Traversata dell' Adula dalla val Scaradra in val Blenio

Una mattinata caldissima di fine settembre ci accolse in val Blenio. Partiti da Lugano col primo treno della mattina, arrivammo ad Olivone verso le dieci e ci mettemmo subito in cammino per Campo col nostro lievissimo carico di oltre quindici chili in ispalla. Bisognava spicciarsi se l' arduo progetto che volevamo effettuare, doveva riuscire nella brevissima spanna di tempo che avevamo a nostra disposizione. Fortunatamente l' unico mio compagno Paolo era un camminatore instancabile. Oggi credevamo dover far assegna-mento unicamente sulla bontà dei nostri garretti, poichè di difficoltà non ne avremmo dovuto incontrare.

Partiti alle dieci da Olivone dovevamo portarci sino al valico di Sorreda ( 2770 m .) per discendere dal versante opposto sino alla Lentahütte ( 2100 m .) prima di sera. Questo era il programma del primo giorno. Il compito l' indomani ci impressionava di più: dalla capanna Lenta volevamo intraprendere l' ascensione del Rheinwaldhorn e ridiscendere a Dangio, in val Blenio, per l' ultima corsa dell' auto postale. Il territorio che dovevamo attraversare, dall' alpe Al Sasso sino alla Lentalücke, era completamente sconosciuto a noi due e dovemmo orientarci alla meglio coll' aiuto della carta.

Dopo una breve fermata a Campo c' incamminammo verso l' alpe Al Sasso sotto la sferza del sole di mezzogiorno. Le belle pinete di Ghirone c' in colla loro ombra ospitale e il loro aspetto austero mi colpì talmente che sentit un vero dispiacere di dover passar oltre senza neppur assaporarne un momento la bellezza. Sono indescrivibili i sentimenti di felicità e di pace che invadono l' anima del cittadino uso a non veder altro che le vie polverose, piene di strepito assordante, di una grande metropoli moderna, quando, dopo lungo tempo, ritrova la quiete della montagna in mezzo ad una festa di sole e di colori che solo l' Alpe sa dipingerei Ma ci chiamava una voce irre- sistibile, una voce che trascina verso l' alto: il fascino della montagna che s' impossessa per sempre di chiunque abbia ammirato e compreso una sol volta la sua maestosa bellezza.

Poco prima della una giungemmo all' alpe Al Sasso, dove ci adagiammo sul morbido muschio che riveste la riva del torrente. Dopo esserci alquanto rifocillati prendemmo il sentiero che, attraverso boscaglie e cespugli, si innalza tortuoso sul fianco destro del torrente per guadagnare l' altezza della vallata sovrastante. Il calore divenne insopportabile benchè camminassimo a torso nudo com' è nostra abitudine. Nelle vicinanze dell' alpe Scaradra di sotto trovammo una sorgente d' acqua freschissima che ci ristorò. La solitudine era perfetta. Persino gli alpeggi erano disabitati.

Giunti all' alpe Scaradra di sopra ci trovammo di fronte un ghiacciaio che si stendeva fra due vette altissime. Ci sembrava che quello dovesse essere il valico di Sorreda e siccome non avevamo tempo da perdere prendemmo decisamente quella direzione senza neppur consultare la carta. Ma tosto delle difficoltà impreviste cominciarono a sbarrarci il passaggio. Prima di metter piede sul ghiacciaio dovemmo attraversare una scarpata ripidissima di ghiaccio alla cui estremità inferiore si apriva il crepaccio terminale. Fu necessario calzare i ramponi e lavorar di piccozza. Superato l' ostacolo, ci avvedemmo con grande rammarico che restavano tutt' al più tre quarti d' ora sino tramonto. Questo fatto cominciò a preoccuparmi, tanto più che dubitavo non poco dell' esattezza del nostro istradamento. Ma non c' era tempo da perdere se si voleva giungere, prima di notte, almeno al giogo che si scopriva in fondo al ghiacciaio.

Si può chiamar un' impresa temeraria l' inoltrarsi sul calar della notte in mezzo ad un caos di crepacci e muraglioni di ghiaccio; in questo caso era necessità. L' ultimo raggio di sole indorava tutte le cime circostanti, sfiorava timidamente questo deserto di ghiaccio che ci circondava gelido e minaccioso, e le ombre salivano come fantasmi dal fondo tenebroso della valle. Spettacolo terribilmente sublime!

Attraverso tale spaventoso labirinto giungemmo su una specie di ripiano terminato da un cornicione di neve che formava la cresta. Accelerammo il passo ed in pochi minuti ci portammo alla sella. « Che ore sono », chiesi. « Le sette », rispose Paolo con voce sepolcrale. La nostra situazione non era delle più invidiabili. Uno sguardo alla carta: un dubbio mi balenò nella mente... divenne certezza: un deviamento verso meridione ci aveva portati attraverso il lungo ghiacciaio che riveste il fianco del Piz Sorda rivolto verso val Scaradra, alla lieve depressione fra quella cima ed il Piz Casinell. Ora tutto si spiegava. Ma la peggior cosa era che ci si trovava a 3000 m. di altezza e nel bel mezzo di un vasto ghiacciaio che si avvolgeva rapidamente nell' oscurità. Come una nera minaccia misteriosa le guglie del Medel e dello Scopi si ergevano nel cielo infocato d' occidente, dove morivano gli ultimi bagliori del giorno.

Esaminammo la carta: ci restava da attraversare tutto il versante est del Piz Casinell il cui ghiacciaio discende in discreta pendenza fra due pareti rocciose. Pareva non presentasse difficoltà. Dopo il pendìo diventava più ripido ed era interrotto da pareti rocciose.

Oramai la notte era discesa e la luna cominciava a spandere la sua gelida luce che non ci permetteva ancora di distinguere il fondo della valle. Si sentiva lontano lo scrosciar delle acque del Reno di Vals, musica lugubre e monotona che sembrava salire da inaccessibili profondità.

Non mi è possibile descrivere in quale stato d' animo mi trovassi quando scendemmo quasi di corsa il ghiacciaio del versante opposto che fortunatamente era interamente ricoperto di neve.

Certo è che l' istinto ci dava une forza di volontà che c' impediva, dopo dieci ore di cammino, di sentire la stanchezza e c' imponeva di proseguire senza perdere un istante. Le nostre parole si limitavano allo stretto necessario: avevamo altro da fare! Ora si camminava senza sapere che direzione tenere, guidati unicamente dai raggi provvidenziali della luna, che ad una distanza discreta ci permettevano di distinguere l' erba dalle roccie, non senza rispar-miarci frequenti illusioni ottiche. E scendevamo senza tregua, attraverso pareti rocciose, seguendo qualche piccola zona erbosa, spesso bloccati e forzati a ritornare sui nostri passi. La stanchezza invadeva le nostre membra indolenzite, le gambe tremavano, le spalle doloravano. E la voce del Reno saliva sempre dal basso, pareva ci fuggisse...

Ma i nostri sforzi non furono vani: da uno sperone potemmo finalmente scoprire il fondo della valle non ancora illuminato dalla luna e una mezz' ora dopo, eccoci sulla riva del Reno costeggiato da un comodo sentiero.

Non dubitammo che quel magnifico sentiero dovesse condurre al rifugio e risalimmo risolutamente la riva del fiume. Dopo un' altra mezz' ora di cammino ci trovammo sull' ultimo lembo del ghiacciaio di Lenta senza averne trovato la traccia. Sapevamo che questo doveva trovarsi a venti minuti dal ghiacciaio e dovemmo rassegnarci a ritornare sui nostri passi.

In quell' immensa distesa di macigni e di pietrame la luna creava forme misteriose e ingannava l' occhio scrutatore, dando a qualche blocco emergente quale gigante dalla moltitudina di sassi di minori proporzioni, l' aspetto della tanto sospirata capanna. Ad un tratto, ad una svolta brusca del sentiero, eccoci a due passi dal rifugio. La forza di gridare ci mancava, ma una gioia impetuosa c' inondò l' anima. E le nostre stanche membra ebbero finalmente il ben meritato riposo.

AH' indomani alle quattro saltammo fuori dal giaciglio. Il sonno ripa-ratore di poche ore ci aveva ridonate tutte le nostre forze ed alle sei partimmo decisi di affrontare la seconda parte del nostro programma. Rifacemmo il cammino della sera precedente sino al ghiacciaio.

Tutta la valle superiore del Reno di Vals è formata da una distesa enorme di roccia e da macigni, sicchè non si trova la benchè minima traccia di vegetazione. Persino la parte inferiore del ghiacciaio di Lenta è quasi totalmente ricoperta di pietrame marcio.

Il cielo era limpidissimo e la temperatura piuttosto mite. Questa volta ci orientammo benissimo, benchè fosse indubbiamente molto più difficile trovare la direzione giusta in mezzo a quel caos di scogli, ghiacciai, creste e morene che madre natura ha disseminati, secondo il suo capriccio, in quella valle selvaggia. Ma la lezione del giorno precedente ci aveva insegnato ad esser cauti ed a consultar bene la carta. Non affrettammo mai il passo per godere lo spettacolo incomparabile di quel paesaggio sempre cangiante, sempre più affascinante. Scalammo la morena di quel lembo di ghiacciaio, che scendendo dal Güfergletscher va a congiungersi col ghiacciaio di Lenta e mostra sul suo dorso ripidissimo numerose fenditure sormontate da blocchi immani che sembrano precipitare; ci portammo sul suo fianco destro e salimmo direttamente verso la cresta del Güferhorn.

Il fianco della montagna si innalza tosto in guisa di cresta: da una parte si stende in profondità vertiginosa il ghiacciaio, dall' altra la cresta precipita spesso in pareti verticali sul fianco della montagna dal quale emerge. La pietra è friabilissima: i blocchi sovrapposti si muovono e cadono facilmente anche se sono di dimensioni considerevoli. Ci ricordammo non senza malignità di qualche alpinista spaccone di nostra conoscenza, immaginandocelo costretto a provare coi fatti la sua bravura su questa cresta di médiocre difficoltà. Alle dieci e mezzo giungemmo sulla cresta del Güferhorn, qualche centinaio di metri sopra la Lentalücke. Ci fermammo a prendere qualche veduta ed a ristorarci un tantino.

In quel punto si spiegava dinnanzi il panorama dell' Adula in tutta la sua grandiosità. Una pace profonda regnava ovunque, interrotta unicamente dal rombare cupo e sordo di qualche valanga di ghiaccio.

Solo una terra così divinamente bella ha potuto generare attraverso lotte secolari contro gli elementi, degli uomini fieri, invincibili quali erano i nostri avi. E sono questi orizzonti infiniti, questo mare di montagne sfolgoranti di neve, che hanno dato a tre stirpi differenti un ideale, un' aspira unica: la libertà 1 C' era una limpidezza meravigliosa, un cielo terso, nel quale, in pieno mezzogiorno, non si scorgeva una nube. E nello stesso tempo non tirava alito di vento. Un calore benefico inondava tutta l' atmosfera: e dire che si calpesta-vano i ghiacci eterni!

Giunti alfine alla vetta alle dodici e mezza, ci godemmo il vasto panorama che offre quel punto dominante. Solo un' ora potemmo fermarci lassù perchè era tardi ed era neccessità giungere a Dangio per le sei, in cui partiva l' ultima corsa postale per Acquarossa. Attraversammo il ghiacciaio di Bresciana di corsa e dopo aver visitato ancora una volta il bel rifugio del C.A.S., colla speranza ( ahimè vanadi rivederlo al 1° di novembre per tentare un' ultima ascensione dell' Adula, scendemmo a Dangio stanchi, assetati, bruciati, ma coll' anima rigurgitante di mille soavi impressioni che due giorni passati nell' intimità coll' alta montagna, ci avevano così generosamente risvegliate.Riccardo Widmer.

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