo che sto bevendo una roba del genere! » è l' esclamazione che ci viene spontanea pensando ai limpidi torrenti che scorrono sulle nostre montagne.

Durante la notte ci sveglia una scossa di terremoto! Istintivamente guardiamo fuori dalle tende, considerando con apprensione i ripidi pendu di terra e ghiaia, alti fino a mille metri, che sovrastano il campo. Ma dove potremmo rifugiarci? Qualcosa della mentalità di questo paese l' abbiamo però imparata, e ci rimettiamo a dormire con fatalismo musulmano... Sveglia sempre alle 5,30 ed appena possibile inizia la lunga giornata di cammino; oggi si conclude sul bel prato di Nama, con acqua fresca e pulita che non ci fa rimpiangere le lat-tine di Coca-Cola ingurgitate finora.

Passiamo la serata con tre dei portatori che ci aiutano a cucinare e a mangiare il « ciapati », la classica pagnotta locale.

Inizialmente nutrivamo un po' di diffidenza verso questa gente, ma in seguito si è rivelata affabile e del tutto affidabile. Essendo una piccola spedizione è stato facile instaurare velocemente un rapporto diretto con queste persone, fatto di sorrisi, gesti ed un po' di inglese non del tutto accademico.

Ultima tappa sotto la pioggia battente; arriviamo sotto un gran promontorio ed i portatori si fermano. C' è nebbia, piove, non si vede quasi niente; ma loro dicono che siamo a Ju-sma, il campo base! È lunedì 15 agosto ma qui non davvero ferragosto: fa freddo e non troviamo l' affollamento tipico di una stazione turistica in questa stagione. Subito il giorno dopo io e Franz con un primo carico di materiale ci avventuriamo sul ghiacciaio, alla ricerca delle Torri che avvistiamo dopo oltre due ore di cammino: allora ci sono davvero !!

Ci accorgiamo che l' unica « cartina » che abbiamo è assai approssimativa, non riuscivamo infatti ad orientarci bene, ma ormai ci siamo; dopo altre tre ore lasciamo il materiale sulla morena cercando un luogo adatto al campo avanzato. Nel frattempo continua a piovere.

Ancora due giorni di trasporti, poi ci siste-miamo tutti nel campo avanzato, posto ad un' ora circa dalla base della Sosbun Spire I, la magnifica torre che costituisce il nostro obiettivo. Durante il cammino intravediamo tre orsi vagabondi; speriamo che non scoprano tenda e viveri lasciati al campo base... non ci chie-derebbero di certo il permesso per divorare tutto, viste le scarsissime possibilità di alimentazione esistenti qui intorno. In quanto a noi... speriamo che siano vegetariani!

La scalata della Torre Venerdì 19 agosto: due settimane dopo la partenza da casa, raggiungiamo carichi all' in l' attacco dello splendido pilastro della Torre. Decidiamo di attaccare a sinistra del tentativo polacco, che si era arenato dopo circa 250 metri contro una sezione verticale e compattissima... Il tempo è sempre molto instabile e dobbiamo essere il più veloci possibile, cercando di salire in libera le magnifiche placconate che abbiamo attacato. Nel pomeriggio io e Tita superiamo i primi 100 metri fissando una corda, arrampicandoci con scarpette a suola liscia, nuts e friends su difficoltà abbastanza elevate.

Sabato il tempo è discreto, così proseguiamo attrezzando altri 250 metri su roccia sempre bellissima, ma che oppone fessurine cieche dove è difficile proteggersi. Quando scendiamo nevischia di nuovo.

Domenica: il sole! Ci catapultiamo all' at, ma Sonja non è con noi: il giorno prima era con me e Daniele in parete; gli sbalzi di temperatura di questo tempo instabile le hanno provocato un forte mal di gola e questa mattina sta proprio male; così a malincuore preferisce rimanere al campo avanzato per non rallentare la cordata.

Oggi tocca a Franz e Daniele raggiungere con 250 metri il nevaio alla base dello spigolo superiore, mentre io e Tita facciamo la spola sulle fisse con viveri e tendina. I due in testa intanto concludono la giornata con altri 200 metri di grande arrampicata, che attrezzano per il giorno seguente.

_,;.«* ;. v Prima lunghezza di corda sullo spigolo sud-est della Sosbun Spire I Non siamo riusciti a piazzare decentemente la tendina, così dopo una buona minestrina liofilizzata ( altro che maccheroni e bistecca !) ci addormentiamo sotto un meraviglioso cielo stellato.

Finalmente in cima Lunedì 22 partiamo decisi per la cima abbandonando il materiale da bivacco ed il cordino statico. Dopo un intermezzo non eccessivamente difficile siamo ormai vicini al diedro sommitale, e le difficoltà aumentano sensibilmente. È a questo punto che la maligna « nuvoletta da impiegato » sbuca da dietro la montagna, scaricandoci addosso folate di nevischio; ma ormai non manca molto e proseguiamo.

Le difficoltà restano elevate, e la quota ( siamo abbondantemente al di sopra dei 5000 metri ) si fa sentire: dopo ogni tiro arrivo in sosta con le palpitazioni e la lingua di fuori.

Finalmente alle 15 siamo in cima! Qualche foto veloce per non attardarci troppo. Il panorama è nascosto da una cortina di nebbia e nevischio e fa freddo. Scendiamo fra colate d' acqua che scorrono nei diedri. Ci si inca-strano le corde; ne abbandoniamo due e così con una corda sola giungiamo ormai « saturi » al bivacco della sera prima. Pioggia e neve ci costringono a montare in qualche modo la tendina, dove con numeri rocamboleschi sciogliamo la neve per cucinare; poi segue la lunga attesa in un umido dormiveglia.

Il martedì ci regala un po' di sole e scivolando con una certa apprensione sul cordino statico da 6 millimetri, giungiamo alla fine del nostro sogno accolti al campo avanzato da Sonja.

Riattraversiamo le lunghe, monotone morene fino al campo base, con una voglia tremenda di un po' di relax.

Due giorni di riposo e pastasciutta non stop, con un tempo infame che scoraggia qualsiasi tentativo di bagno in un laghetto scoperto nei dintorni e di un eventuale esplorazione delle valli limitrofe.

Sabato 27: si parte con carichi assurdi per il viaggio di ritorno. Il giorno seguente decidiamo però di meritare un premio: ingag-giamo cinque contadini improvvisatisi portatori che ci allegeriscono di ogni peso e, con dieta a base di minestre, albicocche e dol-ciumi, arriviamo a Skardu con grossi problemi digestivi.

Si conclude così una grande esperienza, un viaggio in un paese selvaggio e poverissimo, con villaggi fatiscenti, montagne meravigliose e una popolazione con valori, usanze e civiltà lontanissime dalla nostra immaginazione. Uno strano paese soffocato da una natura duris-sima ed inospitale ma che offre a noi occidentali la possibilità di realizzare i nostri sogni.

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